14 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Lug, 2026

Allegri al San Carlo, il manifesto del «corto muso»

Dal teatro simbolo di Napoli al Maradona, il debutto di Massimiliano Allegri tra lirica, calcio e filosofia del «corto muso». Sullo sfondo, il futuro della Nazionale e le contraddizioni del calcio moderno


Va pensiero, quale che sia il pensiero: ebbe la sua prima al San Carlo, Napoli, il teatro lirico più antico del mondo (arrenditi, Scala) il “Nabucco” di Giuseppe Verdi, con le sue ali dorate e quel coro che fa concorrenza ai “Fratelli d’Italia”, “’O sole mio” e “Volare” (aggiungeteci “Bella ciao” se volete tinteggiarvi da antifascisti naturali) come identificatore nazionale anche se l’inno vero è uno solo.

È quello dell’ “elmo di Scipio” che tutti sappiamo, ma se andassimo qualche verso più giù troveremmo che «i bimbi d’Italia si chiaman Balilla» ed anche una domanda retorica che Mameli avanzava, «chi vincer ci può?»: il poeta eroe non sapeva di calcio né poteva saperne, giacché ancora non c’era, altrimenti avrebbe saputo della Macedonia del Nord e della Bosnia, che peraltro non c’erano neppure loro… e nemmeno l’Italia che, a dirla tutta, era «solo un’espressione geografica», parola di principe. Di Metternich.

Il debutto di Allegri

E la sua prima napoletana, in questo tesoro partenopeo e mondiale dove perfino Paganini che non ripeteva si smentì suonando in due concerti a pochi giorni di distanza, la ha avuta, “si parva licet”, Massimiliano Allegri.

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Nonostante il luogo sacro, non aspettatevi dal Signor Max una regia raffinata, scuola Luchino Visconti e quell’“Egmont”, testo di Goethe e musica di Beethoven che entusiasmò il teatro, né un McFratm che balli imperioso ed acrobatico come Nureyev, il ballerino che trasformò l’uomo da comprimario a protagonista (anche McFratm ciò è stato nella “danza del pallone”), e neppure, anche disponendo di tutti i tenori di cui disporrà, acuti da Caruso o Pavarotti. Non fanno parte del suo credo calcistico formatosi in un “gabbione” sul mare della sua Livorno e rinforzato dalle “esperienze di fede” (la nostra è “solidarietà equina” che Mandrake invocava per strappare un prestito allo squattrinato Avvocato De Marchis in “Febbre da cavallo”) vissute all’ippodromo dell’Ardenza nel segno del “corto muso”.

Niente show, solo aziendalismo

Non aspettatevi lo show: non è nello stile, neppure quando Adani lo provoca con elucubrazioni da “calciodeliri”. Racconta qualcuno che nelle due ore e passa di intrattenimento, ma non di spettacolo, al San Carlo abbia parlato senza dire. Se non una concessione alla tradizionale scaramanzia del corniciello, giacché ha detto di voler essere in corsa a marzo per tutti i trofei ma già ha imparato a non dire scudetto, come il Trap suggeriva per il gatto finché non fosse nel sacco. Un’altra all’emozione di diventare “napoletano”, e chi non s’emozionerebbe all’idea? E un’altra ancora alla manifestazione di un personale postulato: «Io sono un aziendalista». Che, se ci si riflette, è, teoricamente, più una dote che non un difetto, se non derapa nell’essere più realisti del re. Il quale Re Aurelio, nel frattempo, ha trovato il solito microfono per dire la sua contro Leghe varie, Uefa e Fifa, che sarebbe difficile, in linea di massima, dargli torto visto quante ne combinano in giro per il mondo e il mondiale.

La panchina azzurra

Allegri al San Carlo, e dunque presto al San Paolo che adesso è il San Diego, con Maradona riapparso in questi giorni con tutta la divinità (calcistica s’intende) della “mano de Diòs” e del “barilete cosmico” da rivisitare stasera contro l’Inghilterra di “Hey, Jude!”: non era in palinsesto un mesetto fa, quando Max sembrava uno dei maggiori candidati al “soglio azzurro” che ne aveva, e ne ha, più della poltrona di premier per il Campo largo, anche se quello di calcio è meno largo…

È qui che si rincorrono le voci. Da Guardiola a Pirlo (la variazione è stata bollata da qualcuno: «siamo su Scherzi a parte?») perché Conte o Mancini costano cari (e Pep, allora?). In fondo, si suggerisce, il Maestro Pirlo sarebbe un po’ come fu l’altro Lionel, Scaloni, quando assunse il ruolo di cittì argentino. Che poi un mondiale l’ha vinto e in questo è ancora in gioco, almeno per 24 ore. E a noi, in fondo, basterebbe qualificarci la prossima volta…

Il caso Fedior

Volendo, intanto, si potrebbe portare una novità woke nello staff medico. È stato appena liberato il dottor Fedior che seguiva le vicende sanitarie dei giocatori del Senegal i quali, parola di Abdoulayé Fall, il presidente della Federcalcio del luogo, «non erano molto convinti di lui». Sarà perché, dopo dieci anni di visite e cure, s’è scoperto che era un ginecologo? Ci sembra una deriva non da poco nella “gender equality”.

Poveri “leoni del Teranga” trattati da leonesse! E anche sui pasti c’è poi da ridire. Non erano stati dotati di cuoco né di vivande e per pranzo e per cena dovevano usare una app di consegna a domicilio. Agli azzurri non sarebbe successo: di solito viaggiano con quintali di pasta, “pummarola” e parmigiano. Di solito? No, di solito non viaggiano…

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