7 Ott, 2026

Crescita e sviluppo: quella sfida dimenticata

Il problema dei conti italiani non è il decimale del deficit, ma la combinazione tra debito elevato, costo crescente del servizio del debito e debolezza di crescita e sviluppo: per affrontare questa sfida servono riforme su concorrenza, capitale umano e produttività


Il governo Meloni ha iniziato il cammino verso la sua ultima legge di bilancio col piede sbagliato, inventandosi un obiettivo che nessuno gli chiedeva di perseguire: l’anticipo al 2026 della fuoriuscita dalla procedura per deficit eccessivo (il famoso 3%). Quando è risultato chiaro che l’obiettivo sarebbe stato mancato, era troppo tardi per dire la verità: uscire un anno prima dalla procedura non avrebbe avuto alcuna significativa conseguenza sulle scelte fondamentali di finanza pubblica dei prossimi anni.

Si è così imboccata la strada del vittimismo anti-burocrati di Bruxelles, condito con un po’ di salsa complottista: le regole europee (peraltro approvate dal governo Meloni), che racchiudono tutto in un decimale di Pil, sono stupide e, come tali, si prestano alle manipolazioni di cattive “manine” italiane che hanno intorbidato le acque della contabilità.

Il deficit non è una questione di decimali

Data l’evidenza dei fatti – la spesa pubblica è aumentata di 2,5 miliardi rispetto alle previsioni nella revisione del 22 settembre e di 8,4 miliardi nella revisione del 22 aprile – le dichiarazioni di Meloni, che si concentrano sulla possibile sottostima del Pil da parte dell’Istat, costituiscono un vero e proprio infortunio: se il Governo – sbagliando – vuole restare concentrato sul decimale di troppo dell’indebitamento, deve guardare alla propria incapacità di tenere sotto controllo l’andamento della spesa.

oiché il nuovo Patto di stabilità europeo fonda il suo complesso sistema di obiettivi e verifiche del loro conseguimento proprio su di una regola di evoluzione della spesa, questo deficit di attenzione all’andamento della stessa dovrebbe essere maggiormente sottolineato anche da un’opposizione che non volesse seguire sul terreno della sua (cattiva) propaganda il Governo.

Se non è questione di decimali e se non è nemmeno questione di regole europee, dove sta il problema della finanza pubblica italiana? Sta nell’evoluzione in atto nei mercati finanziari.

È in corso un passaggio d’epoca: da inflazione molto bassa, tassi a zero e banche centrali impegnate ad acquistare titoli pubblici “a prescindere”, siamo a inflazione sopra il target del 2%, tassi che crescono e banche centrali che stanno riducendo la quantità di titoli In portafoglio. Mentre gli enormi investimenti privati in atto sulla IA stanno incrementando la competizione con gli Stati per accaparrarsi il risparmio privato.

Il debito italiano e il rischio di avvitamento

E poiché il volume globale del nostro debito resta al 137% del Pil, questo mutamento delle tendenze in atto sui mercati finanziari (a settembre il rendimento mediano dei titoli pubblici decennali superava, nelle economia avanzate, il 4%: cinque volte la media del 2015-2021) pone un problema al cui confronto il decimale di punto sopra il 3% per l’indebitamento si mostra in tutta la sua inconsistenza: con un debito come il nostro, se il ritmo di crescita del Pil è inferiore alla spesa per il servizio del debito pubblico, non c’è avanzo primario che ci salvi dall’avvitamento tra debito che sale e crescita che flette.

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Dunque, la “prudenza” del ministro Giorgetti – al netto del completo oblio in cui ha lasciato l’attività di revisione della spesa – va senz’altro apprezzata. Ma non sarà quella che ci porta fuori dalla zona di grave incertezza in cui rischiamo di precipitare. È il tempo di mettere mano alle grandi assenti di questi ultimi anni di governo Meloni (e di opposizione allo stesso), cioè efficaci riforme dal lato dell’offerta volte ad incrementare la crescita potenziale: capitale umano, concorrenza, efficacia ed efficienza della PA.

A giudicare dal DPFP appena presentato, non sarà il governo Meloni ad intraprenderle. Ha avuto tutto il tempo e ha goduto della stabilità necessaria per farlo. Se si è limitato a gestire il galleggiamento, non è perché non ha potuto fare di meglio. È perché non ha voluto. Due esempi basteranno: l’Antitrust ha inviato a Governo e Parlamento la segnalazione per la preparazione della legge annuale sulla concorrenza.

Energia, concorrenza e concessioni

Tre le segnalazioni in materia di energia (sì, quella delle grandi sofferenze per famiglie e imprese, di fronte alla pompa di benzina e alle bollette): le gare per la distribuzione del gas; quelle per la distribuzione elettrica e quelle per le grandi derivazioni idroelettriche. Le prime sono bloccate (da due anni) in attesa di un decreto ministeriale. Sulle seconde, il Governo si è addirittura inventato una proroga onerosa per gli attuali concessionari che gli stessi…potranno far pagare con comodo, a poco a poco, ai contribuenti. Delle terze si è persa traccia.

Il secondo esempio ha a che fare con salari e produttività: la domanda effettiva non cresce perché i salari – anche nelle imprese che vanno bene, conquistano e mantengono quote di mercato mondiale, fanno profitti – non sono riusciti a recuperare ciò che hanno perso per i ritardi nei rinnovi contrattuali (esiziali, quando l’inflazione torna alta, come nel 2022-2023) e per il drenaggio fiscale.

Servirebbe un nuovo patto per il lavoro e la produttività: nuove regole per la rappresentanza, riforma della contrattazione a partire da un più ampio ricorso a quella decentrata, diffusione incentivata (anche fiscalmente) di ogni forma di partecipazione operaia e dei lavoratori, dall’azionariato dei dipendenti agli accordi per la partecipazione agli utili. Non c’è più tempo, siamo ormai in campagna elettorale? E sia. Ma è troppo chiedere che, di questi temi, con impegni precisi, parlino almeno le risoluzioni parlamentari per la discussione del Dpfp, in attesa di riversarsi nei programmi?

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