Il professore di Diritto penale dell’Università degli Studi di Milano Stefano Zirulia critica il decreto sicurezza del governo: dal fermo preventivo al coinvolgimento dei militari, fino al nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione.
«Ancora politiche repressive che restringono in maniera significativa le garanzie processuali ed estendono misure di tipo preventivo e punitivo, comprimendo la libertà personale, di movimento, di riunione, di manifestazione del dissenso e di espressione». Boccia il nuovo decreto sicurezza del governo Stefano Zirulia, professore associato di Diritto penale all’Università degli Studi di Milano, che considera le nuove misure il simbolo di una «torsione securitaria molto pericolosa», oltre che «inefficace». «Se si è reso necessario un quarto pacchetto, dopo il decreto Caivano e le norme del 2025 e 2026, vuol dire che i primi tre hanno fallito. Allora forse, anziché continuare a introdurre strette, bisognerebbe chiedersi se questa politica porta realmente da qualche parte».
Professore, queste misure arrivano sull’onda dei gravi fatti di Milano. Perché non la convincono?
«Sono chiaramente misure adottate di fronte a fatti che presentano elementi di violenza contro le cose e talvolta anche contro le persone. Ma la loro portata è molto più ampia: possono arrivare cioè ad applicarsi a situazioni che non hanno quelle componenti di violenza ma che si basano sul sospetto. Anche in assenza della realizzazione di un reato, come nel caso del fermo preventivo che è l’emblema di tutto questo e che ha mosso i rilievi del Quirinale. Il pretesto è la scena della strada in cui ci sono le persone che lanciano i sassi contro le vetrine o la polizia. Il risultato è una misura che non colpisce solo quelle persone, ma potenzialmente tutti coloro che sono considerati pericolosi e che vorrebbero manifestare magari pacificamente. È evidente l’effetto collaterale».
Lo stop del Colle riguarda pure i poteri di polizia giudiziaria ai militari che dovrebbero essere schierati a Milano.
«Mi pare di capire fossero misure provvisorie, ma c’è sempre il rischio che diventino permanenti. Evocando l’esercito avanza l’idea della guerra civile, di un livello di scontro che si alza. Ma l’immagine delle città con i con i mezzi militari crea piuttosto insicurezza e tensione sociale. Non solo. I militari avrebbero avuto la necessaria competenza? Finora non potevano arrestare, ma tutt’al più identificare persone, perquisire, e su determinati presupposti – per esempio il sospetto che la persona avesse esibito documenti falsi o il ritrovamento di armi vietate – accompagnare i sospettati in commissariato. Ma l’arresto per chi viene individuato in flagranza di reato presuppone la conoscenza dei codici penale e di procedura penale. Occorre sapere la differenza tra un danneggiamento aggravato e una devastazione e saccheggio, perché le cose cambiano sul piano della possibilità o dell’obbligo di effettuare arresti».
Che differenza c’è tra i due reati?
«Il reato di devastazione e saccheggio è un illecito contro l’incolumità pubblica, ciò giustifica la previsione di pene molto più severe di quelle previste per il danneggiamento, che invece è un reato contro il patrimonio. Nel caso del danneggiamento aggravato l’arresto può essere facoltativo se avviene durante le manifestazioni, una previsione già introdotta dal decreto sicurezza 2019 che autorizza la polizia giudiziaria che assiste alla commissione del reato a valutare l’arresto. Per la devastazione e saccheggio invece l’arresto è obbligatorio. Ma non è facile stabilire che tipo di reato si stia commettendo, e se ci siano le condizioni per privare qualcuno della libertà personale: valutazioni che la polizia giudiziaria riesce a fare, ma i militari?».
Nel decreto ci sono anche disposizioni più severe per i danneggiamenti commessi in gruppo. E il nuovo reato di partecipazione violenta a una manifestazione.
«Esistono già nel codice penale le aggravanti relative al concorso di più persone nel reato perché a rigor di logica un reato commesso da più individui crea più allarme ed è potenzialmente più pericoloso. La previsione di un nuovo reato mi sembra rispondere a esigenze puramente simboliche, considerato che colpirà condotte che già costituivano reato, ad esempio il concorso in danneggiamento o in resistenza a pubblico ufficiale. Mi pare si vogliano legare un po’ le mani al giudice uscendo dalla disciplina generale per applicare pene ancora più alte, con le stesse ricette: più carcere e in aggiunta la sanzione pecuniaria della multa. Fermo restando che anche questa è una sanzione penale, e quindi deve essere applicata da un giudice all’esito di un processo».
Sempre più minori sono al centro di fatti criminosi. Cosa sta accadendo?
«Non sono un sociologo ma ho l’impressione che ci troviamo di fronte a fenomeni in cui si sono comportamenti che sicuramente presentano una responsabilità anche penale. Il nostro ordinamento da sempre consente di applicare sanzioni penali anche al minore, con la differenza che in questo caso occorre valutare caso per caso la capacità di intendere e di volere. Il tema è che il diritto penale non può essere l’unica risposta: il problema si risolve andando alle cause sociali ed economiche di questo disagio ed è li che occorre lavorare. Non con la forza come medicinale meramente sintomatico, che non cura il male».































