«L’intelligenza artificiale è decisiva per il rilancio della produttività italiana, ma serve un piano pubblico. Da parte della Ue servono rapidità d’azione e gli eurobond»
C’è stato un tempo in cui, nelle Considerazioni finali della Banca d’Italia, il protagonista fisso era il debito pubblico. Entrava in scena presto, parlava molto e lasciava tutti con l’aria di chi ha appena ricevuto una cartella esattoriale. Quest’anno invece Fabio Panetta cambia copione. E cambia anche tono. Nel salone di Palazzo Koch, tra banchieri, istituzioni e manager con l’espressione prudentemente neutra di chi ascolta parole che potrebbero muovere mercati e carriere, Panetta mette al centro non i fantasmi del passato ma la partita del futuro: intelligenza artificiale, giovani, innovazione, Europa. Roba che fino a pochi anni fa sembrava materiale da convegno universitario con buffet triste e badge al collo. Oggi invece è economia pura.
La tempesta geo-economica e la sfida dell’IA
Il governatore parte da un mondo che definire complicato è un eufemismo da diplomatici: guerre, dazi, Medio Oriente in ebollizione, cooperazione internazionale che scricchiola, inflazione pronta a rialzare la testa. Uno scenario da navigazione in mare aperto con bussola scarica. Eppure il messaggio non è apocalittico. Al contrario. Panetta prova a infilare una parola quasi fuori moda nel lessico economico contemporaneo: fiducia.
L’idea è semplice. L’Europa, dopo anni passati a discutere anche sul diametro regolamentare delle zucchine, ha finalmente capito che il mondo corre. E corre veloce. Da una parte gli Stati Uniti che investono miliardi in tecnologia come se stampassero fiches da casinò. Dall’altra la Cina che sull’intelligenza artificiale procede con la determinazione di chi gioca una partita lunga. Nel mezzo c’è l’Europa, che rischia di fare il turista in sandali mentre gli altri costruiscono il futuro. Per questo Panetta insiste sull’intelligenza artificiale come «terreno decisivo». In altre parole: chi domina questa rivoluzione tecnologica si prende crescita, produttività e pezzi importanti di potere economico. Ma attenzione, avverte il governatore, perché l’IA non è una bacchetta magica regalata dall’universo digitale. Da sola non crea benessere collettivo. Può anche fare il contrario.
I “compiti” di Italia ed Europa nella partita dell’innovazione
Il rischio, nemmeno troppo velatamente evocato, è che il potere finisca concentrato nelle mani dei grandi colossi tecnologici globali. Quelli che custodiscono cloud, dati e algoritmi come un tempo si custodivano miniere d’oro e pozzi petroliferi. Per evitarlo, dice Panetta, l’innovazione va governata e deve restare «al servizio della persona e della società». Che detta così sembra filosofia, ma in realtà è geopolitica industriale.
E qui arriva il punto centrale del ragionamento: il capitale umano. Perché l’intelligenza artificiale senza persone preparate assomiglia a una fuori serie lasciata in garage senza patente né benzina. Panetta lo dice chiaramente: la tecnologia può aiutare a combattere la stagnazione della produttività e perfino gli effetti dell’inverno demografico, ma solo se accompagnata da investimenti seri in istruzione, università, formazione continua e competenze. In altre parole, servono giovani preparati. E possibilmente presenti.
I gap su istruzione e competenze e la fuga di cervelli
Perché nel frattempo l’Italia continua a esportare cervelli con l’efficienza di una multinazionale logistica. Negli ultimi quattro anni oltre centomila giovani laureati sono andati all’estero. Una specie di piano industriale al contrario: formiamo talenti e poi li regaliamo agli altri. Panetta lo definisce un «compito civile», prima ancora che economico. Dare opportunità alle nuove generazioni non è beneficenza sentimentale ma una questione di sopravvivenza produttiva. Se un Paese investe poco in innovazione, crea poco lavoro qualificato. Se crea poco lavoro qualificato, i giovani studiano meno o se ne vanno. E se mancano competenze, diventa più difficile adottare nuove tecnologie. È il classico cane che si morde la coda, con l’aggravante che nel frattempo gli altri corrono.
Da qui anche il richiamo all’Europa, che secondo Panetta deve smettere di procedere in ordine sparso. Serve un mercato dei capitali davvero integrato, perché oggi il risparmio europeo prende spesso la via di Wall Street invece di finanziare imprese e innovazione del continente. E servono persino gli eurobond, parola che in certi ambienti provoca ancora reazioni allergiche simili alla polvere in primavera.
Il sistema Italia tra punti di forza e criticità
Quanto all’Italia, il governatore non nasconde le difficoltà: crescita debole, produttività ferma, prospettive incerte. Ma evita il tono da bollettino medico pessimista. Ricorda invece che il Paese dispone ancora di parecchi assi in mano: manifattura d’eccellenza, ricerca scientifica, famiglie solide, banche più robuste del passato e una capacità di risparmio che continua a fare impressione. Il problema, sembra dire Panetta, è decidere se tutto questo patrimonio vogliamo usarlo per costruire il futuro o semplicemente per contemplarlo con nostalgia. Perché l’intelligenza artificiale non aspetta i tempi della burocrazia italiana. E nemmeno quelli delle riunioni europee che iniziano parlando di innovazione e finiscono discutendo sulla lunghezza dei comunicati stampa.






























