26 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Mag, 2026

Meloni contro Bruxelles: «L’Europa soffoca crescita e competitività»

Davanti a Confindustria la premier attacca «l’Europa dei tecnocrati», chiede più flessibilità sui conti pubblici e rilancia su energia e nucleare


Irritata per le rigidità della Commissione europea in tema di flessibilità e ringalluzzita dal buon risultato elettorale Giorgia Meloni, sceglie l’assemblea di Confindustria per togliersi qualche sassolino dalla scarpa. Visti i toni che utilizza più che sassolini sembrano sampietrini conservati per mesi in borsa perché il bersaglio della premier è chiarissimo. L’Europa delle procedure, dei dossier, dei timbri, dei vincoli, delle clausole, delle deroghe che diventano concessioni feudali. L’Europa che per anni ha spiegato all’Italia come doveva spendere, quanto doveva spendere e soprattutto quanto doveva sentirsi in colpa per spendere.

Meloni sceglie il palco di Confindustria non a caso. Davanti agli industriali italiani — gente che ogni giorno combatte con bollette, export, concorrenza asiatica e montagne di carte bollate — la premier confeziona il suo atto d’accusa contro quella che definisce senza troppi giri di parole «l’attuale configurazione dell’Unione europea».

Ed è lì che parte la stilettata. «La principale enorme fragilità che ci riguarda da vicino è l’attuale configurazione dell’Unione europea, un gigante burocratico che troppo spesso ha sacrificato la competitività, la crescita strategica sull’altare di approcci ideologici e tecnocratici». Insomma mentre il mondo corre, Bruxelles compila moduli.

Mattarella in platea e il Patto di stabilità

La scena, a tratti, sembra quasi surreale. In platea c’è Sergio Mattarella, simbolo della continuità istituzionale e dell’europeismo prudente della Repubblica italiana. Ma Meloni decide comunque di andare dritta. Nessuna retromarcia diplomatica. Nessun ammorbidimento lessicale. La premier descrive un’Europa «inarrestabile nella capacità di moltiplicare le regole su ogni aspetto della vita comune ma miope quando si tratta di far sentire la propria voce nella vita globale». È la fotografia impietosa di un continente che regolamenta perfino il diametro delle zucchine ma poi balbetta davanti alle crisi geopolitiche, energetiche e industriali.

E infatti il cuore politico del discorso arriva quando la premier affronta il vero convitato di pietra della giornata: il Patto di stabilità. Lo trasforma nel simbolo di un sistema europeo incapace di capire la realtà. Perché mentre il Medio Oriente brucia, l’Iran agita lo spettro della chiusura dello Stretto di Hormuz e il costo dell’energia minaccia di travolgere famiglie e imprese, Bruxelles continua a ragionare con la mentalità del ragioniere di condominio.

La richiesta di più flessibilità

Ed è qui che Meloni si toglie davvero più di un sassolino dalla scarpa. La premier rivendica apertamente maggiore flessibilità sui conti pubblici. Non per «fare nuovo debito», precisa subito, quasi anticipando l’iperventilazione dei falchi nordici, ma per «allocare meglio quello che c’è». Traduzione: se l’Europa ha già concesso margini extra per le spese militari e la difesa, allora deve consentire agli Stati di usare quella stessa flessibilità per affrontare l’emergenza energetica.

La presidente del Consiglio costruisce così un asse quasi naturale con Emanuele Orsini. Il rapporto tra Palazzo Chigi e gli industriali, in tempi lontani fatto di diffidenze reciproche, oggi sembra attraversato da una specie di realismo condiviso: se l’Italia vuole sopravvivere nella guerra economica globale, deve smettere di farsi mettere i piombi alle caviglie.

Il disboscamento delle regole europee

Perché dentro quelle parole c’è la demolizione politica dell’Europa iper-regolatrice costruita negli ultimi anni. C’è il rigetto dei «pacchetti omnibus», della «giungla normativa», delle stratificazioni burocratiche che trasformano ogni investimento in una Via Crucis amministrativa.

Meloni parla di «disboscare» le regole europee. E il verbo non è casuale. Evoca machete più che commissioni tecniche. Evoca una foresta burocratica cresciuta fuori controllo mentre le imprese cercavano semplicemente di produrre.

La sfida ai tecnocrati

Poi arriva l’affondo più politico di tutti: «Dobbiamo rimettere al centro delle istituzioni europee la politica. Il compito della burocrazia è accompagnare gli indirizzi della politica, non sostituirsi alla politica».

Che, detta senza il galateo istituzionale, significa: i tecnocrati non possono governare al posto degli eletti. È una critica antica quanto l’Unione europea, ma detta oggi, nel mezzo della crisi energetica, della competizione con Cina e Stati Uniti e del ritorno delle politiche industriali aggressive, assume un peso diverso. Perché stavolta non arriva dalle periferie antisistema europee. Arriva da un capo di governo pienamente dentro il sistema occidentale.

E infatti Meloni si guarda bene dal recitare il copione della ribelle anti-Ue. Anzi. Specifica subito che chi chiede un cambio di passo «non lo fa per distruggere». Non è «il cavallo di Troia di qualche oscuro potere». Lo fa, sostiene, «perché ha a cuore la propria civiltà e la sua capacità di incidere nel futuro». È il nuovo europeismo muscolare della destra di governo: meno romanticismo federalista, più geopolitica industriale.

Il ritorno del nucleare

Dentro questo schema entra perfino il ritorno del nucleare. Tema che in Italia riesce ancora a evocare contemporaneamente fantascienza, referendum e centrali immaginarie. Ma Meloni lo presenta come una necessità competitiva. «Vogliamo proseguire speditamente per il ritorno dell’energia nucleare in Italia», annuncia, promettendo legge delega entro l’estate e decreti attuativi.

Determinata, dice lei. E in effetti la determinazione sembra essere diventata la cifra politica di una premier che ha capito una cosa: il vero terreno dello scontro europeo non è più l’austerità in senso classico. È la capacità degli Stati di proteggere il proprio sistema produttivo senza essere soffocati dalle stesse regole che dovrebbero aiutarli.

Le bollette contro i decimali del deficit

Il paradosso è tutto qui. L’Europa nata per rafforzare la competitività del continente rischia oggi, secondo Meloni, di trasformarsi nel principale freno della competitività stessa. E allora ecco il messaggio finale agli industriali: governo e imprese possono essere «una squadra». Parole che, dette da una leader della destra post-missina davanti alla platea di Confindustria, avrebbero fatto sorridere parecchi osservatori fino a qualche anno fa. Oggi invece sembrano il segno di un nuovo equilibrio: la politica che prova a recuperare sovranità economica senza uscire dall’Europa ma tentando di cambiarne le regole dall’interno.

Naturalmente a Bruxelles faranno finta di niente. Diranno che il Patto di stabilità è già flessibile. Che le regole esistono per proteggere tutti. Che i conti pubblici sono una cosa seria. E però il problema resta. Perché mentre i burocrati contano i decimali del deficit, le imprese italiane contano le bollette.

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