Il maltempo blocca nuovamente i soccorsi nelle aree devastate dall’alluvione al confine con tra Nepal e Tibet, mentre restano disperse quasi 3.000 persone
Non c’è ancora pace per il Nepal. Le operazioni di ricerca e soccorso sono state nuovamente sospese a causa del maltempo nelle aree devastate dall’enorme alluvione che mercoledì ha travolto una vasta zona al confine con il Tibet. Pioggia e nebbia hanno costretto le autorità a fermare temporaneamente le squadre impegnate nella ricerca dei dispersi, mentre il bilancio della catastrofe continua a crescere. Sono almeno 626 le vittime accertate in Nepal e altre sette in Tibet, ma quasi 3.000 persone risultano ancora disperse.
Il bilancio della catastrofe
Una tragedia innescata dal collasso di un ghiacciaio, che ha riversato nei sistemi fluviali montani una gigantesca massa di acqua, ghiaccio, fango e detriti. La violenza della piena ha travolto edifici, ponti e centrali elettriche, lasciando dietro di sé una scia di distruzione difficilmente quantificabile. Tra i dispersi figurano anche almeno 540 stranieri, molti dei quali pellegrini induisti provenienti dall’India e rimasti coinvolti nella catastrofe durante il loro viaggio verso i luoghi sacri della regione.
Ora Kathmandu si trova davanti a una doppia emergenza: trovare i superstiti e scongiurare nuove esondazioni. Le autorità nepalesi stanno concentrando gli sforzi anche sull’organizzazione del trasporto via terra dei pellegrini soccorsi verso la capitale, mentre il maltempo rende particolarmente complicate le operazioni nelle zone più colpite.
A preoccupare è soprattutto la presenza di due laghi formatisi a monte dell’area devastata, dopo il collasso glaciale. Uno dei due, situato a cavallo del confine tra Nepal e Cina, ha iniziato a riversare acqua nei fiumi Lhende Khola e Trishuli, costringendo le autorità a interrompere già venerdì le operazioni di soccorso. Il rischio, secondo gli esperti, resterà concreto fino a quando entrambi i bacini non saranno completamente drenati.
Il livello del lago sta diminuendo
Da Pechino arrivano però segnali relativamente incoraggianti. Le immagini satellitari raccolte tra giovedì e sabato mostrano che il livello del lago sta diminuendo lentamente, con l’acqua che defluisce attraverso i due fiumi. La minaccia di una nuova improvvisa esplosione del bacino sarebbe quindi diminuita. Resta tuttavia l’allarme per la stabilità del lago e per gli oltre cento altri laghi glaciali presenti nella regione, alcuni dei quali potrebbero rappresentare ulteriori potenziali pericoli.
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Il Nepal, uno dei Paesi più poveri dell’Asia, ha già fatto sapere di aver bisogno di assistenza tecnica straniera per affrontare una crisi di queste dimensioni. Ma l’emergenza non finirà con la fine delle operazioni di soccorso. Il ministro delle Finanze Swarnim Wagle ha stimato che la ricostruzione potrebbe costare tra i 4 e i 5 miliardi di dollari, una cifra pari a quasi un decimo dell’intera economia nazionale.
È ancora una stima preliminare e i danni devono essere valutati nel dettaglio. Ma la dimensione del conto rende già evidente quanto sarà difficile per Kathmandu rialzarsi. Dieci anni dopo il devastante terremoto del 2015, il Nepal si trova nuovamente davanti a una ricostruzione gigantesca. Questa volta, però, il nemico non è arrivato dalla terra sotto i piedi, ma dalle montagne sopra la testa.





























