12 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

12 Mag, 2026

Roma Capitale, il pasticcio perfetto della politica italiana

Roma

Il Parlamento ha votato la riforma su Roma Capitale; ma le divisioni del centrosinistra rischiano di farla diventare una barzelletta


Fermatevi. Davvero. Fermatevi prima che la riforma su Roma Capitale diventi definitivamente una barzelletta istituzionale. Perché a questo punto il rischio non è più il fallimento politico, quello è quasi scontato. Il rischio è l’eterogenesi dei fini: nel tentativo di riconoscere finalmente a Roma i poteri di una vera capitale europea, la politica italiana potrebbe finire — per assurdo — col rimettere indirettamente in discussione perfino il ruolo stesso di Roma Capitale della Repubblica sancito dal referendum del 7 ottobre 2001 che approvò la modifica del Titolo V e dell’articolo 114 comma 3 della Costituzione.

Sia chiaro: è una provocazione. Ma neppure troppo. Perché quando una riforma costituzionale nasce senza una condivisione trasversale, viene svuotata nei contenuti, trascinata tra veti e sospetti reciproci e regolamenti di conti politici, il rischio di approdare a un referendum confermativo diventa concreto. E a quel punto il Paese si ritroverebbe davanti a una scena surreale: votare ancora su Roma Capitale 25 anni dopo aver già deciso che è la Capitale della Repubblica. Una caricatura della politica italiana.

La sfida politica

La Camera il 29 aprile ha approvato la riforma con 159 voti favorevoli, 33 contrari e 55 astensioni. Favorevoli centrodestra e Azione. Astenuti Pd e Italia Viva. Contrari M5S e Avs. Tradotto: la riforma tornerà al Senato ma senza blindare un percorso costituzionale così delicato. Ed è qui che il paradosso romano raggiunge livelli quasi artistici. Per decenni Roma è rimasta prigioniera dei veti che le hanno impedito di ottenere i poteri legislativi. Parigi li ha. Berlino li ha. Madrid li ha. Londra governa se stessa. Adesso però succede l’impensabile.

A votare a favore della riforma sono anche Matteo Salvini e Roberto Calderoli, cioè la Lega che per anni ha costruito parte della propria identità politica contro «Roma ladrona». Mentre il centrosinistra, teoricamente più sensibile al tema, si divide ancora una volta. Il motivo è persino comprensibile: manca la legge ordinaria che dovrebbe definire funzioni, risorse, governance e rapporti tra Campidoglio, Regione e Stato. In altre parole, manca quasi tutto. La riforma costituzionale assegna sulla carta competenze legislative a Roma in materia di trasporto pubblico locale, urbanistica, commercio, turismo, servizi sociali, beni culturali e organizzazione amministrativa.

Le competenze della Capitale

Ma chi decide davvero? Chi paga? Chi gestisce? Chi compra gli autobus? Chi bandisce gli appalti? Chi coordina l’area metropolitana reale? E infatti il vero convitato di pietra resta proprio il nodo dei confini. Perché ridefinire il perimetro del nuovo ente Roma Capitale — estendendolo davvero alla dimensione metropolitana — significherebbe inevitabilmente toccare i collegi elettorali, gli equilibri territoriali, le roccaforti politiche. La paura più grande dei partiti. Walter Tocci lo dice da tempo: Roma ormai non coincide più con il perimetro amministrativo del Comune. La città reale si è espansa ben oltre il Gra, saldandosi con l’hinterland in una gigantesca conurbazione. Ma riconoscerlo istituzionalmente significherebbe aprire una faglia politica enorme.

Le rivendicazioni e gli arretramenti

Così cresce il sospetto che questa legge rischi di essere una gigantesca operazione simbolica. Una bandierina politica buona per i manifesti 6×3 con cui Giorgia Meloni ha rivendicato la «svolta storica». Persino Roberto Gualtieri, inizialmente coinvolto nel confronto, dopo il voto ha corretto il tiro. Ha parlato di passo avanti, certo, ma ha lamentato subito la mancanza di risorse. Anche dal mondo civico arrivano segnali pesanti: Pino Cardente dell’associazione Pro.Co.Nel. – che 26 anni fa lanciò una proposta di legge regionale – parla di una riforma che «lascia l’ente sulla carta».

Mentre l’associazione Carteinregola, insieme a trenta realtà civiche e culturali, ha lanciato un appello perché il tema venga finalmente discusso con i cittadini. Alla fine il punto è quasi tragicamente semplice: se non volete dare a Roma i poteri, almeno smettete di danneggiarla ulteriormente. Perché questa interminabile telenovela istituzionale sta diventando qualcosa di peggio dell’immobilismo: sta sfiorando il ridicolo. E Roma, francamente, non se lo può più permettere.

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