21 Ott, 2026

Supermercati vuoti e Tir fermi, il Sud rischia il lockdown alimentare

Dagli scaffali senza pasta e acqua minerale ai trasporti ridotti, i blocchi stradali mettono in difficoltà famiglie, imprese e servizi essenziali. La protesta degli autotrasportatori contro il caro carburante rischia di trasformarsi in un’emergenza per gli approvvigionamenti, mentre cresce la preoccupazione per nuove interruzioni.


I crisantemi rischiano di marcire prima di arrivare sulla tomba del caro estinto. È la beffa di una crisi che scoppia a ridosso del 2 novembre: i fiori pugliesi dovrebbero partire per i mercati di tutta Italia e invece restano prigionieri dei blocchi stradali. Ma al Sud, più dell’omaggio ai defunti, ci si chiede come nutrire il mondo dei vivi. Sotto la scritta «Offerta speciale» spesso c’è lo scaffale vuoto. Non è una promozione finita prima del previsto: la merce è esaurita. Nella patria degli spaghetti comincia a mancare persino la pasta. In alcuni supermercati di Napoli non si trovano neanche le patate, che in tempo di guerra hanno salvato dalla fame milioni di persone. Siamo alla frutta, verrebbe da dire, se non fosse che anche quella inizia a scarseggiare.

Scaffali vuoti e acqua introvabile, la paura corre tra i consumatori

La scena è semplice e al tempo stesso inquietante. Il cliente spinge il carrello, imbocca la corsia, rallenta davanti ai ripiani. Guarda una volta, poi un’altra, come se la merce potesse comparire per magia. Cerca la pasta, la verdura, l’acqua. Le luci sono accese, le casse funzionano, i cartelli promettono convenienza. Soltanto la normalità è sparita. E quando sparisce, anche un pacco di spaghetti diventa qualcosa da mettere al sicuro. A Gela, nel Nisseno, l’acqua minerale è un miraggio. Da almeno 3 giorni, riferisce l’Ansa, supermercati e centri bibite hanno corridoi interi senza una cassa da vendere. «Al momento, non sappiamo dire quando potremmo riavere le forniture», spiega il responsabile di un punto vendita.

Un cliente riassume il paradosso: la protesta contro prezzi insostenibili è giusta, ma le conseguenze le pagano le famiglie. Fuori dai supermercati, le file davanti ai distributori raccontano l’altra faccia dell’emergenza. Il gasolio costa troppo, i camionisti denunciano margini divorati dai rincari, gli automobilisti temono di restare a secco. Il carburante diventa carissimo, i Tir si fermano, le merci non arrivano. Inevitabile che scatti la corsa alle provviste con il rischio che qualcuno provi a guadagnare sulla paura, trattenendo la merce o gonfiando i prezzi.

Tir fermi come nello stretto di Hormuz, produzione a rischio

Per qualche giorno il Mezzogiorno è diventato una specie di stretto di Hormuz. A essere bloccati non sono petroliere, ma camion che trasportano cibo, carburante, materie prime e imballaggi. Dietro ogni Tir fermo c’è una catena di attività che rischia di spezzarsi. Confindustria Campania descrive un’attività produttiva vicina alla paralisi: dall’industria alimentare a quella vetraria, dal packaging alla moda, fino ai carburanti e allo smaltimento dei rifiuti. Il presidente Emilio De Vizia riconosce le ragioni dei trasportatori, ma avverte che le imprese non possono essere costrette a fermarsi. Anche la ristorazione soffre: Aigrim-Fipe segnala locali senza rifornimenti e chiusure soprattutto in Sicilia, Calabria e Campania. Il panino che manca è il dettaglio di una crisi più grande. A Pozzuoli, intanto, le prime piogge autunnali hanno imposto le chiusure precauzionali delle scuole. Supermercati vuoti, aule deserte: scene da Covid.

L’Eav ha annunciato riduzioni delle corse degli autobus, la sospensione dal 24 ottobre della linea Napoli-Piedimonte Matese e tagli ai collegamenti verso Piano di Sorrento e ai servizi di supporto ferroviario. Dal 27 ottobre anche Ischia rischia di restare a piedi. Se il carburante non arriva, si fermano anche gli autobus. E l’allarme potrebbe allargarsi al traffico aereo.

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I guai si sovrappongono ai guai: al Nord i militari chiamati a presidiare le strade di Milano contro i maranza, al Sud i Tir trasformano la rete logistica in un imbuto. Da una parte si discute di sicurezza urbana, dall’altra si contano le bottiglie d’acqua rimaste. I sindaci di Napoli e Bari, Gaetano Manfredi e Vito Leccese, chiedono al governo di anticipare il confronto previsto per il 27 ottobre. Le città rischiano di paralizzarsi e di essere sommerse dai rifiuti. Gli approvvigionamenti alimentari sono compromessi e i servizi essenziali entrano in sofferenza.

Salvini e Urso intervengono, resta l’incertezza sui blocchi

Anche Fiorello, a La Pennicanza su Rai Radio2, lancia un appello al governo: «Aprite i tavoli! La gente non può aspettare: il cibo e i beni di prima necessità sono sacri». E ironizza sui prezzi ormai alle stelle: «Al posto di “Compro Oro” scriveranno “Compro Lattuga”». Matteo Salvini annuncia pagamenti per circa duemila aziende al giorno, su un totale di 32 mila, per quasi mezzo miliardo di euro, e si dice disponibile a discutere un tetto al prezzo del gasolio.

Adolfo Urso avverte che i blocchi stradali possono avere conseguenze penali e che il Viminale sta procedendo alle identificazioni. Le associazioni dell’autotrasporto hanno chiesto di rimuovere i presidi, ma sul terreno restano tensioni e blocchi sporadici. Se non arriverà un accordo in extremis, oggi la minaccia di un nuovo blocco nazionale dei trasporti rischia di aggravare la situazione.

Le ragioni della protesta sono reali: il prezzo del carburante mette in ginocchio chi vive di trasporti. Ma altrettanto reale è il conto presentato a chi non ha responsabilità nella vertenza. Quando la merce scarseggia, la paura spinge ad accumulare scorte e apre la strada alle speculazioni. Il rischio è che il blocco diventi un lockdown alimentare. E a svuotarsi questa volta non sarebbero le strade ma le dispense.

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