23 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Apr, 2026

Deficit, bastavano 2 miliardi: l’Italia resta nella procedura Ue

Eurostat ha certificato che l’Italia non raggiunge l’obiettivo di tornare sotto il 3% del rapporto  deficit/Pil, pertanto l’uscita dalla procedura d’infrazione è rinviata al 2027. Il governo ha abbassato allo 0,6% le stime sulla crescita nel 2026


L’Italia è fuori dall’Europa per due miliardi pari allo 0,1% del Pil. Ecco il verdetto del Documento di finanza pubblica: l’Italia resta dentro la procedura europea per deficit eccessivo. Il governo sperava di uscirne con un colpo di reni, una limatina contabile, una carezza statistica. Invece niente. Il deficit 2025 si ferma al 3,1% del Pil. Sopra il muro del 3%. Sopra il livello che consente di dire: missione compiuta. Invece c’è un mancato appuntamento. E per appena due miliardi. Che nei bilanci dell’Italia non sono bruscolini, ma neppure enormi. Numeri piccoli, effetti gigantesche.

Giorgetti cita Boskov: «Rigore è quando arbitro fischia»

Giancarlo Giorgetti, costretto a commentare un incendio, ha scelto una citazione calcistica da intenditori: Vujadin Boskov, che in Italia ha allenato molto in Serie A. «Rigore è quando arbitro fischia». E l’arbitro, cioè Bruxelles, ha fischiato. Fine della discussione. Si può protestare, agitare le braccia, invocare il Var ma il dischetto è segnato. L’Italia resta nella procedura. Il ministro lo ha spiegato con un misto di fatalismo e ironia: «L’arbitro ha deciso rigore. Si può essere d’accordo o meno, ma queste sono le regole del gioco».

Poi ha aggiunto una frase che merita di entrare negli annali del lessico politico nazionale: «Sarò sincero, questo dibattito sull’uscita dalla procedura di infrazione a me interessava molto fino al 28 febbraio 2026. Dopo quella data, mi interessa relativamente meno». La geopolitica, infatti, ha cambiato il menu. Quando il Medio Oriente brucia, il petrolio sale e la difesa chiede miliardi, la liturgia del 2,99% perde fascino.

Lo scostamento? L’Italia potrebbe muoversi da sola

La frase più politica della giornata, però, riguarda il possibile scostamento di bilancio. Significa fare più deficit di quanto previsto dal Patto di Stabilità. Un fallo da rigore. Giorgetti non lo esclude: «Ci muoveremo da soli? Non lo escluderei». Poi aggiunge di sentirsi come «il medico nell’ospedale da campo». Immagine perfetta: il ministro non gestisce un bilancio, gestisce un pronto soccorso permanente. Se Bruxelles non aprirà spazi sufficienti, Roma potrebbe decidere una manovra autonoma.

Ma con una priorità precisa: fermare l’inflazione importata dall’energia. «Se voglio evitare l’aumento dei prezzi al supermercato, devo evitare che qualcuno ribalti i maggiori costi del trasporto sull’ultima fase del ciclo al dettaglio». Se sale il gasolio il pomodoro diventa più caro. E il voto si muove.

Meloni contro il Superbonus

Naturalmente qualcuno doveva pagare il conto morale di questo fallimento millimetrico. E chi meglio del Superbonus? «Per centrare l’obiettivo» dell’uscita della procedura di infrazione Ue per deficit eccessivo «sarebbero stati sufficienti appena 20 miliardi di Pil in più rispetto ai 2.258 miliardi di Pil per il 2025 al momento stimati dall’Istat. Il paradosso è che, da molti anni ormai, i primi dati Istat sottostimano il Pil effettivo, per poi rivederlo al rialzo. Con buona probabilità, questo accadrà anche per il 2025, rivelandosi una beffa per l’Italia e per gli italiani», ha sottolineato la premier Giorgia Meloni che ad un post sui social ha affidato il suo «rammarico per aver mancato di poco la soglia del 3%» e gli strali contro superbonus, «la sciagurata misura del governo di sinistra del Conte II, al momento, impedisce all’Italia di uscire dalla procedura di infrazione, togliendo al Governo margine di spesa da destinare alla sanità pubblica, alla scuola, al sostegno dei redditi più bassi».

Il conto del bonus edilizio

Il grande monumento nazionale al cappotto termico e alla fantasia fiscale continua a presentare parcelle. Giorgetti lo cita come responsabile principale del mancato rientro. Il costo complessivo dell’operazione viaggia su cifre che oscillano intorno ai 220 miliardi di euro tra crediti maturati, oneri distribuiti negli anni e impatto sui saldi. Una cifra talmente grande da non essere più percepita. Duecentoventi miliardi diventano un fondale. Il bonus è finito, il conto no. È il classico stile italiano: la festa la fanno i governi passati, il mal di testa resta a quello presente. C’è qualcosa di magnificamente surreale nel dibattito europeo. Al 3,1% sei sorvegliato speciale, 2,99% sei virtuoso o quasi. Al 2,95%, dicono i tecnici Eurostat, rientri in modo più solido con le regole di arrotondamento.

Le spese per la difesa e contro il caro energia

Il punto vero, però, non è l’orgoglio ferito. È la cassa. Restare in procedura impedisce all’Italia di muoversi con maggiore libertà sui conti e soprattutto complica l’accesso a margini aggiuntivi di spesa. In particolare quelli richiesti per la difesa, dove nei prossimi tre anni servirebbero circa 12 miliardi. Non pochi, soprattutto in una fase in cui la Nato chiede più impegno, Washington pretende contributi maggiori e il Continente si scopre improvvisamente pacifista con l’elmetto. Giorgetti lo ha ricordato: «C’è agli atti una risoluzione parlamentare che prevedeva – qualora fossimo usciti dalla procedura di deficit – una prospettiva di progressivo aumento della spesa della difesa». Il piano c’era, mancava il dettaglio fondamentale. Uscire dalla procedura. Siccome non è successo, adesso bisogna riscrivere la sceneggiatura.

Ok in Cdm al Documento di finanza pubblica

Il ministro ha presentato il Documento di finanza pubblica con toni quasi filosofici: “Si tratta di una fotografia dell’andamento dei conti pubblici la cui naturale premessa è che non stiamo vivendo circostanze normali ma del tutto eccezionali. Ne consegue che le previsioni previste nel documento inevitabilmente sono già discutibili e soggette ad approfondimenti e aggiornamenti». Che è un modo elegante per dire: facciamo stime, ma il mondo cambia più in fretta dei nostri fogli Excel. Ed effettivamente il quadro peggiora.

Le nuove stime del governo riducono la crescita allo 0,6% nel 2026 e ancora 0,6% nel 2027. Una crescita da motore acceso al minimo. Il Paese non arretra, ma non accelera. Sta in folle con le quattro frecce inserite. L’indebitamento netto è previsto al 2,9% nel 2026 e al 2,8% nel 2027. Quindi il rientro sotto il 3% arriverà, ma l’anno prossimo. Troppo tardi per la celebrazione immediata. Il debito pubblico invece continua a passeggiare in alta quota: 138,6% del Pil nel 2026, 138,5% nel 2027, 137,9% nel 2028.

I conti degli altri Paesi Ue

C’è anche il consueto campionato continentale dell’imbarazzo. La Francia sale al 115,6% di debito/Pil. Male. Ma l’Italia resta peggio, con il suo 137,1% nel 2025. E soprattutto c’è la ferita nell’orgoglio: la Grecia, ex simbolo del disastro europeo, continua a ridurre il debito e scende al 146,1% dal 154,2%. Resta sopra di noi, ma nella direzione giusta. Noi invece sembriamo il corridore che ansima sul tapis roulant. Politicamente il colpo non è devastante, ma fastidioso. Giorgia Meloni può rivendicare stabilità, credibilità internazionale, spread sotto controllo, rapporti più ordinati con Bruxelles rispetto al passato. Ma non può mettere in bacheca il trofeo dell’uscita dalla procedura nel 2025. Inoltre il governo entra nella fase più scomoda: crescita bassa, spese militari da finanziare, caro energia possibile, promesse fiscali da mantenere, pensioni da proteggere, elettorato da rassicurare. Con margini stretti e Bruxelles che guarda.

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