28 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Apr, 2026

Debito e conti, non ripetiamo gli errori del governo gialloverde

Il ministro Giorgetti

Dopo la mancata uscita dalla procedura di infrazione si è aperto un dibattito. Dovrebbe tenere più in considerazione le possibilità per gli anni a venire


Calma e gesso. Questo è quello che verrebbe da consigliare al governo alla luce del dibattito un po’ concitato che si osserva in questi giorni. Complice probabilmente le fibrillazioni dovute all’avvicinarsi delle prossime consultazioni politiche. Aspettiamo di capire come evolverà la situazione economica nelle prossime settimane. E in particolare la guerra nel Golfo, prima di lanciarsi a spron battuto in scostamenti di bilancio e conflitti con la Commissione europea sul Patto di Stabilità.

Se poi la situazione dovesse davvero degenerare si farà quello che si deve fare, possibilmente contrattando in Europa l’eventuale rallentamento del processo di aggiustamento dei conti pubblici.

Per spiegare, conviene riassumere brevemente la situazione. Primo, il dibattito sul 3% su cui si è incentrata l’attenzione nelle ultime settimane è un dibattito sul nulla. Il governo si era dato come obiettivo il rientro dal 3% del deficit su Pil già nel 2025, sperando di uscire dalla procedura di infrazione europea ad aprile 2026.

Non c’è riuscito per poco.

Il deficit a consuntivo è stato del 3,1 per cento del Pil -probabilmente, o così c’è scritto nel Documento di Finanza Pubblica (Dfp), per un rimbalzo inatteso delle spese in conto capitale per il Superbonus. Che comunque gli uffici tecnici del Mef avrebbero dovuto essere in grado di prevedere. Pazienza, usciremo nel 2027.

Le possibilità per il 2026

Il punto è che, al di là dell’effetto immagine, anche se fossimo usciti dalla procedura nel 2026, non sarebbe cambiato nulla. Questo perché per le regole europee non conta il deficit ma il rispetto del percorso di spesa netta a cui il governo si è vincolato con il Piano multi-annuale nel 2024. Non esserci riusciti non cambia nulla neanche in merito a quello che il governo può fare. Per esempio, il governo aveva legato all’uscita dall’infrazione anche la decisione di invocare la clausola di sospensione nel 2026. E utilizzare i prestiti del Safe per finanziare un incremento delle spese per la difesa. Ma era un legame politico; da un punto di vista giuridico, può ancora farlo; essere in procedura di infrazione non impedisce di accedere alla clausola, come dimostra l’esperienza del Belgio.

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I conti pubblici


Secondo, la situazione dei conti pubblici come presentata nel Def non è drammatica. Oltre che il deficit, anche la spesa netta nel 2025 è stata maggiore del previsto di qualche decimale, pur restando ancora dentro il margine di variazione consentito dalle regole. Ma se davvero tutto questo è dovuto ad un colpo di coda del Superbonus, come si dice nel Documento, è anche l’ultimo; si tratta dunque di una variazione transitoria che potrà essere facilmente riassorbita negli anni successivi. Terzo, le previsioni centrali del governo prevedono un incremento dell’inflazione a seguito della guerra del Golfo ancora limitato, fino al 2,8% nel 2026, per poi moderarsi nell’ultimo trimestre.

Questo può avere effetti sulla dinamica delle spese e delle entrate (maggiori in realtà per quest’ultime), soprattutto se l’accresciuta incertezza deprime anche consumi e investimenti. A maggior ragione, bisogna dunque far attenzione a come spendere i pochi soldi disponibili, cercando di essere il più selettivi possibile. Per esempio, l’intervento generalizzato sulle accise non è una buona idea, anche perché in realtà in termini reali il prezzo della benzina è ancora al livello minimo del 2020. Più preoccupante casomai gli effetti del blocco di Hormuz sui fertilizzanti e quindi sull’agricoltura e i prezzi degli alimentari.

Il nodo di Hormuz

Certo, se la guerra continua e il blocco di Hormuz rimane per tutto il 2026 (cosa a cui comunque gli osservatori internazionali ancora non credono), gli effetti possono essere davvero gravi. In una simulazione del Def, l’economia italiana entrerebbe in recessione e il governo dovrà intervenire in modo più massiccio.

Ma a parte il fatto che in quel caso interverrebbe di sicuro anche l’Europa, anche in questo caso andrebbe evitato il conflitto frontale con la Commissione. Battere i pugni sul tavolo, può essere utile per fini propagandistici ma rischia solo di rivolgercisi contro. Ci ha già provato nel 2018 il governo giallo-verde e la conclusione è stata un inasprimento dello spread e dei tassi di interesse che si sono rimangiati tutta la politica fiscale espansiva di quel governo.

L’inflazione

Non va dimenticato che i veri controllori dei conti italiani sono gli operatori finanziari che si comprano il debito. Da quel punto di vista, rispettare i Patti rafforza il Paese, nel senso che ne aumenta la credibilità sui mercati. Per questo, va trovato un accomodamento con la Commissione. Per rimanere comunque coerenti con le regole, come del resto è successo più volte in passato, in occasione di altri scostamenti di bilancio.

Tra l’altro, il vero tallone d’Achille delle presenti regole fiscali è proprio rappresentato dall’inflazione inattesa (la spesa netta è definita in termini nominali) e in presenza di uno shock inflazionistico prolungato, il governo avrebbe argomenti economici solidi per chiedere una revisione.

Un’ultima notazione. È importante che il dibattito attuale sullo scostamento sì, lo scostamento no, non oscuri qual è il vero problema del Paese, la mancata crescita. Se l’Italia non riuscirà ad uscire dalla maledizione dello zero virgola, non sarà nemmeno in grado di mettere in equilibrio i conti pubblici. Oltre a sostenere tutte le spese, dalla sanità all’istruzione alla ricerca alla difesa, che pure dovremmo finanziare.

Sono stati spesi 200 miliardi per il Pnrr (e quasi altrettanti per il Superbonus) negli ultimi cinque anni, finanziandoli in larga misura a debito, e l’Italia si ritrova di nuovo lì, con una crescita del Pil prevista nel Def, anche nel quadro più ottimistico, allo 0.6% nel 2026 e nel 2027. Piuttosto che invocare nuova spesa pubblica dovremo chiederci come mai e cosa possiamo fare per il futuro.

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