A tre anni dall’attacco di Hamas, Israele ricorda le vittime del 7 ottobre mentre la guerra a Gaza continua a dividere il Paese e la comunità internazionale
È ancora un anniversario carico di tensione, quello che oggi vede Israele ricordare le vittime dell’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas provenienti da Gaza uccisero quasi 1.200 cittadini israeliani tra cui circa 800 civili. Tensione interna, di una nazione ferita che non ha ancora fatto i conti con i suoi traumi nonostante tre anni di guerra al terrorismo e che si avvia alle elezioni più divisa che mai.
Tensione esterna, di un’opinione pubblica internazionale che dopo un’iniziale sostegno non ha più condiviso la brutale strategia di guerra totale scatenata da Israele contro la popolazione di Gaza. Sono infatti 262 le proteste e gli eventi previsti oggi o nei prossimi giorni in oltre 37 paesi per contestare la politica bellica dello Stato Ebraico, accusata di aver provocato finora più di 70.000 morti, in gran parte civili.
La doppia faccia del 7 ottobre
Manifestazioni prontamente bollate come «anti-israeliane» dal ministero per la Lotta all’Antisemitismo di Tel Aviv. Nella top five dei paesi coinvolti c’è anche l’Italia, al quinto posto per numero di eventi organizzati dopo Stati Uniti, Spagna, Australia e Regno Unito. E’ la doppia faccia del 7 ottobre: da un lato, la memoria di una strage che Israele vorrebbe elevata alla pari dei tragici capitoli persecutori della sua storia, dai pogrom ottocenteschi alla Shoah nazista; dall’altro, chi considera quelle violenze solo un capitolo di un più lungo e complesso conflitto israelo-palestinese e denuncia il tentativo dello Stato Ebraico di servirsi strumentalmente dell’attentato per giustificare la propria politica di invasione delle terre palestinesi.
A maggior ragione in questo momento, con Israele a meno di venti giorni da delle elezioni che si preannunciano tanto decisive per i suoi equilibri politici interni quanto superflue per la determinazione della politica israeliana verso i palestinesi. «Quattromila dei seimila terroristi responsabili per il 7 ottobre sono stati già uccisi», si è vantato ieri il ministro della Difesa Israel Katz, come se l’anniversario dell’attentato fosse l’occasione per un macabro tirassegni. E senza soffermarsi a riflettere sul ruolo che in questa tragedia ricoprono le altre oltre 60.000 vittime palestinesi uccise dai bombardamenti israeliani, né tantomeno sull’odio e sull’indignazione che la loro morte ha provocato a Gaza e nel mondo.
Israele e la logica della guerra totale
Incastrato nella logica della guerra totale, lo Stato Ebraico non vede amici né partner, ma solo nemici o complici silenziosi dell’aggressione di cui si sente vittima. Sempre Katz ha minacciato ieri la guerra contro l’Autorità Nazionale Palestinese, l’ente istituito dagli accordi di Oslo che governa la Cisgiordania e che è guidato dalle forze palestinesi moderate rivali di Hamas: se pensasse di resistere a Israele, ha spiegato il ministro di Tel Aviv, i suoi leader sarebbero assassinati, le sue strutture disciolte e la sua popolazione deportata.
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Gli fa eco il premier Benjamin Netanyahu, spalleggiato dal suo alleato David Zini, capo dello Shin Bet, la controparte domestica dei temibili servizi segreti israeliani: Hamas prepara nuovi attacchi terroristici alla vigilia del voto. Alimentare il clima di guerra giova al primo ministro che a tre anni dal 7 ottobre deve rendere conto del fatto che Gaza sia ancora in buona parte in mano ad Hamas e che la guerra contro l’Iran si sia rivelata un fallimento, nella misura in cui si proponeva di rovesciare il governo degli Ayatollah.
L’opposizione accusa Netanyahu
Dall’altra parte, l’opposizione fa campagna elettorale accusando in realtà Netanyahu di essere il più grande alleato dei palestinesi: la sua politica sconsiderata, affermano, non fa altro che isolare Israele e rendere la comunità internazionale sempre meno indulgente verso gli eccessi di Tel Aviv. Di questo passo, è la conclusione, lo Stato Ebraico dovrà acconsentire, per colpa della pressione internazionale, alla creazione di uno Stato palestinese.
E’ il paradosso di un Paese dove tutti fanno campagna elettorale contro la prospettiva di un dialogo coi palestinesi. I quali, del resto, si preparano a vivere una campagna elettorale simile, solo di segno opposto, in vista del voto promesso dal presidente Anp, Abu Mazen.
La generazione perduta
E forse si tratta dell’unica scelta possibile per quella Gideon Levy ha già definito la «generazione perduta»: quella dei giovani israeliani cresciuti nell’odio di chi ha visto il terrorismo negargli una vita normale e ora monta la guardia schiumante ai checkpoint in Cisgiordania dove l’Idf protegge i linciaggi dei coloni contro i civili palestinesi; quella dei giovani palestinesi cresciuti in città annichilite dalla violenza bellica e in famiglie sterminate dalle bombe, sostenuti soltanto dalla determinazione a una resistenza che prenderà qualunque forma necessaria per scatenare la propria vendetta sul nemico israeliano.
«Sono tutti rimasti al 7 ottobre», ha commentato domenica scorsa il Patriarca di Gerusalemme, il Cardinale Pierbattista Pizzaballa. E così, tra le macerie degli opposti martirii, sembra che quello d’assedio e quello d’emergenza siano l’unica soluzione dei due stati possibile.
































