25 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Giu, 2026

Trump urla, i repubblicani fanno marcia indietro sull’Iran

Dopo aver approvato una risoluzione bipartisan per limitare i poteri di guerra del presidente sull’Iran, i senatori repubblicani provano a riparare lo strappo con un nuovo voto notturno. La mossa non cancella il precedente. Ma serve a placare Trump, furioso


Prima lo scontro a pranzo. Poi la riparazione dopo cena. Nel giro di poche ore, il Senato repubblicano ha prima incassato l’ira di Donald Trump per il voto bipartisan sui poteri di guerra in Iran, poi ha provato a rimediare portando in Aula una nuova risoluzione quasi identica e bocciandola in tarda serata.

Il voto, 50 contrari e 47 favorevoli, con un senatore presente, non cancella la risoluzione approvata il giorno prima, che chiedeva al presidente di fermare la guerra contro l’Iran o di ottenere l’autorizzazione del Congresso per proseguirla. Ma il significato politico è evidente: dopo la sfuriata di Trump, i leader repubblicani hanno cercato di placare il presidente e di ricompattare il partito.

LEGGI Rutte: «500 aerei Usa da basi in Italia per Epic Fury». La Difesa: «Rispettiamo i trattati»

La retromarcia del Gop

Martedì il Senato aveva approvato una risoluzione sui poteri di guerra con il sostegno dei democratici e di alcuni repubblicani. Era stata la più forte rottura bipartisan finora sulla gestione del conflitto in Iran da parte di Trump.

Il giorno dopo, però, i repubblicani hanno portato in Aula una misura quasi identica per respingerla. La mossa è stata presentata come una sorta di nuovo voto, ma in realtà non annulla né supera quello precedente. La risoluzione approvata martedì resta adottata. Il voto notturno serve soprattutto a mandare un messaggio politico alla Casa Bianca.

L’ira di Trump

Trump era arrivato al Congresso per un pranzo a porte chiuse con i senatori repubblicani. Secondo i presenti, il presidente ha attaccato duramente chi aveva votato con i democratici, accusando i ribelli di indebolirlo nel negoziato con Teheran.

La tensione è esplosa soprattutto con Bill Cassidy, senatore della Louisiana, che aveva contestato alla Casa Bianca la mancanza di trasparenza sulla guerra in Iran. Il confronto sarebbe degenerato in uno scambio molto acceso. Poche ore dopo, Cassidy è stato convocato alla Casa Bianca per un briefing con il vicepresidente JD Vance e Steve Witkoff, inviato speciale del presidente.

Cassidy cambia voto

Dopo l’incontro, Cassidy ha cambiato posizione. «Stavo per votare sì, ma questa sera ho avuto un briefing completo», ha spiegato subito dopo aver votato contro la nuova risoluzione. «Sono rassicurato», ha aggiunto.

Anche Rand Paul, che il giorno prima aveva votato per limitare i poteri del presidente, ha modificato il proprio comportamento, scegliendo di votare presente. Paul ha detto che le parole di Trump durante il pranzo con i senatori hanno pesato sulla sua decisione, pur senza cambiare la sua posizione di principio sul ruolo del Congresso nel dichiarare guerra.

Il voto che non cancella nulla

Trump ha celebrato il voto notturno sui social, ringraziando i leader repubblicani e sostenendo falsamente che il Senato avesse «cambiato voto sull’Iran». Secondo il presidente, la nuova decisione «mette l’Iran in guardia».

Ma sul piano procedurale non è così. Il voto di mercoledì non rescinde né cancella quello approvato martedì. Si è trattato della bocciatura di una mozione per procedere su una misura simile. La risoluzione già adottata resta nella posizione in cui si trovava prima.

Il senatore democratico Tim Kaine, promotore della misura, ha sintetizzato così: «Quel treno è già partito». E ha ricordato che il suo testo può essere riportato al voto in un altro momento.

Il partito prova a contenere lo scontro

La sequenza mostra fino a che punto i leader repubblicani siano disposti a muoversi per contenere l’ennesimo scontro tra Trump e i senatori del suo stesso partito. Da una parte c’è il presidente, deciso a difendere la propria libertà d’azione militare in Iran. Dall’altra ci sono parlamentari sempre più inquieti per un conflitto iniziato senza una chiara autorizzazione del Congresso e senza informazioni considerate sufficienti.

La giornata era cominciata già in modo turbolento. Trump aveva annullato all’improvviso la cerimonia di firma di una legge bipartisan sulla casa, che i repubblicani consideravano un risultato utile in vista delle elezioni di metà mandato. Il presidente l’ha liquidata come una misura «minore» e ha chiesto invece al partito di concentrarsi su una legge elettorale che, secondo gli stessi repubblicani, non ha i voti per avanzare.

La guerra resta il problema

Il nodo vero resta l’Iran. Trump ha chiesto al Congresso di approvare 87,6 miliardi di dollari di spese aggiuntive per la guerra e per altri programmi non collegati al conflitto. Ma la richiesta appare già in salita al Senato.

Le tensioni, dunque, non si chiudono con il voto notturno. La retromarcia repubblicana serve a dare a Trump una vittoria simbolica dopo la sua esplosione di rabbia. Ma non elimina il problema politico: una parte del Gop non vuole continuare a concedere carta bianca al presidente sulla guerra in Iran.

Per Trump, ogni voto che limiti i suoi poteri indebolisce il negoziato con Teheran. Per i senatori più critici, invece, il punto è opposto: nessuna guerra può continuare senza un controllo del Congresso. La frattura resta aperta. Anche se, per una notte, i repubblicani hanno provato a ricucirla davanti al presidente.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA