Sulla tragica uccisone dei quattro braccianti pachistani morti bruciati nel cosentino, l’ombra delle agromafie, della tratta internazionale e del caporalato
Erano quattro braccianti, tutti pachistani, e sono morti carbonizzati in una macchina, dopo una lunga giornata di lavoro trascorsa nelle campagne della Sibaritide. Sono stati trovati in una piazzola di sosta nei pressi del Comune di Amendolara, nel cosentino, e solo la Magistratura chiarirà le ragioni di un omicidio brutale e di un sistema punitivo tipico delle agromafie e del caporalato, magari con collegamenti internazionali.
Al momento, ogni ricostruzione deve essere provata in maniera certa, a partire dalle ragioni che hanno spinto gli autori a compiere un omicidio con modalità mai riscontrate finora in Italia. Anche l’ipotesi di un raid punitivo condotto tra pachistani, nell’ambito di un sistema di tratta internazionale o di caporalato, richiede cautela e un’attività investigativa sofisticata. Sarebbe in questo caso, peraltro, un fatto criminale che cambierebbe solo in parte le riflessioni su quanto accade da decenni nel nostro Paese.
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Agromafie, la filiera da Nord a Sud
Da Nord a Sud, infatti, l’Italia presenta una consolidata articolazione produttiva agromafiosa, caratterizzata da un sistema piramidale di interessi criminali, anche internazionali, che si consolidano e radicano di anno in anno. (In foto Marco Omizzolo)

È un sistema illegale pericolosissimo, propenso alla violenza per regolare conti e presunti torti subiti, mancati impegni gli atti di coraggio come una denuncia o una intervista; un sistema capace di esprimere forme di criminalità organizzata, spesso con collegamenti internazionali e in continua evoluzione.
Retribuzioni da 2 euro l’ora
Tutto ciò è purtroppo anche drammaticamente sottovalutato, come anche le condizioni di vita e di lavoro di braccianti stranieri e italiani spesso costretti a carichi di fatica quotidiana che arrivano alle quattordici ore per retribuzioni di circa 2 o 3 euro l’ora. Questo sistema fattura, secondo l’ultimo rapporto Agromafie di Eurispes, ben 25,2 miliardi di euro l’anno.
È caratterizzato dallo stato persistente di vulnerabilità e ricattabilità di circa 450 mila lavoratori e lavoratrici, che vivono la quotidiana esperienza della subordinazione e della marginalità nell’agroalimentare italiano.

La tratta internazionale
Persone che spesso sono anche vittime di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, obbligate alla sottoscrizione di un debito economico contratto già nel loro paese di origine con trafficanti loro connazionali per riuscire a giungere nel nostro Paese e lavorare nelle campagne sotto padrone italiano e caporale straniero. Un debito che viene ripagato mediante lo sfruttamento lavorativo, gestito dal padronato e dal caporalato, e che può richiedere, da parte dei trafficanti e loro affiliati, nei confronti dei loro connazionali trafficati, comportamenti violenti se non anche omicidi in caso di mancato pagamento delle quote prestabilite, o di loro ribellione. Anche per questa ragione è difficile ottenere, da parte dei lavoratori immigrati sfruttati e trafficati, la denuncia dei loro aguzzini, se non a fronte di rischi elevati per loro e le loro famiglie residenti nei paesi di origine.
Edilizia, rider, badanti
Lo stesso meccanismo viene applicato anche in altri settori quali l’edilizia: lo attestano le tante inchieste della Procura milanese sullo sfruttamento e sul caporalato che in questi giorni hanno, ad esempio, scoperto che la costruzione del Consolato Usa nel centro di Milano, affidata a una grande multinazionale, si sostanzia del programmatico sfruttamento e asservimento di manodopera indiana. Vale anche per i rider, la logistica, l’assistenza domiciliare, la cantieristica navale e molti altri settori, alcuni anche a forte investimento economico, manageriale e tecnologico.
Ma, tornando alle agromafie, sempre secondo l’Eurispes, nel corso di circa un decennio avrebbero praticamente raddoppiato il loro criminale volume d’affari, estendendo la loro azione a nuovi ambiti: dal padronato alla falsificazione e sofisticazione dei prodotti alimentari, dal controllo della logistica all’appropriazione di terreni agricoli e fondi pubblici, fino all’usura, al furto e al cybercrime.
La repressione non basta
Eppure questa riflessione non entra, come invece sarebbe necessario, nel dibattito politico del Paese. Resta un fatto di cronaca, al massimo l’esperienza di un lutto che dura qualche giorno. Non è neanche sufficiente la pure fondamentale azione investigativa e poi processuale della Magistratura, la quale può intervenire sui responsabili dei vari reati e degli omicidi, e non certo sulle cause sociali e normative che hanno condotto alla sedimentazione di interessi e comportamenti illeciti di questa natura.
Si tratta di un sistema criminale organizzato anche grazie alla collusione di alcuni professionisti italiani che agiscono con competenza sofisticata sfruttando le contraddizioni della burocrazia pubblica e della normativa vigente col solo scopo di agevolare la promozione del credito illegale, l’acquisizione di aziende agricole e il riciclaggio del denaro, mentre gli imprenditori subiscono minacce e attentati al solo scopo di cedere ad anonimi faccendieri terre, crediti, magazzini e attività produttive.
Ristorazione e mercati ortofrutticoli
Il radicamento delle agromafie si estende anche alla ristorazione, ai mercati ortofrutticoli e alla grande distribuzione, senza risparmiare le frodi alimentari, con prodotti adulterati o senza etichetta, spesso venduti nei discount di tutta Italia. I settori più colpiti sono quelli del vino, dell’olio, dei mangimi e del riso, senza trascurare il settore lattiero-caseario e quello floro-vivaistico, dove sono peraltro in crescita l’uso di agrofarmaci e fitofarmaci vietati, spesso cancerogeni, e false certificazioni bio da importazioni dell’Est Europa. Un capitolo a parte è poi rappresentato dal dilagare dell’Italian Sounding e delle frodi sul packaging.
Intermediazione illecita
Particolarmente importante e ancora gravemente sottovalutata è la consolidata presenza in Italia di organizzazioni criminali transnazionali che agiscono come agenzie informali di intermediazione illecita della manodopera agricola (e non solo), anche intervenendo su paesi molto lontani come quelli asiatici. Indagini recenti hanno rivelato come queste reti, sfruttando anche i decreti flussi, organizzino l’arrivo di lavoratori e lavoratrici dall’Asia, in cambio di ingenti somme e di un persistete stato di ricattabilità e sfruttamento dei reclutati al fine di saldare il debito contratto.
Chissà che non sia proprio in questa direzione che deve volgere lo sguardo degli investigatori per comprendere cosa è accaduto nel cosentino, e perché un furgone con quattro lavoratori stranieri della stessa nazionalità venga dato alle fiamme, in un luogo pubblico, non lasciando scampo a nessuno di loro.
Una procura nazionale contro le agromafie
Si tratta di una criminalità particolarmente pericolosa sulla quale la Commissione Parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere, attualmente presieduta dall’On. Chiara Colosimo, dovrebbe avviare appositi approfondimenti e audizioni. Sarebbe utile anche riflettere sulla costituzione di una Procura nazionale contro le agromafie, il caporalato e le morti sul lavoro, in grado di coordinare tutte le procure italiane, di fornire un quadro di riferimento di natura interpretativa omogeneo e adeguato. Anche questa è però una proposta che non trova spazio nel dibattito politico. Una grave sottovalutazione che lascia alla sola Magistratura il compito della repressione, e alla stampa quello di continuare a raccontare fatti di così grave efferatezza con cadenza sempre più ravvicinata.





























