22 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

22 Lug, 2026

Trump apre all’uranio saudita: Riad potrà arricchire combustibile nucleare

Il presidente Trump e il principe Mohammed bin Salman

L’intesa con Mohammed bin Salman apre alla produzione di combustibile nucleare in Arabia Saudita. Il Congresso e Israele temono che il programma civile possa diventare la base per una futura bomba saudita


L’amministrazione Trump si prepara ad annunciare un accordo nucleare con l’Arabia Saudita. L’accordo potrebbe consentire al regno di arricchire uranio e produrre sul proprio territorio il combustibile destinato ai futuri reattori.

Una concessione destinata ad alimentare forti resistenze nel Congresso americano. E preoccupare Israele, dove si teme che un programma civile possa offrire a Riad le tecnologie e le infrastrutture necessarie per sviluppare, in futuro, armi atomiche.

L’intesa dovrebbe essere firmata e annunciata oggi, mercoledì 22 luglio. Solo successivamente i dettagli saranno trasmessi al Congresso, chiamato a esaminare l’accordo in base all’Atomic Energy Act.

La Casa Bianca considera il patto uno strumento per rafforzare il rapporto con l’Arabia Saudita. Sotto pressione dalla guerra con l’Iran e dalle divergenze emerse negli ultimi mesi tra Donald Trump e il principe ereditario Mohammed bin Salman.

L’accordo potrebbe inoltre garantire miliardi di dollari all’industria nucleare americana, a partire dalla Westinghouse, uno dei principali produttori e progettisti di reattori destinati ai mercati internazionali.

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Il rischio di una bomba saudita

L’intesa dovrebbe ottenere il sostegno di molti repubblicani, ma incontra già l’opposizione di parlamentari democratici e repubblicani e di esponenti del governo israeliano.

Il timore è che l’Arabia Saudita possa utilizzare le strutture costruite per il nucleare civile come base per un futuro programma militare. L’arricchimento dell’uranio e il riprocessamento del plutonio sono infatti tecnologie utilizzabili sia per produrre combustibile destinato ai reattori sia, a livelli più elevati, per realizzare armi atomiche.

Mohammed bin Salman ha già dichiarato pubblicamente che il regno si doterebbe di armi nucleari se l’Iran facesse altrettanto. In un’intervista, il principe ereditario aveva assicurato che in quel caso Riad costruirebbe la bomba «senza alcun dubbio».

L’Iran sostiene da anni che il proprio programma abbia esclusivamente scopi civili, ma dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare del 2015, deciso da Trump nel 2018, Teheran ha progressivamente arricchito uranio fino a livelli prossimi a quelli necessari per un ordigno. E ora infatti c’è la guerra.

L’intesa separata dal riconoscimento di Israele

Il progetto di cooperazione nucleare tra Stati Uniti e Arabia Saudita è in discussione da anni.

Durante l’amministrazione Biden, l’accordo era stato inserito in un negoziato molto più ampio: Washington avrebbe offerto a Riad cooperazione nucleare civile e garanzie di sicurezza, mentre l’Arabia Saudita avrebbe riconosciuto diplomaticamente Israele.

Dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, la prospettiva della normalizzazione tra Riad e Israele si è però allontanata.

Trump ha quindi deciso di separare il dossier nucleare dal riconoscimento dello Stato ebraico. L’Arabia Saudita potrà così ottenere la cooperazione americana senza essere obbligata, almeno per ora, a stabilire relazioni diplomatiche con Israele.

Trump e Mohammed bin Salman avevano concordato di procedere con il progetto durante la visita del principe ereditario alla Casa Bianca nel novembre scorso. Da allora funzionari americani e sauditi hanno negoziato i dettagli dell’intesa, definiti nel corso della primavera e dell’estate.

Le concessioni di Trump

Per concludere l’accordo, Trump avrebbe accettato condizioni molto più favorevoli a Riad rispetto a quelle imposte in passato ad altri Paesi della regione. Il testo potrebbe limitare la possibilità degli ispettori internazionali di accedere liberamente a tutti i siti sauditi sospettati di poter essere utilizzati per deviare materiali o tecnologie verso un programma militare.

Inoltre, dopo uno studio congiunto sulla sostenibilità economica della produzione di combustibile nucleare, l’Arabia Saudita potrebbe essere autorizzata ad arricchire uranio o a riprocessare plutonio direttamente sul proprio territorio.

L’accordo contiene anche due lettere laterali segrete negoziate con i sauditi. L’amministrazione dovrebbe sostenere che i documenti includono informazioni industriali riservate e questioni sensibili per la sicurezza nazionale. Alcuni membri del Congresso potrebbero però rifiutarsi di approvare l’intesa fino a quando il contenuto delle lettere non sarà reso pubblico.

Il «123 Agreement» e il passaggio al Congresso

L’accordo rientra nella categoria dei cosiddetti «123 Agreement», dal numero della sezione dell’Atomic Energy Act che disciplina la cooperazione nucleare tra gli Stati Uniti e i governi stranieri. Si tratta di accordi legalmente vincolanti, progettati per permettere il trasferimento di tecnologia nucleare civile garantendo allo stesso tempo il rispetto degli impegni sulla non proliferazione.

Gli Stati Uniti hanno attualmente 26 accordi di questo tipo con 51 governi e con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica.

Il Congresso potrà approvare una risoluzione di disapprovazione, ma nella pratica fermare il patto sarà difficile. Per bloccare definitivamente l’iniziativa di Trump sarebbe infatti necessaria una maggioranza sufficientemente ampia da superare un eventuale veto presidenziale. Il confronto parlamentare si annuncia comunque molto duro, soprattutto sulle ispezioni internazionali, sull’arricchimento dell’uranio e sulle garanzie contro un possibile uso militare delle tecnologie trasferite.

L’abbandono del «gold standard»

Le condizioni concesse all’Arabia Saudita segnano una rottura rispetto al precedente accordo concluso dagli Stati Uniti con gli Emirati Arabi Uniti ed entrato in vigore nel 2009.

In quel caso Abu Dhabi accettò controlli internazionali molto più rigorosi, firmando il protocollo aggiuntivo dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica. Gli Emirati rinunciarono inoltre esplicitamente ad arricchire uranio e a riprocessare plutonio sul proprio territorio.

Quell’intesa divenne nota come il «gold standard» della non proliferazione nucleare, perché impediva al Paese di costruire le infrastrutture che, almeno teoricamente, avrebbero potuto essere impiegate anche per produrre un’arma.

L’amministrazione Trump sosterrà che il nuovo accordo con Riad conterrà comunque meccanismi di controllo, tra cui società e progetti congiunti attraverso i quali Washington potrà seguire da vicino lo sviluppo del programma saudita.

Resta però il fatto che Trump ha rinunciato ad alcune delle restrizioni negoziate dalle amministrazioni di George W. Bush e Barack Obama.

I precedenti negoziati

Già durante il primo mandato di Trump, l’imprenditore e finanziatore repubblicano Thomas Barrack aveva proposto alla Casa Bianca un piano che avrebbe coinvolto aziende statunitensi, compresa la sua società di private equity, nella costruzione di centrali nucleari in Arabia Saudita.

Il progetto si era arenato anche per la riluttanza di Riad ad accettare le condizioni americane sulla non proliferazione.

L’amministrazione Biden aveva successivamente ripreso i negoziati, collegandoli però al riconoscimento di Israele e a un possibile accordo di difesa tra Stati Uniti e Arabia Saudita.

Nell’aprile 2025, pochi mesi dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca, il segretario all’Energia Chris Wright aveva discusso la proposta con Mohammed bin Salman durante una visita nel regno. Sei mesi dopo, il principe ereditario era arrivato a Washington e aveva raggiunto con Trump un’intesa politica per proseguire la cooperazione nucleare.

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La crisi tra Trump e Mohammed bin Salman

Il nuovo accordo arriva dopo mesi di tensioni tra Washington e Riad sulla guerra contro l’Iran. A maggio Trump e Mohammed bin Salman si erano scontrati sulla richiesta americana di utilizzare lo spazio aereo saudita per un’operazione militare destinata a scortare le petroliere commerciali attraverso lo Stretto di Hormuz, sostanzialmente controllato dalle forze iraniane.

Il principe ereditario aveva negato l’autorizzazione, mostrando la crescente preoccupazione saudita per il rischio di essere trascinata direttamente nel conflitto.

L’intesa sul nucleare civile serve anche a rimettere su basi più stabili il rapporto tra i due governi, in un momento in cui la guerra sta aumentando la dipendenza saudita dalla protezione militare americana.

Durante il conflitto, Riad ha infatti fatto affidamento sugli Stati Uniti per ottenere missili intercettori destinati a difendere il territorio saudita dagli attacchi iraniani.

Allo stesso tempo, i dirigenti del regno temono che la politica americana in Medio Oriente e la stretta alleanza tra Washington e Israele stiano aumentando i rischi per l’Arabia Saudita e per gli altri Paesi arabi del Golfo.

La difesa americana e gli F-35

Durante l’amministrazione Biden, il negoziato comprendeva anche un vero trattato di mutua difesa. Riad chiedeva un accordo ratificato dal Senato, in modo che un futuro presidente americano non potesse revocarlo facilmente. Per i sauditi, la garanzia militare degli Stati Uniti avrebbe avuto soprattutto una funzione di deterrenza nei confronti dell’Iran.

Trump e Mohammed bin Salman hanno raggiunto nel novembre scorso un’intesa più limitata sulla cooperazione nella difesa, che comprende anche la vendita al regno dei caccia avanzati F-35. L’accordo non equivale però a un trattato di mutua difesa e non sarà sottoposto al Senato per la ratifica.

Il dialogo tra Riad e Teheran

Pur rafforzando la cooperazione con Washington, l’Arabia Saudita continua a mantenere aperto il canale diplomatico con l’Iran. I due Paesi hanno ristabilito le relazioni diplomatiche nel 2023 grazie a un accordo mediato dalla Cina. Da allora Riad ha cercato di evitare un nuovo scontro diretto con Teheran e, anche durante la guerra, i diplomatici sauditi hanno continuato a lavorare per favorire colloqui con il governo iraniano.

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