11 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Giu, 2026

Mondiale al via tra le contestazioni. E l’Iran è già un caso

Trump e Infantino

Dalle contestazioni contro Trump e Infantino alle polemiche sui tifosi dell’Iran. Il Mondiale 2026 parte tra Stati Uniti, Canada e Messico si apre con la politica già in campo


«Jamme, jamme, ‘ncoppa jamme jà». Se non fosse la cima, ma la Coppa, la World Cup che «venghino, signori, venghino» sta per cominciare, il celeberrimo verso di “Funiculì, funiculà” ben s’adatterebbe al Grande Evento che terrà sveglio e assonnato contemporaneamente 48 Paesi al mondo. Quelli che parteciperanno al mondiale trumpantino che va in onda in diretta e in chiaro anche da noi, pure se l’Italia non c’è, perché, fiduciosi nel ringhio di Gattuso che poi si rivelò un miagolio, i diritti ce li eravamo aggiudicati e pure pagandoli cari.

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Succede ad ogni mondiale. Anche se a questo più degli altri: una pinta di birra, misura americana che è di taglia ridotta rispetto a quella inglese costa di questi giorni più di un barilotto da cui spillarla. Se vuoi andare allo stadio con la famiglia (pure se sempre meno numerosa secondo la decrescita demografica infelice di certe società dal consumo facile e il welfare difficile) devi prima accendere un mutuo.

E ad andare “in Coppa” puoi scoprire che era proprio quello “’ncoppa” lì: la cima del vulcano, che nel caso era il Vesuvio quando aveva il pennacchio e lo sfoggiava in cartolina. Anche Nordamerica 2026, come si chiama semplificando il mondiale in volo tra Canada e Messico con gli Stati Uniti di lunga sosta rischia di rivelarsi un vulcano. Non solo per le temperature e quindi il clima che investiranno giocatori, addetti e pubblico in giro per gli stadi di quel semi continente, ma anche per l’atmosfera politica che ha già acceso. Sul luogo e altrove.

La Coppa della morte di Laika

Prendiamo un esempio dell’altrove. La street artist romana, il cui nome d’arte è Laika 1954, e già il nome è un programma e diremo perché, ha già “colpito”. Come fa Banksy, l’artista dei nostri tempi che più ci fa pensare e cerca di smuovere le coscienze immobili. A a Zurigo, dove è la sede della Fifa, l’ente che governa il calcio mondiale (la Svizzera è il terreno preferito delle istituzioni che governano lo sport, anche se alcune hanno spostato l’asse verso compiacenti governi, tipo Ungheria o Serbia. La Svizzera, si sa, è convintamente neutrale anche fiscalmente…).

Laika 1954 ha appena creato un paio di pugni nello stomaco dei difensori del Potere, sportivo e no, che comunque hanno lo stomaco di ferro. Questi murales hanno, per titolo, “The Death Cup” (“La Coppa della morte”) e “The Fifa Crime Cup” (“La Coppa dei crimini Fifa”).

Il primo rappresenta Trump e Infantino che tengono congiuntamente in mano la Coppa, nella quale il pallone-mondo che la sovrasta è un teschio. Quello del “Dia de los Muertos” messicano che certi stilisti, e certi stili, hanno commercializzato come icona di ribellione chic e di bellezza non convenzionale.

Il secondo raffigura due agenti dell’Ice, gli agenti federali che agiscono indisturbati fermando sospetti e no, preferibilmente neri ma non disdegnano gli attivisti bianchi, brutalizzandoli e arrivando ad ucciderli (poi diranno che è per legittima difesa: succede, no?). Fermano anche arbitri, giocatori, allenatori, addetti vari: è la “sicurezza dei confini”, il blocco aeroportuale anziché navale.

Trump, Infantino e il frutto della colpa

Se il presidente Infantino si fosse affacciato alla finestra avrebbe visto l’opera di Laika 1954 che, vi dovevamo una spiegazione sul nome almeno per i più giovani, ha preso quello di una cagnetta che fu lanciata nello spazio. Primo essere vivente, quando c’era l’Urss e correva per la luna (la corsa poi la vinsero gli americani). Legandolo all’anno di nascita della stessa cagnetta che incarnò, perdendosi tra le stelle, un sogno umano.

Ma Infantino è in America, a seguire la nascita e la crescita del frutto del suo amore per Trump, che poi potrebbe rivelarsi, come nei vecchi romanzi d’appendice, “il frutto della colpa”. Perché non è che ci siano le premesse per un parto indolore.

L’ombra dell’Iran

C’è il problema Iran. Rinfocolato dal Trump da Nobel della pace (s’è dovuto accontentare del Tarocco Fifa, meno importante d’un Tapiro) che ha già promesso 28 volte che in due giorni l’ultima guerra da lui e da Compare Bibi (Netanyahu, per non dire dell’indicibile Ben-Gvir) scatenata finirà. Visti negati, sosta vietata.

Ora l’Iran avverte: se vedessimo bandiere sbagliate o ascoltassimo slogan ingiustificati interromperemo la partita in cui fossimo impegnati. No Pasdaràn i contestatori del regime assassino? E invece forse passeranno. Almeno al Palazzo di Vetro, dove è arrivata una petizione firmata da atleti (anche Martina Navratilova la ha sottoscritta). Chiedono l’intervento internazionale a tutela dei massacrati, atleti e no, a Teheran e dintorni.

Diritti civili e appelli inascoltati

Buone intenzioni, certo: ma non è che gli appelli al rispetto dei diritti civili siano molto ascoltati di questi tempi. Non saranno ascoltati i predicatori tutti vestiti di nero che stanno girando per Seattle. Avvertendo a gran voce pure aumentata dai megafoni che «pentitevi o sarete dannati».

Pentitevi o sarete dannati

Infantino e Trump non si pentiranno. O forse il secondo sì, tenendosi lontano dal presenziare alle partite degli Stati Uniti. Lo hanno consigliato in tal senso i tifosi di New York, quelli degli Knicks. Che lo hanno visto arrivare per la terza partita di finale contro gli Spurs: avevano vinto le prime due, la terza l’hanno persa. E l’hanno implorato: la prossima volta restatene a Casa. Bianca.

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