Il cambiamento climatico sta trasformando le montagne, moltiplicando gli eventi estremi come quello in Nepal e le vittime, mentre la politica continua a rimandare le decisioni
La verità è scritta anche sul ghiaccio. C’è una guerra, l’unica che merita di essere combattuta, che stiamo ignobilmente perdendo senza combattere. È la guerra al cambiamento climatico e al rialzo della temperatura, accelerata da emissioni di gas serra ormai senza freni e moltiplicate dai fronti di guerra in corso. L’ultimo simbolo della sconfitta è lo sfregio sull’Himalaya, l’impressionante vuoto lasciato dall’immensa valanga di ghiaccio che si è staccata tre giorni fa a 5.200 metri di quota, dal versante nepalese al confine con il Tibet cinese, facendo strage nel distretto di Rasuwa con 362 morti accertati e 1300 dispersi, e tra i molti turisti anche l’italiano di Rapallo Marco Ratto.
L’ultimo segnale dell’Himalaya
Il crollo-lampo del ghiacciaio è stato solo l’ultimo segnale inascoltato del nuovo clima. Con un fronte largo 600 metri, lungo 400 e spesso 50 metri precipitato per 1.200 metri, la frana di ghiaccio è crollata nella valle sottostante trascinando che rocce e detriti per un peso di 10 milioni di m3. Ha ostruito il fiume Lhende Khola nella sua stretta gola, alzandone il livello di decine di metri e catapultando la violentissima onda di piena altamente distruttiva sulle vaste aree a valle.
Nell’area himalayana dei grandi laghi glaciali, è solo l’ultimo alert, un crollo analogo ha colpito nel luglio del 2025, e il Dipartimento di idrologia e meteorologia del Nepal da tempo rileva forti arretramenti dei ghiacci con scioglimenti mai visti per temperature sempre più alte che in dieci anni hanno fatto perdere il 40% di aree ghiacciate. E la tracimazione catastrofica, da anni, è il fenomeno più frequente e più temuto.
Ma il clima sta modificando panorami di alta montagna ovunque. Anche in Italia, dove le nostre Alpi hanno subìto la frana del 28 luglio 2025 dalla Cima Falkner sulle Dolomiti nel gruppo del Brenta a 2.999 metri, il crollo del ghiacciaio della Marmolada nel tragico 3 luglio del 2022 che ha provocato una valanga di 63.300 m3 lasciando 11 morti. Fenomeni rilevati ovunque sulle alte cime d’Europa.
La perdita dei ghiacciai italiani
E se nel primo censimento effettuato dai glaciologi italiani del 1927 furono catalogati 774 vasti ghiacciai che brillavano al sole, oggi è di oltre il 70% la perdita areale per inesorabili fusioni e frammentazioni. E i versanti senza ghiacci oggi sono i più monitorati con telerilevamenti aerei e satellitari, tecniche geodetiche e interferometriche, prospezioni geofisiche, sondaggi radar.
Ma se la stabile canicola tropicale che sta stazionando in questo torrida estate sopra la Penisola e sull’Europa come un clamoroso anticipo di ciò che verrà, colpisce l’assenza di reazione. Nemmeno l’anno più caldo di sempre riesce a diventare un alert per la politica e non merita sedute straordinarie dal Parlamento alle Regioni e ai Comuni. Eppure le nostre città sono ampiamente indifese e in balìa del calore, un bel pezzo di economia nazionale è colpita a partire dall’agricoltura.
E soprattutto sono un dramma le cosiddette “morti in eccesso” per ondate di calore. Il dato provvisorio indica in Italia almeno 8.000 morti in queste settimane per l’effetto-calore, e perlopiù sono persone con problemi cardiovascolari, respiratori, e soprattutto anziani. Una strage climatica!
Le conferenze sul clima al bivio
Ma l’altra verità è nei flop annunciati di ogni Conferenza annuale delle Parti sul clima, organizzate annualmente dall’Onu con la presenza di 196 Stati. Con l’aperto boicottaggio degli Usa, che Trump ha lasciato fuori dalla porta, l’empasse delle scelte colpisce le transizioni energetiche verso fonti non climalteranti e l’adattamento, e spegne ogni ambizione e ogni tentativo di azione globale definita nel 2015 nell’unico accordo storico siglato a Parigi, e mai attuato.
E del resto l’agenda politica internazionale oggi ha altre priorità – drammatici conflitti armati in corso, la guerra dei dazi americani, il riarmo anche atomico –, e molte sedie restano vuote all’Onu e nei consessi internazionali sul clima per l’assenza di capi di Stato e di governi.
Verità amare, con un sentiment di rassegnazione al peggio per la costante crescita della temperatura media globale rispetto all’era preindustriale.
L’industria italiana può reagire
C’è solo un dato positivo: l’industria italiana che fa ricerca, innova, e mai come oggi può investire nella difesa climatica e nella decarbonizzazione. Nessuno nasconde la complessità dei problemi, ma mai come oggi ogni investimento per abbassare la febbre alta del Pianeta diventa anche un moltiplicatore di crescita.
In questo rovente 2026, con un Mediterraneo con aree più calde anche di 5 gradi rispetto alla media degli ultimi trent’anni, ci sarebbe bisogno di uno scatto italiano, per una volta segnando una tregua nella competizione politica. Questo è un passaggio climatico per noi molto rischioso. La Penisola è uno dei punti di maggior fragilità climatica del globo.
Servono politiche di difese da ondate di calore e da eventi estremi come le alluvioni-lampo, e servirebbe soprattutto rendere finalmente immediatamente operativo il nostro ottimo “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”, adottato dal governo Meloni nel 2023, frutto di 12 anni di studi e aggiornamenti scientifici e tecnici di ben 6 governi. Contiene oltre 500 misure urgenti da attuare. Forse nel caldo africano conviene farci un pensierino.




























