La sovrapposizione tra Roma-Lazio e la finale degli Internazionali al Foro Italico scatena polemiche politiche, tensioni sull’ordine pubblico e accuse alla Lega Calcio. Nel mezzo anche l’Angelus del Papa e una città paralizzata
Come sia stato possibile resta un mistero che neppure il Var, l’intelligenza artificiale e gli astrologi di TikTok riuscirebbero a chiarire. Chi è il fenomeno che ha deciso di piazzare il derby Roma-Lazio nello stesso giorno della finale degli Internazionali d’Italia al Foro Italico? Chi è l’architetto di questo capolavoro di pianificazione creativa?
Perché qui non siamo all’errore. Siamo all’installazione artistica. Al dadaismo applicato al calendario sportivo. Da una parte il derby della Capitale, una partita che ogni volta mobilita migliaia di agenti, chiude quartieri, paralizza il traffico e produce più tensione diplomatica di un vertice Nato. Dall’altra la finale del torneo di tennis più importante d’Italia, diventato ormai un evento globale grazie all’effetto Sinner, alla Coppa Davis e a un movimento che oggi fattura entusiasmo, sponsor e prestigio internazionale.
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Eppure qualcuno, nella stanza dei bottoni della Lega Calcio, ha pensato bene di incrociare tutto nello stesso giorno. Non per necessità. Non per fatalità ma per semplice, gioiosa, disarmante, sciatteria organizzativa.
Il caos prevedibile
La cosa più incredibile è che non serviva un premio Nobel in logistica per evitare il pasticcio. Bastava un’agenda. O un algoritmo. Gli Internazionali si giocano ogni anno nelle prime due settimane di maggio. Il derby di Roma non è una partita a sorpresa tipo tombola natalizia. Le esigenze di ordine pubblico sono note da decenni. E invece niente. La Lega è riuscita a fare esattamente il contrario di ciò che il buon senso suggeriva. Risultato: domenica prossima caos totale. Calcio contro tennis. Foro Italico contro Olimpico. Racchette contro pallonari. Una guerra sportiva combattuta a colpi di comunicati, ricorsi al Tar, vertici in Prefettura, telefonate ministeriali e interrogazioni politiche.
Il problema non è soltanto il rischio che le tifoserie di Roma e Lazio se le diano di santa ragione, eventualità che purtroppo il folklore del derby contempla da sempre come una triste appendice. Il nodo vero è logistico: garantire il deflusso ordinato di decine di migliaia di persone tra due eventi concentrati nello stesso quadrante della città. Il Foro Italico e lo stadio Olimpico sono praticamente attaccati. Da una parte il popolo delle racchette. Dall’altra il popolo delle curve. In mezzo, autobus, metro, strade chiuse, agenti, steward, turisti, romani inferociti. Così la Prefettura, insieme alla Questura e al Viminale, ha deciso di spostare il derby al lunedì sera. Apriti cielo. La Lega ha minacciato il ricorso al Tar. Si è parlato di anticipo domenica alle 12, poi alle 12.30, poi di nuovo alle 12.
Nel frattempo, per la regolarità del campionato, tutte le partite della 37ma e penultima giornata – tranne quelle in cui sono impegnate squadre la cui posizione in classifica non sposta più niente – dovrebbero giocarsi in contemporanea. E dunque l’incertezza sull’orario di Roma-Lazio finisce per condizionare pure Napoli, Juventus, Milan, Como, Cremonese e Lecce, corsa Champions e retrocessione. Un busillis degno di Kafka.
Le accuse alla Lega Calcio
Matteo Piantedosi, ministro dell’Interno, è stato persino costretto a spiegare l’ovvio: «La sovrapposizione poteva essere evitata agevolmente al momento della programmazione». Traduzione dal burocratese: chi doveva pensarci non ci ha pensato. Il ministro ha definito «ragionevole» la scelta della sicurezza pubblica e ha ricordato che «non ci voleva molto». Appunto. Il presidente della Regione Lazio, Francesco Rocca, è stato ancora più netto: «La Lega Calcio ha fatto un disastro». Difficile dargli torto. Rocca ha parlato di «errore grave» e di necessità di una «migliore capacità di pianificazione». Che detta in romano suona più o meno così: ma dove stavate con la testa?
Le reazioni politiche
Pure la politica si è infilata nel derby del calendario. Giuseppe Conte, da tifoso dichiarato, ha chiesto «chiarezza» perché «i tifosi devono poter programmare le proprie giornate». Sacrosanto. Anche perché c’è gente che lavora, prenota treni, organizza trasferte, babysitter e turni. Il M5S è andato all’attacco con Francesco Silvestri, che ha parlato di «vicenda allucinante» e di «metafora dell’incompetenza». Possibile che un Paese intero vada in tilt perché derby e tennis si giocano nello stesso giorno?
E intanto il clima si è avvelenato anche fuori dagli uffici istituzionali. Sul web e sui muri del Foro Italico sono comparsi adesivi e scritte offensive contro Jannik Sinner, colpevole naturalmente di nulla. Un episodio grottesco e miserabile che racconta meglio di mille analisi il livello di isteria raggiunto. Il tennis trasformato nel nemico del calcio. Sinner nel sabotatore delle curve. Per fortuna qualcuno ha provato a riportare il dibattito dentro i confini della civiltà sportiva. Matteo Berrettini è intervenuto sui social chiedendo rispetto, ricordando che lo sport dovrebbe unire e non diventare il bersaglio di frustrazioni organizzative.
C’è pure l’Angelus
La verità è che questa volta il tennis non ha alcuna intenzione di fare il fratello minore del calcio. Per anni il pallone ha guardato tutti dall’alto in basso. Adesso però la musica è cambiata. La Federtennis, gonfiata dal boom del padel, dai trionfi in Davis e soprattutto dall’effetto Sinner, mostra i muscoli. E può permetterselo. Il tennis italiano oggi produce campioni, ascolti, sponsor e prestigio internazionale. Il calcio italiano invece arranca tra stadi fatiscenti, debiti, violenza, dirigenti litigiosi e una Nazionale sprofondata e fuori dal Mondiale.
Da una parte le insalatiere alzate al cielo. Dall’altra i processi del lunedì. Persino Guido Zappavigna, storico ex capo ultras romanista, ha parlato di «mancanza di organizzazione e rispetto verso i tifosi». E quando pure uno cresciuto nel cuore caldo delle curve si mette a invocare programmazione e buon senso, significa che il livello del disastro è davvero avanzato.
Nel frattempo si continua a trattare su orari impossibili, mediazioni fantasiose e compromessi surreali. Derby alle 12. Finale tennis alle 18. Partite spostate. Ricorsi congelati. Telefoni roventi. E Roma domenica vivrà pure l’Angelus di Papa Leone con migliaia di pellegrini attesi a San Pietro. Quello però non si può spostare. Neanche con il ricorso al Tar.






























