24 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Lug, 2026

Bce, blocca i tassi al 2,25% ma il rialzo resta in vista

La Banca Centrale Europea (Bce) lascia i tassi al 2,25%, ma l’impennata del petrolio e le tensioni nello Stretto di Hormuz cambiano lo scenario


A Francoforte hanno tirato il freno a mano, ma tenendo il piede ben pigiato sull’acceleratore. La Banca Centrale Europea ha deciso di bloccare i tassi d’interesse al 2,25%, regalando ai mercati quella pausa che era ampiamente attesa dopo l’aumento di giugno. Una tregua armata, verrebbe da dire. Perché dietro il paravento della stabilità si nasconde l’ombra lunga dello Stretto di Hormuz, una spina nel fianco energetico globale che rischia di far saltare i piani di chiunque pensasse a un ritorno alla normalità.

Christine Lagarde lo ha detto senza troppi giri di parole: l’impatto di questa crisi sui prezzi deve ancora manifestarsi appieno. In sostanza ness governatore, durante la riunione, ha sollevato il dubbio se non fosse il caso di picchiare duro subito, senza aspettare la fine dell’estate. Solo un mese fa, la fragile tregua tra Stati Uniti e Iran e il conseguente scivolone del prezzo del greggio avevanouna illusione, perché a settembre i tassi torneranno a salire.

Il confronto tra falchi e colombe

Che l’aria dentro il board dell’Eurotower fosse pesante lo si è capito subito. Formalmente il voto è stato compatto, ma la stessa Lagarde ha dovuto ammettere che più di un governatore, durante la riunione, ha sollevato il dubbio se non fosse il caso di picchiare duro subito, senza aspettare la fine dell’estate. Solo un mese fa, la fragile tregua tra Stati Uniti e Iran e il conseguente scivolone del prezzo del greggio avevano ridato fiato alle “colombe” del Consiglio direttivo.

Lo spettro che agita i sonni dei banchieri centrali più prudenti è sempre lo stesso: ripetere i clamorosi errori del 2008 e del 2011, quando la BCE guidata da Jean-Claude Trichet scelse la via del rigore monetario proprio mentre l’economia reale stava cadendo. Ma i “falchi” non mollano la presa, forti di un’inflazione che non ne vuole sapere di scendere e che continua a erodere i salari reali dei cittadini europei.

Il petrolio sopra i 100 dollari

La realtà ha la brutta abitudine di irrompere nei palazzi della finanza rovinando le slide più ottimistiche. Mentre la Lagarde parlava in conferenza stampa, le agenzie battevano le notizie dell’ennesimo attacco alle petroliere in Medio Oriente, con i negoziati in stallo e il conflitto che minaccia di allargarsi pericolosamente verso il Mar Rosso. Risultato immediato: il petrolio Brent ha sfondato la barriera psicologica dei 100 dollari al barile proprio sotto gli occhi dei banchieri centrali.

Un colpo da ko per le stime di giugno, che prevedevano un’inflazione al 3% per quest’anno e al 2,3% per il prossimo, prima di toccare il fatidico obiettivo del 2% nel 2028. Il problema vero è l’inflazione “core”, quella depurata da cibo ed energia, che rischia di rimanere fuori controllo ben oltre i tempi previsti. Anche se domani mattina tornasse miracolosamente la pace, gli esperti sanno bene che ci vorrebbero mesi per rimettere in sesto le catene logistiche e le forniture di gas e petrolio.

I mercati obbligazionari hanno immediatamente recepito il messaggio, mettendosi sulla difensiva. I rendimenti dei titoli di Stato sono tornati a correre, con il BTP italiano che ha superato la soglia di guardia del 4% e il Bund tedesco volato al 3,19%.

Il clima pesa sull’inflazione

A peggiorare un quadro ci si mette pure il meteo: la nota della BCE cita esplicitamente la crisi climatica ed eventi meteorologici estremi come benzina sul fuoco dei prezzi alimentari. Il tutto in un contesto macroeconomico dove le prospettive di crescita a breve termine restano modeste, per non dire asfittiche.

L’unico barlume di luce arriva dal settore dei servizi, trainato dai massicci investimenti in tecnologia e intelligenza artificiale, ma non basta a compensare il generale irrigidimento del credito. Le banche, strette tra la politica della BCE e l’incertezza geopolitica, stanno stringendo i cordoni della borsa a famiglie e imprese.

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In questo scenario da tempesta perfetta, non poteva mancare la nota di colore politico, che a Francoforte ha sempre il sapore del giallo. Da tempo ci si interroga sul futuro della Lagarde, che in un’intervista di qualche settimana fa aveva lasciato aperta la porta a un suo coinvolgimento in vista delle elezioni presidenziali francesi della primavera del 2027. Un voto cruciale, dove i sondaggi vedono in testa i candidati delle ali estreme, con programmi dichiaratamente anti-europeisti.

Interpellata dai giornalisti sul suo possibile addio anticipato, l’ex direttrice del FMI ha risposto con una metafora marinara: «Quando ci sono le nuvole all’orizzonte, il capitano resta sulla nave. Non vi libererete di me prima del 2027». Una rassicurazione che però lascia aperto più di uno spiraglio: per correre all’Eliseo bisognerebbe comunque lasciare la BCE a ottobre, pochi mesi prima della scadenza naturale del mandato. Ma per ora, con il petrolio a cento dollari e lo Stretto di Hormuz che brucia, Madame Lagarde resta al timone.

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