La nuova legge elettorale è già sotto attacco con almeno 25 ricorsi. Intanto i partiti cercano gruppi e componenti parlamentari per evitare la raccolta delle firme. Il prestito del senatore Crisanti a Rifondazione accende lo scontro nel centrosinistra dopo le parole di Acerbo su Hamas
La legge elettorale è entrata in vigore, ma la partita è tutt’altro che chiusa. Anzi, è appena cominciato il secondo tempo, quello che in politica si gioca nelle aule dei tribunali dopo aver perso o non essere riusciti a vincere in Parlamento.
Il Melonellum, approvato dalla maggioranza e diventato operativo dopo i 15 giorni dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, si ritrova investito da una pioggia di ricorsi.
Un fuoco di sbarramento giudiziario che punta a rimettere in discussione le regole del gioco prima che gli elettori siano chiamati a scendere in campo.
Melonellum, 25 ricorsi contro la nuova legge elettorale
Sono almeno 25 i ricorsi depositati contemporaneamente in altrettante città, promossi dalla Rete per un voto libero e uguale, coordinata da Roberto Zaccaria, con il sostegno di personalità come Romano Prodi e Pier Luigi Bersani. Altri se ne annunciano, dalle minoranze linguistiche alle circoscrizioni estere. I testi non sono identici, ma il bersaglio è comune: premio di maggioranza, liste bloccate, capilista sottratti alla scelta degli elettori, ripartizione dei seggi, rappresentanza di genere, indicazione obbligatoria del candidato premier e nuove regole per raccogliere le firme.
A Bologna, come a Cagliari e in altre sedi giudiziarie, la contestazione ruota attorno al rischio di comprimere la rappresentanza e limitare la libertà di scelta degli elettori. Il ricorso sardo coinvolge costituzionalisti, ex presidenti della Regione, accademici e rappresentanti della società civile. La questione non è peregrina: stabilire se una legge elettorale sia costituzionalmente legittima non dipende da chi è in testa nei sondaggi, ma da come funzionano le sue regole. Soglie, premi, collegi e accesso alle candidature possono decidere chi entra in Parlamento prima ancora che si apra lo scrutinio.
Il costituzionalista Enrico Grosso invita però a non confondere il ricorso con una sentenza già scritta. Il ruolo della Consulta, osserva, non sarà necessariamente quello di bocciare la legge, ma di chiarire i dubbi sollevati. Per arrivare davanti alla Corte costituzionale occorre comunque seguire le vie processuali previste e superare i relativi filtri. La battaglia è aperta, l’esito no.
La raccolta delle firme e il calciomercato dei parlamentari
Il fronte più insidioso per il Melonellum potrebbe essere quello delle firme. Riccardo Magi, radicale di +Europa, continua a contestare l’obbligo di raccoglierle per le forze politiche che non dispongono di un gruppo parlamentare costituito entro il 25 dicembre 2025. Senza l’esenzione, la strada diventa una corsa a ostacoli: fino a 6.000 firme per collegio. Una montagna di sottoscrizioni, autenticazioni e scadenze che rischia di trasformare il pluralismo in una prova di resistenza organizzativa.
Qui comincia la seconda partita, quella che assomiglia sempre più a un calciomercato. L’articolo 18-bis, comma 2, prevede per le componenti politiche interessate una finestra diversa: la possibilità di costituirsi in gruppi entro la data di indizione dei comizi elettorali. Così, dentro il Parlamento si contano i parlamentari disponibili a cambiare casacca o almeno a prestare temporaneamente la maglia. Un senatore di qua, una componente di là.
Bruno Tabacci sarebbe pronto a correre in soccorso di Magi per la formazione tardiva di un gruppo, ma soltanto in funzione di un eventuale ricorso. Un soccorso parlamentare con riserva: prima si costruisce la componente, poi si discute se possa davvero servire. Restano da definire le mosse attorno a Ernesto Ruffini e Francesco Gabrielli. Chi presterà loro una casacca per trasformare un progetto politico in una formazione riconoscibile?
Il Pd presta un senatore a Rifondazione, poi esplode il caso Acerbo
Le polemiche, intanto, attraversano anche il campo largo. Maurizio Acerbo, segretario di Rifondazione comunista, ha provocato con un post: «Quindi? È vietato inneggiare Hamas?». Filippo Sensi, senatore del Pd, ha replicato con una freddura: «Gli abbiamo pure prestato un senatore a questo fenomeno…». Il riferimento è ad Andrea Crisanti, il parlamentare prestato proprio per consentire la costituzione della componente di Rifondazione e ridurre gli oneri per presentare la lista.
«Resto allibita che si possa ritenere che se vince Hamas va bene o che si possa immaginare che il sostegno al popolo palestinese si confonda con quello nei confronti di un suo nemico. Ma resto ancora più allibita che Rifondazione chieda al Pd aiuto e due giorni dopo averlo ottenuto nella forma di un prestito, si permetta di indicare il nome di un militante della prima ora del Pd, oggi senatore e già deputato, come uno che non dovrebbe stare nel centrosinistra» dice la senatrice del Pd Sandra Zampa (nella replica, Acerbo aveva parlato di Sensi come «difficilmente ricollegabile alla sinistra»). Zampa chiede perciò «alla segretaria Schlein di mettere fine a questo spettacolo che certo interesserà poche persone e poco ha a che fare con i loro problemi quotidiani, ma è ugualmente bruttissimo». L’occasione per un confronto, a questo punto non solo sul programma, è l’appuntamento che Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si sono dati per venerdì. Intanto il calciomercato continua.































