Dalla possibile riunificazione della Libia ai grandi gasdotti che attraverseranno il Sahara, il Nord Africa resta centrale per il futuro energetico dell’Italia
Il futuro dell’Italia passa dall’Africa, o per essere più precisi dalla parte settentrionale del Continente nero. Non è certo una rivelazione, alla geografia non si scappa, per quanto i politici di ogni risma e formazione abbiano sempre e inesorabilmente privilegiato una visione dell’Italia completamente integrata nella Mitteleuropa. A scapito di millenni di storia e, peccato ancor più grave, degli interessi strategici del Paese. Non c’è esempio più eclatante della Libia, che dopo lo sciagurato rovesciamento di Muammar Ghaddafi non ha praticamente mai più conosciuto pace, stabilità e unità nazionale.
Nei prossimi mesi qualcosa potrebbe cambiare, perché ormai da più di un anno Massad Boulos, consigliere speciale di Donald Trump per gli affari africani e arabi, ha fatto la spola tra i due governi libici, incontrando ripetutamente Abdulhamid Dbeibah, capo del governo di Tripoli, e Saddam Haftar, figlio del generale Khalifa Haftar, a capo della Libia Orientale. Il piano abbozzato dall’inviato americano mira alla creazione di un governo e istituzioni unificate.
Sebbene i dettagli non siano stati resi pubblici, le indiscrezioni diplomatiche e i media libici ipotizzano una soluzione di condivisione del potere. Con Dbeibah che rimarrebbe Primo Ministro e Saddam Haftar che diventerebbe capo del Consiglio Presidenziale (a tre membri). L’improvviso interesse americano per la Libia si spiega facilmente con la profonda fissazione dell’amministrazione Trump per il controllo del flusso di idrocarburi.
Il petrolio al centro della strategia Usa
La Libia detiene le più grandi riserve petrolifere certificate dell’Africa. E lo stesso Boulos ha dichiarato apertamente al Financial Times che Washington sta incoraggiando le grandi compagnie energetiche americane a investire nel Paese. Con l’obiettivo di raddoppiare la produzione a 3 milioni di barili al giorno entro la fine del decennio. Gli americani hanno già iniziato a muoversi, negli ultimi mesi la National Oil Corporation libica ha firmato accordi con Chevron, Halliburton, ConocoPhillips e ExxonMobil.
A gennaio 2026 è stato siglato un accordo da oltre 20 miliardi di dollari con ConocoPhillips e la multinazionale francese TotalEnergies. L’italia, con Eni, rimane al momento concentrata soprattutto sul settore del gas naturale. Dove nel 2023 era stato firmato un maxi-accordo da 8 miliardi per il quinquennio 2025-2028. L’obiettivo è modernizzare e ampliare il GreenStream – il gasdotto sottomarino da 516 km che collega Mellitah (Libia) a Gela (Sicilia) – che opera oggi a circa del 15% della sua capacità massima.
Stabilità e controllo del Mediterraneo
Se dunque l’unificazione nazionale sembra essere la premessa per l’ingresso dei giganti americani nel settore petrolifero, un governo libico unito potrebbe rendere molto più facile per Roma controllare il fenomeno dell’immigrazione clandestina. A patto che il piano mediato dagli Stati Uniti preveda anche una fusione delle frammentate forze di sicurezza libiche. Un Nord Africa stabilizzato faciliterebbe notevolmente la creazione di quell’hub energetico a cui la premier Giorgia Meloni ha più volte fatto riferimento.
LEGGI Papa Leone a Lampedusa: «Migranti, per l’Europa chiamata epocale»
E, da questo punto di vista, la stabilizzazione del Sahel giocherebbe un ruolo chiave. È infatti in fase di costruzione il gasdotto Trans-Saharan Gas Pipeline (TSGP), un colosso di 4.128 km che collegherà la Nigeria all’Algeria attraversando il Niger. Al momento teatro di scontri a bassa intensità tra le forze governative, coadiuvate dall’Afrika Corp russo, e gli estremisti islamici. I lavori sono iniziati questo giugno in Algeria, con apertura attesa nel 2030.
I vantaggi per Roma
Per l’Italia il vantaggio è indiretto, perché il gas nigeriano arriverà in Algeria e da lì verrà instradato verso l’Europa attraverso le infrastrutture esistenti, in primis il Transmed. Un afflusso aggiuntivo di gas nigeriano in Algeria significherebbe per Roma la possibilità di ricevere volumi maggiori, riducendo la dipendenza dal costoso e volatile LNG americano e qatariota.
Il TSGP, tuttavia, non è l’unico contendente, perché il Marocco sta spingendo con forza il rivale Nigeria-Morocco Gas Pipeline. Un progetto da 25 miliardi di dollari e 6.900 km che costeggerebbe l’Atlantico fino al Nord Africa. Rabat ha già completato gli studi di fattibilità e punta a firmare l’accordo intergovernativo entro fine 2026, con l’obiettivo di posizionarsi come hub energetico alternativo per l’Europa.
La competizione tra i due progetti è anche geopolitica: l’Algeria e il Marocco sono rivali storici, e chi vincerà la corsa determinerà quale corridoio energetico africano alimenterà l’Europa nei prossimi decenni. Per l’Italia, legata all’Algeria da decenni di partnership, il successo del TSGP rappresenta l’opzione preferenziale.





























