21 Ott, 2026

Milano, quei “soggetti inediti” che tutti vedono e nessuno conosce

Il presidente Mattarella parla di “soggetti inediti” a proposito della devastazione di Milano: cerchiamo di tracciarne il profilo con l’aiuto del pedagogista Bertagna e della garante per l’infanzia Terragni


Soggetti inediti, li ha definiti Sergio Mattarella. Giovanissimi che sfondano vetrine, saccheggiano negozi. Ragazzini che sembrano usciti da un videogioco e trasformano la città in un set della distruzione. Lillipuziani da tastiera, giganti nella devastazione. Cercano visibilità, diventano qualcuno perché hanno distrutto qualcosa. Ma dietro la rabbia c’è una domanda che la politica rischia di liquidare con un decreto: chi sono questi ragazzi e quale società li ha messi al mondo?

L’opinione di Bertagna

Giuseppe Bertagna, professore emerito di Pedagogia generale e sociale all’Università di Bergamo, invita a spostare lo sguardo. «Ritengo poco sopportabile questa teologizzazione della politica. La politica non è salvifica, fa il possibile nelle condizioni date. Non si possono chiedere soluzioni definitive di qualsiasi problema». Per Bertagna si sono indebolite le regole democratiche e il fondamento valoriale, morale che dovrebbe sostenerle. Non basta moltiplicare i diritti se scompare il senso dei doveri. «Tutti rivendicano diritti ma nessuno rivendica i doveri». Gli articoli 2 e 3 della Costituzione tengono iene insieme diritti inviolabili e doveri inderogabili di solidarietà: le due facce della convivenza. La famiglia, dice Bertagna, «è in crisi fortissima»: non per nostalgia di un modello tradizionale, ma per la difficoltà di costruire relazioni solidali. Si può essere connessi con tutti e non avere nessuno con cui parlare davvero; avere follower, ma non una persona disposta ad ascoltare. I social hanno trasformato la velocità in abitudine mentale: reagire prima di capire, giudicare prima di ascoltare. «La gente fraintende con facilità, si è abituata alla fretta, non ascolta», dice Bertagna. La società si polverizza, dominata da narcisismo e individualismo. La rabbia può fare a meno della politica: basta un luogo da assaltare e la possibilità di riprendersi e condividere. Non una rivendicazione, ma una performance; non un progetto, ma l’ebbrezza di esistere nello sguardo degli altri.

La garante per l’infanzia Terragni

Marina Terragni, Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, ha descritto un «impressionante crollo di ogni muro tra virtuale e reale», un «gigantesco videogame». Nelle devastazioni non c’erano parole d’ordine né rivendicazioni, ma vetrine sfondate e oggetti sottratti, anche da giovanissimi. Terragni richiama la responsabilità delle piattaforme e l’urgenza di regole e limiti, ma ricorda che comprendere il disagio non cancella la responsabilità individuale: chi danneggia deve rispondere delle proprie azioni. Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, chiama in causa anche chi non ha saputo intervenire sui social e sugli algoritmi, capaci di influenzare comportamenti e amplificare reazioni. Ma regolare il digitale non rimetterà automaticamente in ordine il mondo reale. Gli algoritmi non possono diventare l’alibi per evitare di interrogarsi sugli adulti, sulla scuola e sulle comunità che si sono ritirate.

Il ruolo della scuola e del conflitto

C’è chi riduce i ragazzi a marionette degli algoritmi e chi pensa che bastino pene più severe. Sono scorciatoie speculari. Servono norme efficaci, responsabilità delle piattaforme, sicurezza, scuole capaci di educare e famiglie presenti. L’educazione è una condizione della sicurezza: la repressione serve, ma da sola arriva dopo il danno. La scuola, sostiene Bertagna, «deve testimoniare solidarietà, rispetto e ascolto, ma anche insegnare a stare nel conflitto, dimensione inevitabile della democrazia; non a caso Georg Simmel diceva che la prima forma di dialogo è proprio il conflitto». Bisogna imparare a contraddirsi senza annientarsi, accettare un limite senza viverlo come violenza. I social, premiando reazione e indignazione, faticano a insegnarlo. Nel mondo reale l’altro non si può bloccare con un clic: bisogna ascoltarlo.

Interviene Zuppi

La democrazia ha bisogno di legami contro la solitudine, di luoghi in cui i ragazzi siano visti prima di finire nelle cronache, di adulti che non deleghino agli schermi la formazione dei figli. Il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, invita a interrogarsi «uscendo dalla polarizzazione e dal permissivismo», cercando risposte serie ai disagi e condannando la violenza, qualunque essa sia.

La sintesi è questa: fermezza senza disumanizzazione, ascolto senza indulgenza, educazione senza prediche. Il mondo non è un video da consumare né una scenografia da distruggere per ottenere un applauso. Perché le leggi puniscono chi distrugge, ma non insegnano a rispettare. E una democrazia che non sa più ascoltare i propri figli rischia di ritrovarseli contro. Il guaio comincia quando una generazione si fa vedere da tutti, ma nessuno è capace di capirla. Soggetti inediti, appunto.

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