Nel discorso alla nazione il presidente americano Trump torna a contestare le elezioni del 2020. Accusa la Cina di aver raccolto dati su milioni di elettori. E rende pubblici documenti dell’intelligence che, secondo lui, dimostrano il tentativo di influenzare la sua rielezione VIDEO
Come annunciato, Donald Trump è tornato a mettere in discussione le elezioni presidenziali del 2020. Ha accusato la Cina di aver raccolto dati su oltre 220 milioni di elettori americani. E presentato la vicenda come «la più grande compromissione di dati elettorali della storia».
Nel discorso alla nazione pronunciato giovedì sera, il presidente ha annunciato la declassificazione di centinaia di pagine di documenti dell’intelligence, sostenendo che dimostrerebbero un tentativo di Pechino di ostacolare la sua rielezione nella sfida contro Joe Biden.
Trump ha utilizzato parole come «Deep State», «elezioni truccate e rubate», «cospirazione», «manipolazione», «frode» e «insabbiamento». Il messaggio centrale del suo intervento è stato che la sconfitta del 2020 non sarebbe dipesa soltanto dalla volontà degli elettori, ma dall’azione di forze interne e straniere interessate a impedirgli di restare alla Casa Bianca.
Secondo Trump, il governo cinese avrebbe avuto accesso, nell’arco di diversi anni, a milioni di file contenenti nomi, indirizzi e numeri di telefono degli elettori statunitensi.
Il presidente ha accusato gli apparati federali di aver nascosto o minimizzato la portata della vicenda e ha sostenuto che Pechino volesse impedirgli di ottenere un secondo mandato.
L’introduzione
Non la riportiamo letteralmente, è quella che fa sempre e la potete vedere nel video allegato o in ogni intervista. L’America due anni fa era morta, ora è “hot”, di più più, “hottest”.
L’America due anni fa era morta, ora è la più potente, i soldi scorrono, i prezzi scendono del 90%, il lavoro, record, storia, hottest, tasse finite, medicine a disposizione, i nipoti saranno ricchi, e poi il muro, zero, zero immigrati entrati. La guerra purtroppo, ma la forza militare più potente. E soprattutto fidatevi. Neanche il finale riportiamo. Licenzierà chiunque abbia coperto la sua presunta vittoria su Biden. Lo perseguiterà a vita.
E poi il grande annuncio.
Che cosa contengono i documenti
I dossier declassificati descrivono però un quadro più articolato rispetto a quello illustrato dal presidente. I documenti indicano che soggetti collegati alla Cina hanno raccolto grandi quantità di dati sugli elettori statunitensi, ma precisano che queste informazioni erano, in molti casi, pubblicamente disponibili oppure acquistabili attraverso banche dati commerciali.
Non è inoltre chiaro come Trump sia arrivato alla cifra di 220 milioni di file. In una tabella contenuta nei documenti, in gran parte oscurati, vengono citati circa 204 milioni di dati acquisiti già nel 2016.
Il possesso di questi archivi può consentire di ricostruire il profilo degli elettori, preparare attacchi informatici mirati o alimentare campagne di influenza. Non permette però di modificare direttamente i voti o di alterare il risultato complessivo di un’elezione.
Nei documenti compare anche una serie di memorandum redatti nel 2020 da Chris Porter, alto funzionario dell’intelligence informatica, secondo il quale Pechino avrebbe compiuto alcuni passi preliminari per cercare di danneggiare le possibilità di rielezione di Trump.
Il dissenso nell’intelligence
Quella di Porter rappresentava tuttavia una posizione minoritaria all’interno della comunità d’intelligence americana.
La valutazione prevalente sosteneva che la Cina non avesse cercato di influenzare l’esito della sfida presidenziale tra Trump e Biden. Lo stesso Porter concordava con la conclusione generale secondo cui non esistevano informazioni che dimostrassero un tentativo cinese di interferire direttamente nei processi elettorali.
I suoi memorandum parlavano di possibili messaggi pubblici, capacità ancora iniziali di influenza clandestina online e utilizzo di pressioni diplomatiche ed economiche. Le conclusioni erano però accompagnate da un livello di attendibilità «basso-medio», segnale della mancanza di prove robuste.
Altri funzionari dell’intelligence ritenevano invece che la leadership cinese avesse scelto di non intervenire perché interessata a preservare una certa stabilità nei rapporti con gli Stati Uniti.
Le parti più rilevanti dei documenti restano oscurate e non consentono di ricostruire completamente gli elementi sui quali Porter e un altro funzionario fondavano i loro dubbi.
I deepfake e il materiale contro Trump
In uno dei passaggi declassificati si parla della raccomandazione rivolta alla Cina di raccogliere «materiale compromettente» su Trump e di renderlo sensazionale al momento opportuno. Non ci sono tuttavia prove che quella raccomandazione sia stata messa in pratica.
Un altro documento riferisce che Pechino avrebbe sperimentato la creazione di deepfake, immagini o video manipolati, per screditare il presidente. Anche in questo caso, a causa delle numerose parti oscurate, non è possibile stabilire se la Cina sia andata oltre una fase sperimentale.
Secondo i funzionari dissenzienti, organizzazioni cinesi sarebbero inoltre state utilizzate per incoraggiare proteste negli Stati Uniti e reti di influenza filocinesi avrebbero diffuso messaggi contro l’amministrazione Trump.
Nel discorso alla nazione, il presidente ha presentato questi elementi come le componenti di un’operazione coordinata e molto più vasta.
«A metà del 2019, la strategia del governo cinese contro gli Stati Uniti era concentrata sull’indebolimento della fiducia interna nel presidente americano», ha detto Trump. «Volevano far sembrare che il vostro presidente non fosse poi così bravo, mentre in realtà ha fatto un lavoro straordinario».
La reazione della Cina alle parole di Trump
Da Pechino è arrivata una risposta ferma ma misurata. Il portavoce del ministero degli Esteri, Lin Jian, ha respinto le accuse di Donald Trump, sostenendo che la Cina «non ha alcun interesse a interferire nelle elezioni degli Stati Uniti e non lo ha mai fatto». Secondo il governo cinese, le affermazioni del presidente americano «mirano a screditare la Cina». Il portavoce ha inoltre accusato Washington di interferire «arbitrariamente» negli affari interni di altri Paesi.
Pechino ha evitato di alzare ulteriormente i toni. Anche sui social cinesi i commentatori nazionalisti, solitamente molto attivi contro gli Stati Uniti, hanno mantenuto un profilo insolitamente basso.
La studiosa Sun Yun, dello Stimson Center di Washington, osserva che, nonostante la retorica del presidente americano sia stata «decisamente dura», negli ultimi mesi si è accumulato un certo capitale di fiducia nei rapporti bilaterali, sufficiente a garantire una certa resilienza alla relazione tra Trump e il presidente cinese Xi Jinping.
A Pechino prevale inoltre la convinzione che Trump stia utilizzando ancora una volta la cosiddetta «China card», rilanciando lo scontro con la Cina per rafforzare il consenso interno.
Le nuove indagini ordinate all’Fbi
Trump ha annunciato di aver ordinato all’Fbi e alle altre agenzie federali di indagare sulle interferenze elettorali e sulle presunte operazioni di insabbiamento compiute dagli apparati dello Stato.
Il presidente ha così rilanciato le accuse contro il cosiddetto Deep State, sostenendo che funzionari dell’intelligence, esponenti democratici, media e governi stranieri avrebbero avuto interesse a impedirgli di vincere nel 2020 e a nascondere successivamente le loro responsabilità.
Il discorso riapre quindi una vicenda sulla quale erano già state condotte numerose indagini e che Trump continua a considerare centrale nel racconto della propria presidenza. Nel suo intervento ha citato per sette volte le elezioni del 2020, senza affermare esplicitamente di averle vinte, ma continuando a descriverne il risultato come sospetto.
Non ha invece sollevato dubbi sulla legittimità delle elezioni del 2016 e del 2024, entrambe vinte da lui.
Il SAVE America Act e la stretta sul voto
Trump ha utilizzato il discorso anche per chiedere al Congresso di approvare il SAVE America Act, la legge sostenuta dalla Casa Bianca per modificare le regole elettorali federali.
Il provvedimento prevede l’obbligo di dimostrare la cittadinanza americana al momento della registrazione nelle liste elettorali e l’introduzione di un documento di identità con fotografia per poter votare.
Il presidente sostiene che queste misure siano necessarie per impedire frodi, registrazioni illegali e interferenze straniere. I repubblicani al Senato gli hanno però fatto sapere più volte di non disporre dei voti necessari per approvare la legge.
«Un danno enorme è stato provocato al nostro Paese», ha dichiarato Trump. «Le nostre elezioni sono state lasciate vulnerabili alla possibilità di essere truccate e rubate e la fiducia del popolo americano è andata perduta. Non possiamo permettere che continui».
Lo sguardo alle elezioni del 2026
Il discorso non riguarda soltanto la sconfitta contro Biden. A meno di quattro mesi dalle elezioni di metà mandato, Trump ha iniziato a sollevare dubbi anche sulla regolarità del voto del 2026, nel quale il Partito repubblicano rischia di perdere consensi e seggi al Congresso.
Il presidente ha lasciato intendere che un’eventuale sconfitta dei suoi candidati potrebbe non rappresentare un risultato pienamente legittimo. Le accuse sulla Cina e sul 2020 diventano così anche il presupposto per chiedere nuove regole, avviare indagini federali e preparare una contestazione preventiva delle prossime elezioni.
I limiti indicati dagli stessi dossier
Gli stessi documenti declassificati sottolineano che le motivazioni della raccolta dei dati da parte di soggetti collegati alla Cina non sono note e che non esistono elementi per stabilire che quelle informazioni siano state utilizzate per manipolare il voto.
Un memorandum afferma che Cina, Russia, Iran e Corea del Nord dispongono della capacità tecnica di accedere ad alcuni sistemi informatici collegati alle elezioni. I database delle registrazioni elettorali e i siti web locali sarebbero i bersagli più vulnerabili.
Anche i sistemi utilizzati per il conteggio dei voti potrebbero essere esposti ad attacchi circoscritti. Secondo gli analisti, sarebbe però estremamente difficile manipolarli su una scala abbastanza vasta da cambiare il risultato nazionale senza che l’operazione venga scoperta.
Un documento cita infine un episodio del gennaio 2022, quando soggetti allineati con il governo cinese ottennero dati pubblici relativi agli elettori di Colorado, Connecticut, Florida, Michigan, Oklahoma e Rhode Island. Tentarono inoltre, senza successo, di scaricare un modulo per la registrazione elettorale dell’Ohio.
Quelle informazioni avrebbero potuto essere utilizzate per attacchi informatici contro singoli elettori o per campagne di influenza. Ma la conclusione dello stesso rapporto resta prudente: «Le reali motivazioni della raccolta di queste informazioni sono sconosciute».

































