A confronto sull’emergenza penitenziaria con Rita Bernardini, Presidente dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, ex-membro del Consiglio Generale del Partito Radicale ed ex deputata
Emergenza carcere. Anzi, inferno, con una popolazione carceraria che ha appena sfondato quota 65.000. In pratica, 18.666 detenuti in più oltre i posti disponibili e un tasso di sovraffollamento di più del 140%. Dietro questi numeri: spazi ristretti, condizioni igienico-sanitarie drammatiche, docce rotte, caldo asfissiante.
E ancora: carenze sanitarie, mancanza di beni primari, ambienti fatiscenti, assenza di attività di volontariato o formazione, tossicodipendenza. Ne parliamo con Rita Bernardini, Presidente dell’Associazione “Nessuno Tocchi Caino”, ex-membro del Consiglio Generale del Partito Radicale ed ex deputata. E da maggio 2026, membro del comitato scientifico del Movimento Italiano Diritti Detenuti. Che si appresta il 14 e 15 agosto a visitare rispettivamente gli Istituti di Rebibbia Nuovo Complesso e Regina Coeli».
Presidente, all’8 agosto nelle carceri italiane sono ristretti 65.009 detenuti. Nonostante gli annunci del governo ad ampliare i posti, fino a 10.000, che risultano al contrario fortemente diminuiti. Cosa significano in concreto numeri del genere?
«Dall’esperienza di tanti anni che ho fatto al fianco di Marco Pannella – che ci ripeteva che non bisogna distrarsi nemmeno un minuto da quello che avviene nelle carceri – ho imparato che come spesso accade anche per altri contesti, le persone si interessano al carcere, tranne eccezioni, solo quando la questione li tocca da vicino. Solo lì ci si rende conto che se si entra in carcere, non si perdono tutti i diritti, quelli umani fondamentali riconosciuti dalla Carta dell’Onu, dalla Convenzione europea e dalla nostra Costituzione. Invece l’esperienza del carcere e del processo è devastante. In più questa situazione è determinata anche da un atteggiamento dei mezzi di informazione, quando si parla di sicurezza a sproposito».
Ci spieghi meglio.
«Spesso si riportano fatti di cronaca anche gravi, seppur limitati, con particolari morbosi, che stimolano il pubblico a volere quelle persone in carcere e sentirsi così al sicuro. Senza ovviamente interessarsi nel modo più assoluto a ciò che accade poi a chi entra in carcere. Noi siamo al sicuro, fine. Una volta scontata la pena, tuttavia, si esce. Ed è da questo punto di vista che i dati parlano chiaro: in Italia, per le modalità con cui viene eseguita la pena, le persone escono peggiori di come sono entrare, tranne eccezioni poco valorizzate».
Come c’entra la politica in tutto questo?
«In nome della sicurezza le forze politiche mettono in carcere tutte le marginalità sociali, che abbandonate a se stesse fuori, diventano reati, e quindi approdano al carcere. Dove per incuria troviamo poi ammassate persone in condizioni igienico-sanitarie impressionanti, con mancata manutenzione di ambienti dove convivono tante persone e professionalità sotto organico da tutti i punti di vista.Se gli agenti sono pochi, è più comodo tenere i detenuti chiusi. Le nostre visite in carcere parlano di questo. A Rebibbia, dove entriamo ogni mese al G8, c’è tra i tanti, il dramma della sezione dei transessuali. Da quando sono entrate, queste persone non hanno più ricevuto cure ormonali che non si possono interrompere. Storie strazianti che danno scompensi fisici e psicologici gravi. Un esempio, tra tanti».
Anche sulla detenzione domiciliare per tossicodipendenti, il governo ha fatto un passo indietro, parlando di “piano pluriennale”…
«Quando ho letto la proposta di legge, ho verificato subito lo stanziamento. Facendo i conti, sarebbero coinvolti 300 detenuti all’anno, mi dicono 500/600. A fronte di 18.000 posti mancanti. Va detto che lo Stato per l’amministrazione penitenziaria spende ben 3 miliardi e mezzo di euro l’anno mentre tutto il settore giustizia costa 10 miliardi di euro. Il carcere assorbe il 35%-37%. Che però ha un forte deficit di assunzioni per agenti ed educatori. Altro dato è quanto si spende invece per la giustizia minorile e di comunità, vale a dire per tutta l’esecuzione penale esterna, minori e non. Cioè per gli uffici che gestiscono le misure alternative. Qui parliamo di soli 400 milioni di euro! Una politica che dichiara il carcere come estrema ratio e che invece punta al carcere».
Qual è il livello sulla sicurezza dei detenuti all’interno del carcere?
«L’attuale capo del Dap, Stefano De Michele, dà la massima disponibilità alla società civile per le viste ispettive. Le condizioni peggiori sono gli isolamenti e l’ex articolo 32, sanzioni disciplinari e nuovi giunti: zone abbandonate. E’ il luogo in se stesso che porta alla violenza. E a fronte di un’urgenza di mandare nuovi agenti, i corsi di formazioni sono stati molto ridotti. Al punto che molti giovani allievi rinunciano. Mi chiedo però cosa fanno i procuratori della Repubblica quando vengono a conoscenza anche dalla stampa di situazioni drammatiche. Perché solo a Firenze sono andati a verificare le condizioni igienico-sanitarie da noi denunciate e hanno sequestrato 7 sezioni. “Nessuno tocchi Caino” ha denunciato Ministro e vice-ministri per i sistematici trattamenti inumani e degradanti. Denuncia non archiviata che però pende…».
Il circuito minorile?
«Indubbio il fatto che sono aumentate le carcerazioni. Fino a qualche anno fa, difficilmente i minori andavano a finire in carcere. Ora c’è quasi un raddoppio del dato e questo a causa di leggi securitarie. Oltre al fatto di non occuparsi di persone e contesti a rischio, caratterizzati da povertà, dispersione scolastica, immigrazione irregolare, casi psichiatrici e tossicodipendenze. Alla fine, tutto finisce nel circuito carcere».
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La Consulta deciderà a ottobre sulla incostituzionalità dell’assenza circa il rimedio di differimento dell’esecuzione della pena, ove questa debba essere scontata in violazione della dignità umana. Cosa ne pensa?
«La mia posizione su questo è anomala. Credo che lo Stato debba avere il senso di responsabilità di diminuire la popolazione carceraria. E in questa direzione tornare alla proposta di legge a firma Roberto Giachetti. Un testo di legge già applicato con decreto legge nel 2014. Si tratta della liberazione anticipata speciale. Abbiamo già la liberazione anticipata, che prevede uno sconto di 45 giorni di carcere ogni 6 mesi per buona condotta. La proposta Giachetti prevede che i 45 giorni diventino 60 e nella fase di prima applicazione della norma, 75 giorni. Una soluzione incentivante per i detenuti che manterrei fino a che non si è rientrati nella capienza delle carceri prevista dalla legge, di 46.000 posti circa. Questa proposta stava per essere approvata nel 2023, era addirittura in Aula. La maggioranza ha fatto marcia indietro e l’ha fatta tornare in Commissione, dicendo che avrebbero messo in atto altre misure contro il sovraffollamento. I risultati sono sotto gli occhi di tutti».































