L’offensiva delle forze governative nello Yemen si arena mentre gli Houthi rivendicano attacchi contro aeroporti e infrastrutture saudite. Riyadh, già avvertita dell’avanzata verso Bab el Mandeb, cerca il sostegno militare di Turchia e Pakistan
La guerra per procura tra gli Ansar Allah yemeniti (meglio noti come Houthi) e l’Arabia Saudita si fa sempre più accesa. Offensive terrestri, raid aerei, attacchi a infrastrutture critiche e la spada di Damocle di un nuovo blocco a Bab el Mandeb che pende sul commercio internazionale.
L’offensiva saudita si ferma a Bab el Mandeb
Dopo l’inizio dell’offensiva di domenica da parte delle milizie fedeli al governo di Rashad al-Alimi, capo del Consiglio di Leadership Presidenziale (Plc) con sede a Riyadh, la nebbia di guerra sembra infine essersi dispersa. Nonostante i primi trionfalistici resoconti dei commentatori filo-Plc, oltre che di diversi media arabi, riguardo alla presunta cattura delle città di Dhubab e Mokha (entrambe site lungo le coste del Mar Rosso all’entrata dello Stretto di Bab el Mandeb) l’offensiva dei governativi pare invece esser stata respinta già nella serata di lunedì.
Ieri mattina decine di video pubblicati dai combattenti Houthi mostravano i miliziani all’interno delle città soprammenzionate, video cui ha fatto seguito un reportage di un giornalista della testata al-Masirah, il media degli Houthi, proprio dall’interno di Dhubab.
Nel pomeriggio, i media dei miliziani alleati dell’Iran hanno pubblicato diversi video in cui le concentrazioni di soldati nemici venivano presi di mira con missili balistici e droni.
Missili e droni contro aeroporti e raffinerie saudite
Oltre a negare di aver perso Bab al-Mandab e Mokha, gli Houthi hanno affermato di aver preso di mira diversi aeroporti sauditi in risposta agli attacchi condotti dai caccia di Riyadh contro lo Yemen. Secondo quanto annunciato dal portavoce militare Yahya Saree, diversi droni, missili balistici e da crociera «hanno preso di mira l’aeroporto internazionale di Riad» e di Abha, al confine con lo Yemen.
Sempre secondo Saree, sarebbe stata colpita anche «la raffineria di Aramco a Rabgh» e siti militari e aeroporti nel sud del Paese. I miliziani hanno quindi continuato la loro offensiva verso la città di Ta’izz, la terza più popolosa dello Yemen, arrivando nella giornata di ieri a completare l’accerchiamento dell’agglomerato, rompendo le resistenze dei miliziani del Plc nonostante gli attacchi aerei sauditi.
Riyadh era stata avvertita dell’avanzata Houthi
Eppure l’avanzata degli Houthi verso Bab el Mandeb non era arrivata senza preavviso. Secondo una ricostruzione del New York Times, nelle settimane precedenti alla caduta della costa yemenita del Mar Rosso il generale Tareq Saleh, uno dei principali comandanti delle forze governative, aveva avvertito sia l’Arabia Saudita sia gli Stati Uniti del rischio di un’offensiva Houthi e aveva chiesto ai sauditi copertura aerea e agli americani strumenti di guerra elettronica per disturbare le comunicazioni dei miliziani. Washington offrì assistenza nella pianificazione e informazioni sui movimenti delle truppe, escludendo però un intervento aereo diretto. Anche l’azione saudita rimase limitata.
Le conseguenze furono pesantissime. Nella notte tra il 9 e il 10 settembre le forze governative ripiegarono fino ad Aden, lasciando agli Houthi l’intera costa yemenita del Mar Rosso e un’isola all’interno dello stretto di Bab el Mandeb. In una sola notte il governo perse circa 1.800 miglia quadrate di territorio. Le forze di Saleh hanno riferito di almeno 500 combattenti uccisi e oltre 1.500 feriti; non è noto il bilancio delle perdite Houthi.
Riyadh cerca l’aiuto di Turchia e Pakistan
Il Regno di casa Saud appare anzi sempre più impotente di fronte agli attacchi e alla resistenza offerta dagli Houthi. Dopo il rifiuto di un coinvolgimento diretto americano, Riyadh spera ora nell’aiuto di Turchia e Pakistan.
I tre Paesi si sono riuniti ieri nella capitale saudita per un incontro di emergenza incentrato proprio sui recenti attacchi contro l’Arabia Saudita.
Nel comunicato pubblicato i tre Paesi hanno deciso di «muoversi immediatamente verso l’applicazione pratica degli impegni di difesa collettiva. E di prendere le necessarie misure per fornire le forze e le capacità militari concordate e assicurare il loro rapido dispiegamento nel Regno», verosimilmente per aumentare le deboli capacità di difesa aerea saudita.
A Hormuz i Pasdaran fermano le petroliere
Ad Hormuz, invece, i Pasdaran hanno colpito una petroliera che tentava di passare lo Stretto sotto la scorta aerea americana, come riportato dall’Ukmto. Mentre una seconda petroliera emiratina che tentava di entrare ad Hormuz è stata rimandata indietro dopo l’ultimatum dei Pasdaran.
Da Teheran il Segretario del Supremo consiglio di sicurezza iraniano Mohsen Rezai si è scagliato contro il Segretario al Tesoro americano. Affermando che «le previsioni deliranti di Bessent non hanno mai avuto alcuna credibilità fin dall’inizio. La sua ultima propaganda avrà una durata altrettanto breve. Avete perso la guerra militare. Fallirete anche nella guerra economica. Hormuz non sarà aperta da minacce o pressioni. L’Iran non si tirerà indietro».
Trump: «Lasciateli radere al suolo Los Angeles»
La guerra all’Iran è al centro della campagna elettorale di medio termine negli Stati Uniti. Tuttavia il modo in cui il Presidente Donald Trump sta gestendo questa patata bollente lascia alquanto perplessi.
In un comizio in Nebraska, ieri, il tycoon ha affermato che il prezzo alto alla pompa «è solo artificiale. Un po’ alto, ma è un piccolo prezzo da pagare». Riguardo al confronto militare con Teheran, invece, per Trump la guerra comporta i suoi costi.
«Possono radere al suolo una città, lasciateli radere al suolo Los Angeles. Lasciateli radere al suolo San Diego».
Dichiarazioni che certo non aiuteranno la già precaria posizione dei repubblicani in vista delle mid-term.
































