Oltre 5,4 milioni di persone in povertà assoluta, forti divari territoriali e una quota di economia che sfugge alle statistiche ufficiali. Il rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile riapre il confronto tra redditi dichiarati, lavoro irregolare e consumi reali, raccontando le contraddizioni di un Paese in cui il disagio economico convive con un vasto sommerso
L’edizione 2026 del rapporto dell’Istat sul Benessere equo e sostenibile (Bes) conferma i timori emersi dal recente rapporto sulla povertà. Ed è infatti l’indicatore della povertà assoluta che viene segnalato come il dato più preoccupante sul fronte economico.
Nel 2025 interessa l’8% delle famiglie residenti e coinvolge il 9,3% della popolazione, oltre 5,4 milioni di persone. Nel confronto con il 2014, quando l’incidenza individuale era al 6,9%, il valore è aumentato di 2,4 punti percentuali. Le difficoltà rimangono più diffuse nel Mezzogiorno, dove la povertà assoluta individuale si attesta all’11,5%, in calo rispetto al 12,5% del 2024. Seguono il Nord, con l’8,5% dall’8,8% dell’anno precedente, e il Centro, dove si registra il valore più contenuto, pari al 7,4% contro il 7,6% del 2024.
Anche arrivare a fine mese rimane difficile per una parte della popolazione. Nel 2025 il 7,5% delle persone vive in famiglie che dichiarano di affrontare grandi difficoltà, una quota che nel Mezzogiorno sale al 12,3%. Il Centro registra il valore più basso, pari al 4,7%, sebbene in peggioramento rispetto all’anno precedente. Va ricordato che si parla di individui e famiglie residenti in Italia, non necessariamente italiane.
La povertà assoluta e la frattura sociale
Oltre alla evidente frattura territoriale tra le due Italie esiste anche una frattura sociale. Infatti negli ultimi gironi della povertà vi sono gli stranieri e i loro nuclei familiari. Nel 2025 oltre 1,5 milioni di cittadini stranieri in Italia (su di un totale di residenti, pari a 5,4 milioni) vivevano in condizioni di povertà assoluta, quasi uno su tre.
L’incidenza raggiunge il 29,8%, un valore quattro volte superiore a quello registrato tra gli italiani, pari al 7,3%. L’incidenza della povertà assoluta è pari al 26,7% tra le famiglie con almeno un componente straniero e sale al 29,4% tra quelle formate soltanto da stranieri. Per le famiglie composte esclusivamente da italiani si ferma invece al 5,9%.
Queste condizioni di sofferenza non alterano il livello della speranza di vita alla nascita, che nel 2025 ha toccato il massimo storico di 83,7 anni con un aumento degli anni attesi in buona salute. Crescono i redditi medi e migliorano 52 parametri su 132, mentre altri rimangono stabili.
L’economia sommersa e i redditi che sfuggono al fisco
A limitarsi alla lettura delle statistiche l’Italia del Bes si specchia con la struttura del prelievo fiscale. L’istantanea dei rapporti tra i contribuenti e il fisco dovrebbe essere la cartina di tornasole della condizione reddituale, economico e sociale di un Paese. Sappiamo però che non è così, che esiste un’economia «non osservata» da cui deriva un reddito – sottratto al prelievo fiscale e parafiscale – ma destinato ai consumi.
I numeri rivelano le grandi categorie dell’economia sommersa con le risorse che sono messe in circolazione. Le principali componenti dell’economia non osservata sono rappresentate dal sommerso economico e dall’economia illegale; il sommerso statistico e l’economia informale ne completano lo spettro.
Il sommerso economico include tutte quelle attività che sono volontariamente celate alle autorità fiscali, previdenziali e statistiche. Esso è generato da dichiarazioni non corrette del fatturato e/o dei costi delle unità produttive (in modo da generare una sotto-dichiarazione del valore aggiunto) e dell’input di lavoro impiegato nei processi produttivi (ovvero l’utilizzo di lavoro irregolare). L’economia illegale è definita dall’insieme delle attività produttive aventi per oggetto beni e servizi illegali, o che, pur riguardando beni e servizi legali, sono svolte senza adeguata autorizzazione o titolo.
Il sommerso statistico include tutte quelle attività che sfuggono all’osservazione diretta per inefficienze informative (errori campionari e non campionari, errori di copertura negli archivi, ecc.).
Infine, l’economia informale include le attività produttive svolte in contesti poco o per nulla organizzati, basati su rapporti di lavoro definiti nell’ambito di relazioni personali o familiari e non regolati da contratti formali.
La stima del sommerso economico nei Conti nazionali comprende le componenti relative a sotto-dichiarazione del valore aggiunto. Componente del valore aggiunto riconducibile all’impiego di lavoro irregolare, altre componenti del sommerso economico.
La sotto-dichiarazione del valore aggiunto è connessa all’intenzionale occultamento da parte delle imprese di una parte del reddito attraverso dichiarazioni volutamente errate del fatturato. E/o dei costi alle autorità fiscali (con un analogo comportamento riscontrato nelle rilevazioni statistiche ufficiali).
Il lavoro irregolare e le contraddizioni del mercato italiano
Il ricorso al lavoro non regolare da parte di imprese e famiglie è e resta una caratteristica strutturale del mercato del lavoro italiano. Nel 2021 le unità di lavoro a tempo pieno in condizione di non regolarità si attestavano a 2 milioni 990 mila e mostravano un modesto recupero rispetto al 2020, quando avevano registrato una flessione del 18,6%.
L’aumento delle unità di lavoro irregolari (+2,5%, nel complesso), è stata trainata dall’andamento delle unità indipendenti che nel 2021 hanno sperimentato un tasso di crescita del 5,1%, a fronte di un modesto aumento dell’1,5% di quelle dipendenti.
La dinamica delle unità di lavoro irregolari è stata, comunque, decisamente più contenuta di quelle regolari. Aumentate nel complesso del 10,7%, determinando una ulteriore significativa diminuzione del tasso di irregolarità e rafforzando il trend decrescente in atto dal 2015.
Se si analizza il medio periodo, si osserva che rispetto al 2018, le unità di lavoro irregolari nel 2020 sono circa 654 mila in meno. Come sintesi di una diminuzione di 470 mila unità dipendenti e 183 mila unità indipendenti. Il tasso di irregolarità perde nei quattro anni 2,4 punti percentuali, passando dal 15,1% del 2018 al 12,7% del 2021.
Il paradosso dei poveri benestanti
Analisi più recenti si sono proposte di mettere un po’ di ordine nel mercato del lavoro, dove, seguendo la mistica dell’impoverimento e delle diseguaglianze, si finiva per contare più volte le stesse platee in insiemi differenti. Senza rendersi conto che – direbbe il grande Totò – è la somma che fa il totale.
Noi siamo indotti da una lettura a canne d’organo delle statistiche a considerare come corpi separati, vere e proprie «monadi senza porte né finestra» le platee dei disoccupati, dei neet, dei lavoratori irregolari. Mentre si tratta di realtà che si giustappongono.
Prendiamo il caso dei Neet che a lungo è stato ritenuto un fenomeno a sé e che nuove indagini, invece, tendono a riportare nell’ambito del lavoro irregolare e quindi ad un’area di parziale autonomia economica. In questa prospettiva anche il dato della povertà deve essere riconsiderato.
Non è certo un processo di transizione in grado di fornire sicurezze per un futuro adeguato alle trasformazioni attese quello che viene presentato in tutte le sue fragilità del mercato del lavoro, dei grandi sistemi fiscali e di sicurezza sociale. Siamo in grado, però, di capire perché un Paese come l’Italia affronta senza particolare conflitti sociali situazioni che vengono descritte di grande disagio.
Basti pensare a ciò che è avvenuto per quanto riguarda il reddito di cittadinanza, la cui revisione è passata praticamente inosservata in contesti socio-economici che ne erano dipendenti. Itinerari Previdenziali ha pubblicato dei dati relativi alla Campania ripresi dal Corriere del Mezzogiorno. Nella regione risiede il 9,5% della popolazione, ma i contribuenti sono il 7,7% del totale con appena 1,2 miliardi di entrate.
Non solo i servizi pubblici ma anche i consumi reali privati – scrive il giornale – non possono essere giustificati dal livello di redditi dichiarati; una incongruenza che mette in evidenza le aree di grigio, di sommerso, di lavoro irregolare, di economia informale. Aree di illegalità vaste che pur non apparendo nelle statistiche e nei rapporti, rappresentano il vero tessuto economico campano. Insomma, siamo un popolo di poveri benestanti.
































