I cinque connazionali sono usciti dalle abitazioni assediate dai coloni e stanno bene. Washington chiede a Netanyahu una condanna pubblica, mentre la Francia attacca l’occupazione delle case palestinesi
Cinque italiani sono stati evacuati da Qusra, villaggio palestinese a sud di Nablus, dopo giorni di assedio delle abitazioni da parte di coloni israeliani. I cinque connazionali, quattro donne e un uomo tra i 20 e i 40 anni, sono usciti dalla casa assediata e si trovano ora in un’abitazione palestinese non coinvolta nell’assedio. Stanno bene.
Secondo fonti informate, l’evacuazione è avvenuta «tranquillamente», senza uso della forza o episodi di violenza. La Farnesina segue la vicenda attraverso l’Unità di crisi, il consolato di Gerusalemme e l’ambasciata a Tel Aviv.
Ma il caso che oggi arriva dalla Cisgiordania racconta soprattutto un problema politico per Benjamin Netanyahu: il premier è stretto tra la propria destra e Donald Trump.
I cinque connazionali erano a Qusra per sostenere le famiglie palestinesi e documentare quanto stava accadendo. Secondo quanto riportato dalla stampa italiana, alcuni di loro hanno già esperienza nei Territori palestinesi, mentre per altri sarebbe la prima volta. Si trovavano insieme a Qusai Abu Rida, appartenente a una delle famiglie coinvolte nell’assedio e fratello di un cittadino statunitense che ha denunciato la vicenda dagli Stati Uniti.
Da domenica, alcuni coloni avevano circondato tre abitazioni, piazzato tende nei cortili e impedito agli abitanti di entrare e uscire, con acqua ed elettricità interrotte. Nelle case sono rimaste circa quindici persone, compresi due bambini.
L’esercito israeliano è intervenuto, ha definito illegale l’assedio e ha smantellato alcuni avamposti, ma i coloni sono tornati.
Gli attivisti israeliani provano a portare cibo
Nelle ultime ore anche un piccolo gruppo di attivisti israeliani ha raggiunto l’area delle abitazioni assediate portando del cibo.
Secondo quanto riferito dal Times of Israel, però, la polizia di frontiera non avrebbe consentito loro di avvicinarsi alle case e gli aiuti sarebbero stati lasciati a diversi metri dagli ingressi. Nel frattempo alcuni coloni estremisti sono tornati nella zona e hanno rimontato una delle tende precedentemente rimosse. L’Idf ha successivamente riferito che la struttura è stata nuovamente smantellata.
La pressione di Washington
Ed è qui che Qusra diventa un caso politico. Perché questa volta la pressione arriva direttamente da Washington. Gli Stati Uniti chiedono a Netanyahu di condannare pubblicamente l’assedio. L’ambasciatore americano in Israele Mike Huckabee, sostenitore degli insediamenti, ha definito i responsabili “terroristi israeliani”. Secondo funzionari americani e israeliani citati da Reuters, la Casa Bianca vuole che Netanyahu prenda posizione. Lui, finora, non lo ha fatto.
Il punto è semplice: quanto può Netanyahu prendere le distanze dai coloni senza mettere in difficoltà la propria maggioranza e quanto può restare in silenzio senza irritare Trump?
Anche Parigi condanna i coloni
Alla pressione americana si è aggiunta quella francese. Parigi ha condannato «con la massima fermezza» l’occupazione delle abitazioni palestinesi di Qusra e le violenze contro i civili.
Il Quai d’Orsay ha chiesto alle autorità israeliane di arrestare e processare i responsabili e di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la popolazione civile palestinese, richiamando gli obblighi previsti dal diritto internazionale.
Netanyahu e l’incognita endorsement Trump
La domanda arriva nel momento peggiore. Israele vota il 27 ottobre e Netanyahu è in difficoltà nei sondaggi: la sua coalizione è accreditata di 49-53 seggi, sotto i 61 necessari per formare un governo, mentre Trump non ha ancora dato l’endorsement che Bibi spera di ottenere.
Nelle ultime settimane gli è stato chiesto quattro volte: quattro volte ha evitato di schierarsi. L’opposizione, secondo le rilevazioni citate da Axios, sarebbe invece tra 67 e 70 seggi: una distanza che spiega perché Trump, per ora, preferisca non mettere il proprio peso nella bilancia.
È un’assenza significativa per un presidente che non ha esitato a intervenire nelle elezioni straniere, sostenendo tra gli altri Javier Milei e Viktor Orbán. Con Netanyahu, invece, Trump per ora si ferma. E alcuni dei principali avversari di Bibi, Gadi Eisenkot, Naftali Bennett e Yair Lapid, hanno fatto arrivare ai suoi collaboratori un messaggio preciso: restare neutrali.
Il rapporto tra Trump e Netanyahu
Il rapporto tra i due resta forte, ma non è più automatico. Le divergenze sono aumentate su Iran, Gaza e Libano; l’ultimo strappo è arrivato con il rifiuto pubblico di Netanyahu del piano americano per il disarmo di Hamas.
Per Trump, sempre più, le esigenze elettorali di Bibi sembrano essere un problema da gestire, non una campagna da sostenere.
Ed è proprio questo il nodo di Qusra. Netanyahu ha bisogno di Trump, ma anche dei partiti e degli elettori più a destra, per i quali gli insediamenti in Cisgiordania restano una priorità. Una condanna netta dei coloni gli permetterebbe di rispondere a Washington, ma rischierebbe di irritare una parte della maggioranza. Il silenzio protegge l’equilibrio interno, ma lascia la Casa Bianca davanti a un alleato che non sembra disposto a seguirne fino in fondo la linea.
Il dilemma dei coloni
Qusra rende la contraddizione concreta: l’esercito israeliano è dovuto intervenire contro cittadini israeliani per rimuovere strutture illegali e proteggere residenti palestinesi. Le immagini di militari che pregavano insieme ai coloni hanno aggravato l’imbarazzo.
Il ministro della Difesa Israel Katz ha intanto aperto alla possibilità di trasferire alla polizia l’applicazione della legge sui civili israeliani in Cisgiordania.
Non è più soltanto una questione di ordine pubblico. È una questione di governo e di politica estera. La Cisgiordania è il terreno sul quale Netanyahu deve dimostrare a Trump di saper controllare anche gli alleati più radicali, senza perdere il sostegno della destra che gli serve per restare al potere.
Netanyahu tra Washington e la sua destra
I cinque italiani sono usciti dall’assedio. Netanyahu, invece, resta dentro il suo: deve scegliere quanto spingersi verso Washington senza perdere la propria destra e quanto spingersi verso la propria destra senza perdere Trump. A poco più di due mesi dal voto, Qusra gli presenta il conto di una strategia costruita finora sull’arte di tenere insieme entrambi.































