Con 50 voti favorevoli e 48 contrari, il Senato Usa ha approvato una risoluzione simbolica per chiedere al presidente di fermare la guerra in Iran o ottenere l’autorizzazione del Congresso. Trump reagisce su Truth: «Ho l’Iran alle corde e il Senato vota sul War Powers Act»
«Dunque, ho l’Iran alle “corde”, pronto ad andare giù per la caduta, disposto a darci praticamente qualsiasi cosa, e per la prima volta in decenni, a rispettare dannatamente tanto gli Stati Uniti e il loro Presidente, ME. E il Senato degli Stati Uniti decide di tenere una votazione sul War Powers Act mal temporizzata e priva di significato. Dicendo allo sponsor numero uno del terrorismo nel mondo che agli Stati Uniti non piace quello che gli sto facendo, e che devo fermarmi».
«E così facendo ha fornito aiuto e conforto al Nemico. Quattro Perdenti Repubblicani hanno votato con i Dumocratici (gioco di parole tra Dumb, stupito e Dem, di Trump, ndr). e l’Iran ha chiesto ai miei: “Che cosa significa tutto questo?”. Questi senatori hanno appena reso il mio lavoro più difficile, ma lo porterò a termine, in un modo o nell’altro, perché io porto sempre a termine! Presidente DJT»

E così facendo ha fornito aiuto e conforto al Nemico. Quattro Perdenti Repubblicani hanno votato con i Dumocratici (gioco di parole tra Dumb, stupito e Dem, di Trump, ndr). e l’Iran ha chiesto ai miei: “Che cosa significa tutto questo?”. Questi senatori hanno appena reso il mio lavoro più difficile, ma lo porterò a termine, in un modo o nell’altro, perché io porto sempre a termine! Presidente DJT»
La decisione del Senato
Non l’ha preso bene, Trump, il voto del Senato degli Stati Uniti che ha scelto di limitarne i poteri di guerra in Iran e chiedere la fine delle operazioni militari senza un’autorizzazione esplicita del Congresso. Il voto, 50 a 48, è soprattutto simbolico e non obbliga la Casa Bianca a cambiare linea nell’immediato. Ma rappresenta la rottura bipartisan più netta finora con il presidente sulla guerra, arrivata da un Congresso a maggioranza repubblicana. Trump ha ovviamente reagito su Truth. Inopportuno, ha scritto.
Il voto contro Trump
Quattro senatori repubblicani si sono uniti ai democratici, mentre un solo democratico ha votato contro. Il risultato, 50 a 48, segna un passaggio politico raro: una parte del partito del presidente ha scelto di mettere un argine alla sua gestione della guerra.
Il voto non ha forza di legge immediata, perché si tratta di una concurrent resolution. Non richiede la firma del presidente, ma proprio per questo non produce automaticamente effetti vincolanti fuori dal Congresso. Il Parlamento rivendica il proprio ruolo costituzionale sulle decisioni di guerra.
La rottura repubblicana
A sostenere la misura, insieme ai democratici, sono stati i repubblicani Rand Paul, Lisa Murkowski, Susan Collins e Bill Cassidy. Il democratico John Fetterman ha invece votato contro. Due senatori repubblicani assenti hanno contribuito a rendere possibile l’approvazione.
La fronda repubblicana arriva mentre cresce il disagio interno al partito per la guerra in Iran, iniziata senza una richiesta formale di autorizzazione al Congresso. Diversi parlamentari temono il costo economico del conflitto, l’incertezza degli obiettivi e il rischio di un’escalation regionale, mentre il partito si avvicina a elezioni di metà mandato difficili.
Il War Powers Act
Il voto richiama il War Powers Act, nato nel 1973 dopo lo scontro tra il Congresso e Richard Nixon sulla guerra in Vietnam. L’obiettivo era limitare la possibilità del presidente di impegnare unilateralmente le forze armate in conflitti prolungati senza il controllo del Parlamento.
Il senatore democratico Tim Kaine ha ricordato prima del voto che «il potere più solenne del Congresso è dichiarare guerra, non del presidente». Per i sostenitori della risoluzione, il punto non è solo l’Iran, ma il principio: nessuna guerra può continuare senza un mandato politico e costituzionale chiaro.
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Una risoluzione simbolica ma pesante
Gli oppositori sostengono che la misura non avrà effetti concreti. Il presidente della commissione Esteri del Senato, il repubblicano Jim Risch, ha detto che Trump «non le presterà alcuna attenzione». E in effetti il valore giuridico della risoluzione resta incerto.
La Camera aveva già approvato la risoluzione all’inizio del mese, dopo che i leader repubblicani non erano riusciti a tenere compatto il partito.
La rabbia di Trump
La Casa Bianca continua a rivendicare il controllo della politica estera e militare, mentre il Congresso prova a recuperare spazio dopo mesi in cui è rimasto sostanzialmente ai margini. I leader parlamentari sono stati informati con ritardo anche del memorandum d’intesa firmato da Trump con Teheran, mentre i dettagli dell’accordo restano ancora poco chiari.
Il negoziato con Teheran
Il voto arriva mentre l’amministrazione Trump tenta di trasformare il cessate il fuoco con l’Iran in un accordo più stabile. Il vicepresidente JD Vance sta guidando i colloqui in Svizzera, ma le versioni di Washington e Teheran restano divergenti su alcuni punti centrali, dalle ispezioni nucleari allo sblocco dei fondi congelati.
Trump sostiene che l’Iran abbia accettato ispezioni nucleari di alto livello. I funzionari iraniani, invece, affermano di non aver assunto nuovi impegni. Il presidente ha anche detto che manterrà truppe nella regione per poter ripristinare rapidamente un blocco militare dello Stretto di Hormuz, se necessario, pur definendo questa ipotesi «molto improbabile».































