17 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

17 Lug, 2026

Morando: «Serve il ballottaggio. Il Pd? Prima il progetto, poile alleanze»

L’ex senatore del Pd Enrico Morando commenta la legge elettorale appena approvata alla Camera e dice la sua sul centrosinistra


Il voto segreto che ha fatto cadere l’emendamento della maggioranza sulle preferenze, il futuro della riforma elettorale e il ruolo del centrosinistra. Enrico Morando, ex viceministro dell’Economia e storico esponente del Partito Democratico, legge quanto accaduto alla Camera come un nuovo segnale delle difficoltà politiche della premier Giorgia Meloni. Ma le sue critiche si concentrano soprattutto sulla legge elettorale: senza il ballottaggio, sostiene, resterà concreto il rischio di un Parlamento senza maggioranza e di un ritorno ai governi tecnici o di larghe intese.

Senatore, partiamo dalla giornata di martedì. Si aspettava la sconfitta della maggioranza sull’emendamento sulle preferenze e i festeggiamenti del centrosinistra?

«La sconfitta della maggioranza, francamente, sì. I festeggiamenti un po’ meno. È stata certamente una battuta d’arresto per Giorgia Meloni e un colpo alla sua credibilità come leader della destra-centro. Ma non credo che ci sia un particolare merito delle opposizioni: il voto segreto serviva semplicemente a verificare contraddizioni che nella maggioranza esistono già. Piuttosto, questo episodio conferma una serie di errori politici che la presidente del Consiglio sta accumulando negli ultimi mesi. Penso, per esempio, alla riforma della giustizia: viene presentata come una riforma liberale, costruita per rafforzare il diritto dei cittadini a un giusto processo, ma poi viene difesa durante la campagna referendaria con argomenti che sembrano più orientati a colpire i magistrati che ad affermare un principio di garanzia. Sono contraddizioni che inevitabilmente producono conseguenze politiche».

Veniamo alla riforma elettorale. Lei ha espresso diverse perplessità. Sono soprattutto di natura politica?

«Esattamente. Sul piano costituzionale molti dei profili più problematici della prima versione del testo sono stati attenuati. Sul piano politico, invece, resta un problema enorme: se davvero tutti dichiarano di voler evitare governi tecnici, governi del Presidente o larghe coalizioni, allora bisogna costruire una legge elettorale coerente con quell’obiettivo. E lo strumento fondamentale è il ballottaggio».

Perché considera così grave la sua eliminazione?

«Perché produce una contraddizione evidente. La versione originaria della riforma lo prevedeva, poi è stato cancellato. Contemporaneamente è stata alzata dal 40 al 42 per cento la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza. In pratica si rende più difficile raggiungere la soglia e, nello stesso tempo, si elimina lo strumento che avrebbe consentito agli elettori di attribuire comunque una maggioranza certa. Così il rischio di un Parlamento senza una maggioranza resta praticamente identico a quello dell’attuale sistema».

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Perché, secondo lei, gli alleati della premier non vogliono il ballottaggio?

«Perché i partiti più piccoli preferiscono esercitare il proprio potere di condizionamento prima del voto. Pensiamo a una forza più radicale come quella riconducibile a Roberto Vannacci: senza ballottaggio aumenta il suo peso nella trattativa con il partito principale della coalizione. Con un secondo turno, invece, quel potere diminuisce, perché gli elettori tendono naturalmente a convergere sulla coalizione di riferimento. Lo stesso discorso vale anche per il centrosinistra: il ballottaggio svolge una funzione centripeta, rafforza la capacità del partito maggiore di guidare la coalizione»

L’altro tema è quello delle preferenze. La bocciatura dell’emendamento lascia ancora tutto nelle mani delle segreterie?

«Questo è il vero problema. Personalmente preferirei un sistema fondato sui collegi uninominali, perché lì gli elettori scelgono direttamente il candidato del territorio. Ma se quella strada non viene percorsa, allora servono le preferenze. Altrimenti saranno ancora i segretari dei partiti a nominare praticamente tutto il Parlamento. È una distorsione della rappresentanza che contribuisce anche all’astensionismo, perché gli elettori finiscono per percepire di non poter incidere davvero né sulla scelta del governo né su quella dei parlamentari».

Passando al centrosinistra: lei allargherebbe la coalizione anche ai centristi?

«La coalizione deve essere la più ampia possibile. L’errore delle ultime elezioni politiche è stato presentarsi divisi. Naturalmente devono farne parte tutti coloro che condividono un progetto di governo. Ma il vero tema non è chi entra o chi esce. La questione decisiva è se esista un partito capace di guidare quella coalizione con una linea politica chiara e una proposta credibile di governo. Prima si definisce il progetto, poi si costruiscono le alleanze. A quel punto, più larga sarà la coalizione e minori saranno le possibilità che la destra vinca grazie alle divisioni delle opposizioni, dunque, il nodo deve essere sciolto dal Pd».

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