La Rai sospende le repliche estive della trasmissione di Ranucci Report, mentre la procura aggiunge tasselli al mosaico
L’inchiesta non si è fermata a Lavitola. E questo, forse, è il dettaglio più interessante di una vicenda che ogni giorno aggiunge un tassello e toglie una certezza, mentre la Rai comunica di aver sospeso «cautelativamente» le repliche estive di Report, «in attesa che si faccia piena chiarezza sulla delicata e complessa vicenda che vede coinvolto il conduttore Sigfrido Ranucci».
Intanto, l’interrogatorio del giornalista di Report Daniele Autieri convocato ieri racconta che la Procura continua a guardare anche altrove. Se il presunto mandante dell’attentato resta Valter Lavitola, gli investigatori non hanno ancora archiviato definitivamente la pista che porta al servizio sui Cantieri Navali Vittoria di Rovigo e all’eventualità di una ritorsione maturata in ambienti mafiosi. Non è un caso che venga sentito proprio Autieri.
L’inchiesta sui Cantieri
È lui l’autore dell’inchiesta che fece saltare il banco ai Cantieri Vittoria. Un servizio che provocò un terremoto interno e costò la poltrona all’amministratore delegato Francesco Maria Tuccillo, licenziato dopo aver aperto i cancelli alle telecamere di Report. Un prezzo altissimo che spinse subito gli investigatori a chiedersi se la bomba davanti alla casa di Sigfrido Ranucci potesse essere la risposta a quell’inchiesta. Una pista battuta con scrupolo. E non ancora del tutto uscita dal radar. Ma il convitato di pietra continua ad avere sempre lo stesso nome: Valter Lavitola. L’ex editore dell’Avanti!, ex faccendiere, pluricondannato, oggi ristoratore, aveva trasformato il bistrot di Monteverde in una specie di ministero ombra della Roma che conta. O almeno della Roma che pensa di contare. Politici, giornalisti, professionisti, mediatori, faccendieri. Tutti passavano da quei tavoli. E proprio lì nasce il progetto più incredibile emerso dall’inchiesta: costruire la candidatura politica di Sigfrido Ranucci.
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Il sondaggio
Non una battuta da dopocena. Un sondaggio vero. Con domande, campione, strategia. Tra i quesiti spunta persino quello sui giornalisti televisivi più conosciuti dagli italiani. Più avanti si misura il consenso del possibile leader del campo largo. Il questionario finisce perfino nelle mani di Paolo Mieli e di Stefano Cappellini, che lo ricevono senza sapere che dietro quelle domande c’è il nome del conduttore di Report. Poi arriva la bomba. Ed è qui che la storia diventa quasi grottesca. Perché l’ipotesi della Procura è che a ordinarla sia stato proprio l’uomo che Ranucci ha sempre definito un amico. Non per eliminarlo, ma per costruirgli addosso l’aura della vittima perfetta, il martire civile da spendere in una futura discesa in politica. Un’idea talmente cinica da sembrare uscita dalla sceneggiatura di una serie televisiva. Eppure è il movente sul quale gli investigatori stanno costruendo il loro impianto accusatorio.
Intanto il mosaico si completa. I carabinieri hanno perquisito la casa di Gomes Clesio Tavares, il factotum camerunense di Lavitola, considerato il tramite con il gruppo dell’agro nolano che avrebbe piazzato l’ordigno. La compagna è stata sentita come persona informata sui fatti. Lui, invece, è in Camerun.
La trappola e gli avvoltoi
In molti sospettano che Ranucci sia finito in un trappolone. Ieri ha provato a chiudere una polemica pubblicando la locandina dell’Avanti! del 1996 diretta da Lavitola. «Fabio Ranucci non è mio parente», ha scritto, anticipando l’ennesima teoria da complotto. Ma il clima è quello che è. A esporsi davvero è stato quasi soltanto il presidente della Fnsi Vittorio Di Trapani. Per il resto, silenzi. O prudenza. Anche perché Ranucci da mesi è in rotta con l’Usigrai per la vicenda dei suoi collaboratori “stabilizzati”, assunti dalla Rai e poi spediti nelle redazioni dei Tg regionali. Una ferita che oggi presenta il conto. E mentre il giornalista resta sempre più isolato, i suoi avversari si divertono.
Fratelli d’Italia risponde all’appello di Report per raccogliere nuove inchieste suggerendo di indagare sulla “curiosa amicizia” tra Ranucci e Lavitola. Gasparri rilancia chiedendo chiarezza sui rapporti con Lavitola e Bellavia. Donzelli liquida tutto con una frase che vale più di un comunicato: «Spero di avere amici che si comportino diversamente…». Resta però un paradosso enorme. Se la Procura avrà visto giusto, Ranucci non sarebbe finito nei guai per un nemico, per un politico irritato dalle sue inchieste o per un boss colpito dai suoi servizi. Ma per quello che riteneva un amico. Un rapporto personale che, pezzo dopo pezzo, sta esplodendo insieme all’inchiesta.






























