Dal Deep State ai cinesi, dall’Iran alla Corte Suprema passando per i “comunisti”: Donald Trump continua a costruire la propria narrazione politica attorno alla ricerca di avversari da combattere
«Tanti nemici, tanto onore», diceva un famigerato dittatore italiano nella prima metà del Novecento. Una frase che tuttavia il Presidente americano Donald Trump sembra proprio aver fatto sua, non tanto per il fatto di ripeterla verbalmente (Dio ce ne scampi!), ma più che altro nel farne prassi politica, ricercando ossessivamente il nemico da combattere. Si, perché se c’è una cosa ormai chiara è che il tycoon non sa perdere, e ultimamente ha perso parecchio volte.
Certo, il boccone più amaro rimane quello delle elezioni del 2020, da sempre considerate falsificate da Trump, come ribadirà sicuramente anche nella notte durante il suo discorso televisivo in primetime. Questa volta le accuse ricadranno inevitabilmente sulla Cina, che avrebbe ottenuto l’accesso a dati elettorali statunitensi durante il ciclo elettorale del 2020, nonostante la valutazione ufficiale della comunità d’intelligence statunitense fosse, con “alta fiducia”, che la Cina non avesse implementato sforzi di interferenza per influenzare l’esito finale della sfida tra Trump e Biden.
Il Deep State come bersaglio politico permanente
Pechino è più che altro una scusa per tornare alla carica contro il Deep State, ovvero quell’insieme di funzionari del Dipartimento di Stato, del Pentagono della Cia e delle altre agenzie d’intelligence, contro il quale ogni politico americano può ciclicamente scagliarsi per riscuotere il plauso dell’elettorato. Anche se poi i vari Presidenti sembrano puntualmente andare a nozze con il suddetto Deep State, e Trump non fa eccezione, vedasi Venezuela e Iran.
L’attacco serve anche e soprattutto per perorare la causa di una stretta sulle leggi elettorali, come l’obbligo di carta d’identità e limitazione del voto per posta, oltre che a fornire l’assist per eventuali nuove epurazioni ai vertici delle agenzie d’intelligence.
Sullo sfondo, un secondo anno di mandato presidenziale che era iniziato sotto i migliori auspici, con la cattura del Presidente venezuelano Nicolas Maduro e la successiva gestione “mandataria” del Venezuela. Da lì, però, è andato tutto male, e la colpa ovviamente è dei nemici del Presidente.
La Corte Suprema e lo scontro con le istituzioni americane
Si va dalla Corte Suprema, macchiatasi di un doppio affronto, prima con la pronuncia di incostituzionalità in merito ai dazi universali voluti da Trump, poi con la dichiarazione di incostituzionalità dell’ordine esecutivo presidenziale che sospendeva di fatto lo Ius Soli negli Stati Uniti.
Si prosegue con i “comunisti” e “radicali socialisti”, colpevoli di aver montato su un caso nazionale per i raid dell’ICE in Minnesota, costati la vita a due cittadini americani. Proprio riguardo alla sinistra estrema, tra l’altro, si è svolta ieri anche un’apposita conferenza, intitolata The Resurgence of Political Terrorism. Arriviamo infine ai perfidi iraniani, meritevoli, in quanto nemici di Israele, di un attacco preventivo, trasformatosi in quella che potrebbe diventare una delle peggiori debacle strategiche della Storia degli Stati Uniti.
Forse anche per questo, Trump ha optato per non dar seguito al Memorandum d’Intesa siglato con Teheran, e tentare nuovamente la via del conflitto nella speranza di strappare condizioni migliori. Nella giornata di ieri si è consumato l’ormai consueto scambio di attacchi, con le forze armate americane che hanno preso di mira obiettivi nel sud del Paese e i Pasdaran che hanno risposto colpendo le basi americane in Kuwait, Bahrain e nel Kurdistan iracheno.
Lo Stretto di Hormuz e la minaccia sul commercio globale
Sullo sfondo, uno Stretto di Hormuz che ieri ha visto transitare meno di dieci navi, dando molta più validità alle affermazioni di Teheran riguardo alla chiusura dello Stretto rispetto a quelle del Presidente americano, che parla invece di uno Stretto «aperto a tutti» meno che all’Iran. Già mercoledì diversi media statunitensi avevano riferito che Trump starebbe valutando un’espansione degli attacchi contro l’Iran, ad esempio colpendo infrastrutture critiche come centrali elettriche e dighe.
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Secondo quanto riportato ieri da Reuters, in previsione di tale escalation Teheran ha chiesto agli alleati Houthi dello Yemen di tenersi pronto a bloccare la rotta petrolifera del Mar Rosso, come già fatto tra la fine del 2023 e l’inizio del 2024. Secondo la fonte citata da Reuters, il gruppo avrebbe completato i preparativi per attaccare il traffico marittimo, schierando missili e droni nei pressi dello stretto di Bab el-Mandeb.
Così, spostando di volta in volta la sua attenzione da un nemico all’altro, il tycoon continua a muoversi con grande impaccio nel suo secondo e ultimo mandato presidenziale, talvolta finendo per attaccare anche figure super partes mai aggredite verbalmente da un Presidente americano, come nel caso di Papa Leone XIV, o persino inveterati alleati storici, come la premier Giorgia Meloni. Dall’ira funesta del Presidente americano, per parafrasare l’immortale Poeta greco, nessuno può dirsi veramente al sicuro.





























