Il primo round dei colloqui Usa-Iran in Svizzera si è chiuso in un’«atmosfera positiva e costruttiva». Qatar e Pakistan annunciano una roadmap per arrivare a un accordo entro 60 giorni. Per evitare incidenti nello Stretto di Hormuz e una cellula per fermare le operazioni militari in Libano. Resta fuori, per ora, il nodo nucleare
Il primo round dei colloqui tra Stati Uniti e Iran in Svizzera mediata da Qatar e Pakistan, si è chiuso con «progressi incoraggianti».
Dopo 18 ore di colloqui in Svizzera, Teheran e Washington passano alla fase tecnica del negoziato. Berna parla di «progressi costruttivi» e di una roadmap che crea le condizioni per la ripresa immediata delle discussioni. Mentre la delegazione iraniana lascia il Burgenstock e rientra a Teheran.
Il punto più concreto emerso dal vertice non riguarda ancora il dossier nucleare, ma due fronti immediati: lo Stretto di Hormuz e il Libano.
Le delegazioni hanno concordato l’apertura di una linea di comunicazione temporanea per evitare incidenti nella rotta più sensibile del commercio globale. E la creazione di un’unità di coordinamento, una “de-confliction cell” per garantire la fine delle operazioni militari in Libano.
Il primo round in Svizzera
I colloqui si sono svolti in un resort sul lago in Svizzera e si sono conclusi nella notte tra domenica e lunedì. Qatar e Pakistan, i due Paesi mediatori, hanno parlato di un’«atmosfera positiva e costruttiva». La mediazione ha retto nonostante le tensioni della vigilia e le nuove minacce di Donald Trump contro Teheran. Mentre il vicepresidente JD Vance, alla guida della delegazione statunitense, aveva spiegato all’inizio degli incontri che l’obiettivo della Casa Bianca era «voltare pagina» nei rapporti con l’Iran.
La roadmap dei 60 giorni
La nota diffusa dai mediatori prevede la creazione di un comitato di alto livello incaricato di supervisionare politicamente la trattativa. I capi negoziatori dovranno riferire regolarmente al comitato e guidare gruppi di lavoro dedicati ai dossier più delicati.
Nucleare, sanzioni, monitoraggio e meccanismi di risoluzione delle controversie.
Il calendario resta stretto. I 60 giorni servono a trasformare la pausa militare in un accordo più ampio, ma il percorso è ancora fragile. La trattativa tecnica proseguirà nei prossimi giorni, mentre non è chiaro se le delegazioni politiche americana e iraniana resteranno ancora in Svizzera. Oo se il negoziato continuerà attraverso i mediatori.
Hormuz, la rotta da tenere aperta
Uno dei primi risultati pratici riguarda lo Stretto di Hormuz, il passaggio strategico attraverso cui transita una quota decisiva del petrolio e del gas mondiale. Stati Uniti e Iran hanno concordato un canale di comunicazione per prevenire incidenti, evitare errori di calcolo e garantire il passaggio sicuro delle navi commerciali.
Il nodo era diventato urgente dopo la nuova tensione sullo Stretto. Teheran aveva minacciato la chiusura della rotta in risposta all’escalation in Libano. Mentre le forze americane avevano sostenuto che il traffico marittimo continuava e che l’Iran non controllava il passaggio. La linea diretta concordata in Svizzera è uno dei primi strumenti concreti per evitare che una crisi locale si trasformi in uno scontro regionale.
La cellula per il Libano
L’altro risultato immediato è la creazione di una cellula che Libano. Ne faranno parte Stati Uniti, Iran e Libano, con il coinvolgimento dei mediatori. L’obiettivo è garantire la fine delle operazioni militari e impedire nuovi incidenti tra Israele e Hezbollah.
Per Teheran il Libano è il primo banco di prova dell’intero accordo. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha parlato di «progressi significativi» per porre fine al conflitto e ha definito la cellula per il Libano il primo vero test della trattativa. Nei giorni precedenti, secondo i media iraniani, i negoziatori di Teheran avevano indicato la fine della guerra tra Israele e Hezbollah come condizione per proseguire i colloqui.
Le concessioni a Teheran
Araghchi ha rivendicato anche alcune concessioni economiche ottenute dall’Iran. Tra queste, deroghe alle restrizioni sulle esportazioni di petrolio e prodotti petrolchimici, lo sblocco di alcuni beni congelati e l’avvio di un piano di ricostruzione e sviluppo.
Per Teheran si tratta di risultati importanti, perché l’economia iraniana è stata colpita duramente dalla guerra, dalle sanzioni e dalle restrizioni sulle esportazioni energetiche. Per Washington, invece, la questione resta politicamente delicata: ogni alleggerimento delle sanzioni deve essere accompagnato da garanzie sulla tenuta della tregua, sulla sicurezza della navigazione e sul contenimento dei gruppi armati alleati dell’Iran nella regione.
Il nodo nucleare resta fuori
Il dossier più difficile, quello del programma nucleare iraniano, non è stato affrontato in modo sostanziale in questa prima fase. Secondo i media iraniani, i colloqui si sono concentrati soprattutto sul Libano, su Hormuz e sull’attuazione dell’accordo preliminare. Il futuro dell’arricchimento dell’uranio e delle scorte nucleari di Teheran resta quindi il passaggio più complesso.
Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito che l’Iran non intende rinunciare al diritto di arricchire uranio, pur confermando la posizione secondo cui Teheran non vuole sviluppare armi nucleari. È il punto su cui la trattativa rischia di diventare più dura, perché per gli Stati Uniti la questione nucleare resta il cuore politico dell’accordo finale.
Le minacce di Trump e la risposta iraniana
Il clima positivo annunciato dai mediatori non cancella le tensioni. Durante il fine settimana Trump ha detto in un’intervista a Fox News di poter fare «qualunque cosa» dopo il periodo di 60 giorni e ha ammonito Pezeshkian a «stare attento a quello che dice». Parole che hanno irritato Teheran e complicato l’avvio dei colloqui.
Il capo negoziatore iraniano Mohammad Bagher Ghalibaf ha risposto sui social invitando gli Stati Uniti a fare attenzione alle minacce e sostenendo che le forze armate iraniane sono pronte a reagire. «Per quanto parlino, siamo noi ad agire», ha scritto. Nonostante questo, il tavolo non si è rotto e i mediatori sono riusciti a tenere insieme le delegazioni fino alla chiusura del primo round.
Il Libano come prova dell’accordo
Nelle ultime ore non sono stati segnalati nuovi attacchi israeliani in Libano né lanci di Hezbollah contro Israele. Ma la tregua resta fragile. La nuova direttiva israeliana annunciata sabato dovrebbe ridurre il rischio di nuovi scontri, ma non è ancora chiaro se basterà a rimuovere le frizioni che negli ultimi giorni avevano provocato nuovi combattimenti e minacciato di far deragliare l’accordo preliminare tra Stati Uniti e Iran.
La vera partita, per ora, è quindi sul terreno. Se la cellula per il Libano riuscirà a impedire nuovi incidenti e se il canale su Hormuz garantirà il traffico commerciale, il negoziato potrà arrivare alla fase più difficile: sanzioni, monitoraggio e nucleare. Se invece uno dei due fronti dovesse riaprirsi, la roadmap dei 60 giorni rischierebbe di diventare solo una tregua sulla carta.




























