La crisi demografica in Europa e l’esplosione della popolazione in età lavorativa africana rendono le migrazioni una variabile decisiva del mercato del lavoro
In un illuminante articolo comparso su La Stampa, l’Ambasciatore Sequi, là dove affronta il tema dei flussi migratori, rappresenta l’Europa come una elegante casa di riposo e l’Africa come un grande asilo. Questa immagine fornisce una visione distorta della situazione perché trascura la popolazione in età lavorativa, la fascia d’età più rilevante per il tema trattato. Infatti, con buona pace della destra e temo non solo, i flussi migratori non sono una questione di sicurezza, ma una variabile fondamentale del mercato del lavoro.
Se è vero che l’Africa con una età media di 19,5 anni è il continente più giovane e l’Europa con quasi 45 quello più anziano, è però riduttivo pensare all’Africa come al continente dei pannolini e all’UE come al paese dei pannoloni. Secondo le più recenti proiezioni delle Nazioni Unite, in assenza di flussi migratori, dal 2025 al 2050, la popolazione in età lavorativa (15-64 anni) di oltre 80 paesi economicamente e socialmente avanzati diminuirà di 428 milioni (-20%), mentre negli altrettanti paesi più poveri e diseredati aumenterà di 969 milioni (+67%).
L’Europa perde lavoratori, l’Africa li guadagna
Tra i primi vi sono tutti i paesi della UE e gli altri paesi europei, gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda, il Giappone, le due Coree, Singapore, Taiwan, Hong Kong, Macau, Tailandia, Brasile, Cile, Cuba e quasi tutte le piccole isole caraibiche, ma anche e soprattutto la Cina dove il calo della popolazione in età lavorativa sarà di 236 milioni, oltre la metà del dato totale. Tra i secondi giganteggia l’Africa dove la popolazione in età lavorativa crescerà di 682 milioni ma vi sono anche Pakistan, Bangladesh, Afganistan, Iraq e Filippine.
Quindi, se vogliamo prendere in considerazione le tendenze demografiche rilevanti per i flussi migratori tra UE e Africa non dobbiamo guardare agli anziani e ai bambini, ma alla popolazione in età lavorativa, la fonte principale dell’offerta di lavoro e, in particolare, al fatto che nei prossimi decenni essa sarà caratterizzata da tendenze senza precedenti: nella UE da una contrazione drammatica, in Africa da una vera e propria esplosione.
L’Europa avrà bisogno di immigrati
Nei prossimi 25 anni per mantenere costante il livello della popolazione in età lavorativa, e quindi la propria offerta potenziale di lavoro, l’UE dovrà importare in media ogni anno 2,5 milioni di persone in tale fascia di età. Ciò consentirebbe di aumentare il livello del PIL solo a condizione che la produttività aumenti costantemente più della produzione. Si tratta di una situazione che fino ad ora si è verificate molto raramente, generalmente in situazioni di crisi economica e per periodi molto limitati.
La Cina e il Giappone stanno scommettendo che l’IA e robotizzazione consentiranno di aumentare la produzione e, allo stesso tempo, diminuire il livello dell’occupazione così da evitare l’immigrazione di massa che le tendenze demografiche suggeriscono inevitabile. I primi dati mostrano però che se IA e robotizzazione stanno rendendo molti lavoratori ridondanti e obsoleti, esse stanno però anche determinando aumenti del livello occupazionale.
La spiegazione sta nel fatto che, come è successo per tutte le grandi rivoluzioni tecnologiche a partire da quelle indotte dall’invenzione della scrittura e della ruota, anche la rivoluzione tecnologica in atto sta creando nuovi bisogni e quindi la domanda di nuovi beni e servizi la cui produzioni provocherà la creazione di un numero di posti di lavoro tale da far aumentare l’occupazione. In conclusione, è molto probabile che il fabbisogno di lavoro dell’UE sarà maggiore di quello puramente sostitutivo e che ciò sarà vero anche per tutti i paesi che saranno caratterizzati da una carenza strutturale di lavoro.
La sfida occupazionale dell’Africa
Venendo all’Africa, e in particolare ai paesi dell’Africa subsahariana, malgrado il rapporto tra occupati e popolazione in età lavorativa (il tasso di occupazione) sia estremamente basso (63%), mantenerlo al livello attuale richiederebbe la creazione di 17 milioni posti di lavoro aggiuntivi ogni anno, un obbiettivo che neppure la Cina riuscì a raggiungere nel periodo di massima crescita occupazionale.
Come se ciò non bastasse, la situazione occupazionale di partenza è disastrosa dato che, come testimonia un recente rapporto dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), nell’Africa subsahariana, la cui popolazione in età lavorativa aumenterà del 90% nei prossimi 25 anni, il lavoro informale rappresenta 86,5% dell’occupazione totale e il 75,5% degli occupati è costituito da lavoratori autonomi e coadiuvanti familiari; inoltre, negli ultimi dieci anni queste percentuali hanno registrato miglioramenti solo marginali.
La migrazione come questione geopolitica
Questi dati mostrano in maniera inequivocabile che Sequi ha pienamente ragione quando afferma che le migrazioni sono una questione geopolitica strutturale. In un mondo dove vi fossero dose anche modeste di buon senso e lungimiranza essi sarebbero sufficienti per convincere i leader della UE a tralasciare un dibattito penoso su dublinanti e rimpatri e chiedere ai leader dell’Unione Africana di sedersi immediatamente intorno ad un tavolo per impostare una cogestione razionale dei flussi migratori.
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Tale approccio dovrebbe prevedere una stima tecnica del fabbisogno quali-quantitativo dei paesi di destinazione, la definizione su base bilaterale del contributo dei singoli paesi di partenza, la cogestione delle attività di pianificazione ed esecuzione delle attività formative, della selezione dei corsisti prima e dei migranti poi, il loro trasferimento al paese di destinazione. Sarebbe compito dei paesi di destinazione provvedere all’inserimento dei lavoratore nel mercato del lavoro e delle loro famiglie nel nuovo contesto sociale.
Un Fondo per l’Educazione e la Formazione
I paesi di destinazione dovrebbero anche costituire un Fondo per l’Educazione e la Formazione dei Migranti con il compito di finanziare il potenziamento delle strutture e delle competenze dei sistemi educativi e formativi dei paesi di partenza, facendo leva sui centri di formazione gestiti da strutture europee già presenti in loco.
Questo schema garantirebbe ai paesi di destinazione i lavoratori necessari con le competenze richieste e contribuirebbe a combattere in maniera efficace il mercato delle immigrazione illegali che trova la propria giustificazione e determinante principale in una domanda di lavoro non soddisfatta dall’offerta locale.
Inoltre, esso ridurrebbe l’offerta di lavoro dei paesi africani di circa tre milioni di lavoratori l’anno, il che non risolverebbe certamente il loro eccesso strutturale di lavoro, ma rappresenterebbe un contributo rilevante ad alleviare le carenze della domanda locale e aumenterebbe le competenze dell’offerta.
Investimenti europei e sviluppo africano
A questo punto l’attivazione di un programma di investimenti da parte dell’UE in settori rilevanti, e in particolare in quello delle energie alternative, complimenterebbe in maniera perfetta il progetto migratorio non solo perché verrebbe realizzato in un contesto relazionale ben strutturato, ma anche perché potrebbe contare sulla presenza di manodopera già professionalizzata.
Infine, se prendiamo in considerazione l’ammontare di rimesse che verrebbe generato dagli emigrati, l’approccio delineato potrebbe consentire ai paesi africani, in particolare quelli subsahariani, di avviare un processo di sviluppo che al momento sembra loro negato dall’esplosione demografico in atto.
Ovviamente tutto ciò richiederebbe un mondo molto diverso dal nostro, un mondo che però dovrebbe almeno capire che non è nascondendo la testa sotto la sabbia ed ignorando statistiche, previsioni e analisi che si tengono in piedi le proprie case di riposo.
































