23 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Giu, 2026

Iran-Usa, fondi sbloccati e petrolio: Teheran rivendica il controllo di Hormuz

Mohammed Bagher Ghalibaf

Nei colloqui in Svizzera tra Washington e Teheran si apre la fase tecnica su nucleare e sanzioni. Gli Usa allentano le restrizioni sul petrolio iraniano. Ghalibaf avverte: la gestione dello Stretto di Hormuz «non tornerà mai più» quella di prima della guerra


Il negoziato tra Stati Uniti e Iran entra nella fase più delicata. Washington allenta le sanzioni sul petrolio iraniano e apre alla possibilità di sbloccare una parte dei fondi congelati. Teheran rivendica la gestione dello Stretto di Hormuz, la rotta strategica da cui passa una quota decisiva del traffico energetico mondiale.

Il capo negoziatore iraniano Mohammed Bagher Ghalibaf ha dichiarato che lo Stretto «non tornerà mai più» alla gestione precedente alla guerra. «Naturalmente le norme internazionali saranno rispettate, ma sarà l’Iran a gestire lo Stretto di Hormuz», ha detto secondo i media statali iraniani.

L’Iran ottiene ossigeno economico ma prova a trasformare Hormuz da minaccia militare a leva negoziale permanente. Il tutto mentre proseguono in Svizzera i colloqui con gli Stati Uniti, con gruppi di lavoro su nucleare e sanzioni e una tabella di marcia che dovrebbe portare a un’intesa finale entro 60 giorni.

LA GUERRA GIORNO PER GIORNO

Hormuz, la leva dell’Iran

Lo Stretto, chiuso o limitato durante la guerra, resta la carta più forte di Teheran nella trattativa con Washington. Gli Stati Uniti chiedono libero transito e sicurezza per le rotte energetiche. L’Iran risponde che la navigazione sarà garantita, ma non alle condizioni di prima.

Secondo i media iraniani, i negoziatori di Teheran, tra cui Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, sono arrivati in Oman per discutere un nuovo meccanismo di controllo del traffico navale nello Stretto. L’Iran vorrebbe anche introdurre forme di pagamento o «servizi» legati alla gestione del passaggio. Donald Trump, invece, ha già detto di volere uno Stretto «permanentemente senza pedaggi».

Petrolio e fondi congelati

Sul piano economico, la novità più concreta arriva dagli Stati Uniti. Il Tesoro americano ha autorizzato per 60 giorni la vendita, la consegna e il commercio di petrolio iraniano, consentendo anche transazioni in dollari. È una svolta rispetto alla linea di massima pressione che per anni ha costretto Teheran a vendere greggio con forti sconti e attraverso canali sempre più ristretti.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha spiegato che l’esenzione temporanea nasce dai colloqui «produttivi» in Svizzera. Per l’Iran significa la possibilità di rimettere in circolo una parte importante delle proprie esportazioni e di ottenere liquidità dopo anni di isolamento economico.

Secondo Al-Jazeera e altri media della regione, Ghalibaf avrebbe annunciato anche un accordo con Washington per lo sblocco di 12 miliardi di dollari di fondi iraniani congelati, suddivisi in due tranche da 6 miliardi. Gli Stati Uniti, però, non hanno confermato nei dettagli il rilascio degli asset.

Il vicepresidente JD Vance ha spiegato che, se i fondi saranno liberati, dovranno essere usati per acquistare beni americani, come soia e grano, e non potranno finanziare gruppi armati.

Il nodo degli ispettori Aiea

Il nucleare resta il nodo più delicato. Vance ha annunciato che l’Iran avrebbe accettato il ritorno degli ispettori dell’Aiea nei siti nucleari, definendo il passaggio «una pietra miliare» verso un accordo. Anche Trump ha sostenuto che Teheran accetterà «importanti ispezioni» per garantire la trasparenza del programma nucleare.

Ma Teheran frena. Il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato che l’Iran non ha assunto nuovi impegni sulle attività nucleari né sulle ispezioni durante i colloqui in Svizzera. Ogni interazione con l’Aiea, ha spiegato, avverrà nel rispetto delle normative già in vigore, decise dal Parlamento iraniano e dal Consiglio supremo per la sicurezza nazionale.

Il presidente Masoud Pezeshkian ha scritto su X che l’efficacia dei colloqui dipenderà dalla piena attuazione degli obblighi concordati e ha avvertito che dichiarazioni fuori dal testo condiviso non aiutano il progresso del negoziato.

Libano e Israele nella trattativa

Il negoziato non riguarda solo il nucleare. Dentro l’intesa entrano anche Libano, Hezbollah e il rapporto con Israele. Pezeshkian, in una telefonata con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, ha detto che il Libano deve essere incluso nel processo di pace tra Iran e Stati Uniti e che Israele non deve più avere il diritto di bombardare il Libano e la Palestina.

Secondo l’agenzia iraniana Irna, Erdogan ha lodato l’approccio di Teheran durante gli attacchi israeliani in Libano e ha espresso l’auspicio che l’Iran continui su questa strada contro chi si oppone ai colloqui. «L’inclusione del Libano in questo accordo ha avuto un risultato molto positivo», ha detto il presidente iraniano.

Anche Vance ha parlato di nuove linee di comunicazione per evitare un’escalation nello Stretto di Hormuz e in Libano, dove gli scontri tra Israele e Hezbollah sembrano essersi attenuati. Se il fronte resta calmo, il negoziato può proseguire; se Israele e Hezbollah tornano a colpirsi, l’intero processo rischia di saltare.

La fase tecnica in Svizzera

Dopo i colloqui ad alto livello a Bürgenstock, in Svizzera, una parte delle delegazioni resterà al lavoro sui dettagli tecnici. Vance ha parlato di una «base molto buona» per arrivare a un accordo finale, ma ha riconosciuto che il processo è ancora in corso. Qatar e Pakistan, che hanno mediato la trattativa, hanno parlato di progressi incoraggianti.

Il calendario resta stretto: Stati Uniti e Iran si sono dati 60 giorni per trasformare il quadro preliminare in un’intesa stabile. In questo periodo andranno definiti il ritorno degli ispettori, l’uso dei fondi sbloccati, il meccanismo su Hormuz, il ruolo del Qatar nel controllo dei flussi finanziari e le garanzie sul fronte libanese.

La partita dei 60 giorni

L’accordo provvisorio riapre pezzi importanti dell’intesa nucleare del 2015, che Trump aveva abbandonato nel 2018 definendola uno dei peggiori accordi mai firmati. Ora la sua amministrazione torna, di fatto, a usare una parte di quello schema: ispezioni nucleari in cambio di alleggerimento delle sanzioni.

Ma lo scenario è molto diverso. Dopo la guerra, Hormuz non è più solo una rotta commerciale: è diventato il simbolo del nuovo equilibrio che Teheran vuole imporre nel Golfo. Per gli Stati Uniti l’obiettivo è evitare un nuovo shock energetico e riportare l’Iran dentro un perimetro controllabile. Per l’Iran, invece, il negoziato serve a ottenere denaro, petrolio e riconoscimento politico. La formula di Ghalibaf riassume il nuovo terreno dello scontro: Hormuz sarà aperto, ma non sarà più come prima.

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