La premier irritata perché l’Ue ancora non ha individuato un rappresentante unico. «Basta iniziative bilaterali che indeboliscono il fronte». Ma l’Italia non manda aiuti a Kiev da dicembre 2025. Proprio come chiede Salvini
Si fa presto a dire «via diplomatica»: se c’è di mezzo Vladimir Putin si tratta di un’opzione non prevista a meno che non si tratti della resa di intere porzioni di territorio ucraino all’amministrazione russa. O si fa come dice lui o nulla. E questo andrebbe compreso dai tanti, anche in Italia, a destra e a sinistra, che invece continuano ad invocare una non meglio precisata «via diplomatica» per il raggiungimento di una pace giusta e duratura.
Anzi, ogni tentativo che viene fatto in questo senso rischia di indebolire il fronte del sostegno a Kiev perché anima discussioni e dibattiti. A livello europeo. E a livello nazionale. Tutto questo, d’altra parte, non giustifica l’incapacità di Bruxelles di nominare un delegato europeo che possa sedere al tavolo della trattativa.
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Gli articoli di Claudia Fusani su l’Altravoce – Substack
La telefonata a Putin e lo stallo della trattativa
È successo di nuovo ieri. Il presidente finlandese Alexander Stubb e il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre hanno telefonato da Helsinki a Putin in vista dell’avvicinarsi del trilaterale ad Abu Dhabi fra Russia, Ucraina e Usa. Novanta minuti di telefonata «franca e sostanziale» che però non hanno smosso lo stallo della trattativa visto che, secondo una nota del Cremlino, «gli interessi russi da tutelare per una pace giusta e duratura non possono prescindere dal ritiro delle truppe ucraine dalla regione orientale di Donetsk».
Nuove tensioni tra i 27
Anzi, la telefonata ha provocato tensioni tra i 27. Per non parlare dell’Italia: Giorgia Meloni ha trovato il tempo, nella perigliosa vigilia del varo della manovra, di vergare una nota molto polemica il cui senso è basta con le iniziative individuali, l’Ue deve nominare un proprio delegato incaricato a trattare. E questo prima che una nuova Yalta del terzo millennio venga apparecchiata tra Cina, Russia e Usa. Senza l’Europa.
Non è la prima volta che leader europei, si pensi a Emmanuel Macron o a Friedrich Merz, hanno tentato in questi quattro lunghi anni l’approccio diretto. Mai, però, c’è stato qualche passo avanti. «La pace non può non tenere conto degli interessi della Russia» la sintesi della telefonata per come è stata riportata in una nota di Stubb e Støre e del Cremlino.
Putin, in sostanza, non si muove dalla sua posizione: deve vincere la guerra, deve prendersi quei territori che cerca di conquistare da quattro anni con un sacrificio di vite umane con pochi precedenti dopo la seconda guerra mondiale. I due leader nordici, le cui opinioni pubbliche vivono con angoscia quotidiana la minaccia russa al confine, hanno precisato di aver parlato a titolo personale e non a nome dell’Europa, interlocutore che Mosca non ha alcuna intenzione di riconoscere.
La mossa di Stubb e Støre è stata molto criticata dalla prima ministra danese Mette Frederiksen e dal primo ministro svedese Ulf Kristersson. «Nutro basse aspettative per questo tipo di conversazioni e intavolare colloqui che potrebbero dividere la voce dell’Europa è rischioso» ha detto Kristersson. Il non detto, di tutti, è che il dossier Ucraina è oggettivamente uno dei più divisivi tra le opinioni pubbliche europee molte delle quali saranno presto chiamate al voto dove il tema sostegno o meno a Kiev potrebbe spostare molti voti.
Le tensioni nella maggioranza e la doppia carota di Meloni
Lo sa bene Giorgia Meloni alle prese con la tenuta della sua stessa maggioranza proprio sul dossier Ucraina. Matteo Salvini chiede di cambiare strategia, «basta armi e soldi a Kiev, quattro anni sono troppi» è la promessa con cui ha chiuso il congresso. Alla premier non è piaciuto il tono (che ha indispettito parecchio anche Forza Italia).
Il leader leghista ha provato lunedì a moderare un po’ i toni parlando della necessità della «via diplomatica». Iniziative come quella di Stubb e Støre agitano una maggioranza su questo dossier già molto agitata.
Così ieri Meloni è dovuta intervenire usando il metodo della doppia carota. La numero 1, per tenersi buona Forza Italia. Ha parlato di «grande stima» per i leader di due paesi che confinano con la Russia ma hanno sempre sostenuto l’Ucraina. Come dimostra il fatto che il colloquio è stato subito riferito a Volodymyr Zelensky.
La numero 2, per tenere buono Salvini. «Questa telefonata dimostra – ha ragionato la premier – che in Europa non si è ancora trovato un accordo su chi debba rappresentare gli interessi del continente europeo nel processo di pace. Ed è proprio questo vuoto a spingere le singole nazioni a muoversi su base nazionale. Il negoziato non aspetta e l’Europa non può permettersi di perdere ulteriore terreno, deve decidere chi la rappresenta e deve farlo rapidamente».
Il nodo degli aiuti italiani a Kiev
È un fatto che già Mario Draghi aveva chiesto il delegato europeo per il tavolo Russia-Ucraina. Matteo Renzi aveva fatto il nome di Angela Merkel, con cui la Russia di Putin ha sempre avuto fin troppo buoni rapporti prima dell’invasione. Ma nulla è ancora successo: l’Unione non ha un ministro degli Esteri e neppure riesce ad accettare un delegato per l’Ucraina. Solo che a forza di tenere buoni Antonio Tajani e Salvini, Meloni sta rischiando la sua reputazione: a parole il sostegno a Kiev è totale; nei fatti Roma non invia a Kiev né mezzi né armi da dicembre 2025.
Il dodicesimo pacchetto italiano è un’entità misteriosa di cui si parla ma che nessuno ha visto. Ieri Tajani ha provato a tirarla fuori dal cassetto. Ma nessuna comunicazione è arrivata in Parlamento, cioè al Copasir, unico luogo deputato a conoscere tempi e contenuti dei vari pacchetti. «Nessuno lo sta chiedendo, né dalla maggioranza né dalle opposizioni» dice una fonte del Copasir. A parole si aiuta Kiev, i fatti dicono altro. E per la premier è un altro grosso problema.






























