7 Giugno 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

7 Giu, 2026

Finale ignoto, il fascino della creatività spezzata

Il trattato di Parigi di Benjamin West

La storia dell’arte e della letteratura è piena di grandi opere rimaste incompiute. Un problema per i posteri ma anche uno spunto per pensare


Appunti sparsi, idee non fiorite, percorsi di vita iniziati, vissuti ma mai conclusi. Scritti a cui manca qualcosa, un finale, un ultimo movimento, alcune battute. Ma anche racconti cominciati e che forse altri concluderanno. Ed ancora, strade, ponti, edifici rimasti abbandonati che rappresentano un limite che si è deciso di non superare. Sono tutti frammenti di una vita interrotta per scelta o per la forza inarrestabile del caso, che si pongono, agli occhi di chi guarda, come un’emblematica fine in attesa di un nuovo inizio. Alimentando il fascino per il non finito che porta a chiedersi: quando un’opera può dirsi davvero completa?

Per molti lettori, non c’è nulla di più frustrante che immergersi in un libro avvincente per poi scoprire che la storia non ha una fine. Ma, un libro incompiuto non è semplicemente una storia senza un finale, è un frammento che può trasformarsi in un vero e proprio stimolo che sfida il lettore ad entrare nella mente dell’autore, nel tentativo di vedere l’opera nel suo stato grezzo e di immaginare come avrebbe potuto svilupparsi. Così l’incompiutezza diventata parte del fascino dell’opera, generando dibattiti e teorie che durano da generazioni. Un destino che accomuna tante famose opere rimaste incomplete per l’improvvisa, a volte tragica, dipartita dei loro autori.

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I grandi libri rimasti senza finale

Dal “Mistero di Edwin Drood” di Charles Dickens, morto prima di mettere la parola fine al suo unico giallo, dando il via a diversi tentativi di completare l’opera.

A “Il Castello” di Franz Kafka morto di tubercolosi lasciando il romanzo incompiuto, passando per le riflessioni di Jane Austen riversate nell’opera “Sanditon” rimasta senza una fine a causa della sua malattia e morte nello stesso anno. Analoga sorte è toccata anche all’ultimo scritto di Pierpaolo Pasolini “Petrolio” rimasto incompiuto per la sua tragica morte nel 1975, ma non per questo privo di interesse, offrendo uno spaccato potente della visione critica dell’autore sulla società contemporanea. Così l’incompiutezza abolisce i limiti. Ed allora più che di opere non finite si dovrebbe allora parlare di opere “infinite”.

Quando la storia interrompe l’arte

Tante e diverse sono le ragioni dietro un’opera lasciata incompiuta: dalle guerre alla mancanza di soldi, dai disordini politici alla morte improvvisa dell’artista. Ma è anche vero che dietro a ciascuna incompiuta c’è sempre una storia, ci sono degli aneddoti e delle curiosità. L’opera “Trattato di Parigi” del pittore statunitense Benjamin West racconta i preliminari svolti nella città francese nel 1782 per la firma del trattato di pace che pose fine alla Guerra Rivoluzionaria tra Gran Bretagna e Stati Uniti, in vista della futura indipendenza americana. Per l’occasione, Benjamin West voleva dipingere i partecipanti dal vivo durante la fase preliminare dei negoziati. Con questo intento, e rimanendo fedele ai fatti realmente accaduti, l’autore dipinse a sinistra i cinque negoziatori americani, lasciando incompleta l’opera sul lato destro per il rifiuto degli inglesi di sedersi al tavolo dei negoziati.

Mozart, Dante e i capolavori salvati dal destino

Che dire poi di “Messa da Requiem” di Mozart, il cui destino è avvolto anche da una leggenda. Alcuni sostengono che Mozart l’abbia composta per sé stesso, altri, come lo scrittore Stendhal, raccontano invece che Mozart, malato e caduto in miseria, abbia ricevuto l’incarico di comporre una messa da Requiem da uno sconosciuto e benestante committente.

Qualche sia l’origine dell’opera, Mozart inizia a scrivere i primi due brani, abbozzando le parti successive, per poi interrompere il lavoro che purtroppo resterà incompiuto a causa della sopraggiunta morte del compositore, riuscendo comunque ad avere un suo finale grazie al suo amico Franz Xaver Sussmayr.

Si narra che a correre il rischio di rimanere incompiuta si stata anche la “Divina Commedia”. È Boccaccio a darne testimonianza nel suo “Trattatello in laude di Dante”. Una storia che, mescolando realtà e leggende, racconta che alla morte del Sommo poeta mancassero ben tredici canti, la cui ricerca fu condotta dai figli che perquisirono lo studio del padre in ogni dove, smontando mezza casa, frugando ovunque, ma senza alcun risultato. Poi dopo circa otto mesi, la comparsa di Dante in sogno ad uno dei suoi figli li conduce ad una parete dietro la quale si scopre che erano nascosti i libri mancanti.

Le opere incompiute diventate immortali

Ad un analogo destino è andata incontro anche l’ottava sinfonia di Schubert rimasta incompiuta per scelta dell’autore, secondo alcuni, insoddisfatto del suo lavoro, mentre altri credono che la sua salute precaria gli impedì di portare a termine il progetto. Anche qui, a prescindere dai motivi, quest’opera, rimasta nascosta in un cassetto per più di quarant’anni, senza perdere di valore né di pregio anzi, una volta scoperta per una pura casualità, è diventata una sorta di manifesto dell’arte incompiuta, emblema di quelle opere che non hanno raggiunto la forma che era stata dai loro autori immaginata, progettata, ideata rivestendosi comunque di un’aura misteriosa, testimonianza tangibile che l’arte non ha bisogno di essere completa per essere perfetta.

Michelangelo e la poetica del non finito

Ma le opere incompiute non sono sempre frutto di tragici incidenti di percorso, rispondendo alcune volte alla cosiddetta poetica del “non finito” scelta dall’artista nella piena consapevolezza di non completare l’opera per esaltarne l’idea. Anche se gli antichi agli incompiuti non prestavano particolare attenzione, se non, quando lo ritenevano opportuno, per farli completare da mani diverse da quelle di chi li aveva concepiti. Una scelta, quest’ultima, legata ad un canone di ideale bellezza, quale sinonimo di perfezione. Nei secoli questa visione è destinata a mutare.

A capirlo è Michelangelo Buonarroti che più volte ha volutamente interrotto e abbandonato una scultura iniziata. Qui, l’incompletezza non è un fallimento né una rinuncia, ma l’espressione di un processo aperto che consente all’opera di essere letta in divenire, definendosi progressivamente attraverso l’esperienza visiva degli altri.

Ne “La Pietà Rondanini” il non finito non è un limite dell’opera, ma un modo per lasciare aperta l’opera al significato. Allo stato di abbozzo sono anche le celebri sculture de “Prigioni”, figure che sembrano voler emergere dal marmo senza mai riuscire a liberarsene completamente.

Un’opera che incarna la consapevolezza di Michelangelo dell’impossibilità di raggiungere una forma assoluta, suggerendo che l’arte è un processo di continua scoperta e svelamento. Un lavoro che non si offre come risposta, ma come domanda. Chi osserva è chiamato a completare mentalmente ciò che non è stato definito. Così, il non compiuto sfida la nozione tradizionale di perfezione, diventando simbolo di una verità in costante divenire, che si nutre delle esperienze e delle interpretazioni di chiunque vi interagisca, riuscendo a esprimere con forza e fascino la precarietà dell’esistere.

L’incompiuto come scelta artistica

Ma, Michelangelo non è il solo e unico fautore del non finito. La scelta di completare soltanto alcuni degli aspetti della propria opera rimettendo alla libertà dell’osservatore il compito di completare il lavoro è anche di Cezanne che ne “La montagna di Sainte-Victorie” volutamente dipinge il fondale con assoluta approssimazione per dare un’idea di creatività come continuo processo.

È così anche per Keith Haring, uno dei maggiori esponenti americani della Street Art, per il quale l’incompiuto è un’opera infinita. Da qui nasce la tela intitolata “Dipinto incompiuto”, volutamente lasciata a metà da Haring, già malato di Aids, espressione della drammaticità di una vita spezzata prematuramente.

Simili per genere ma decisamente più “plateali ed immediate’’, sono alcune opere non finite di Andy Warhol chiamate “fai da te”, titolo che preannuncia quel fare provocatorio tipico di Warhol nei confronti dell’osservatore chiamato a completare l’opera o a trovarne il senso, qualora ci fosse.

Un’opera aperta allo sguardo di chi osserva

È così che ogni opera incompleta suggerisce una costante richiesta d’interpretazione, che perdura nei secoli. Non solo testimonianze di un processo interrotto, ma finestre aperte su un mondo di possibilità. Perché, se il “non finito” per alcuni si configura come scelta stilistica e concettuale, per altri è invece una categoria dello spirito, insieme carica di aspettative e talvolta colma di malinconia. Questa è in genere la sensazione che si percepisce quando ci si trova al cospetto della maestosa cattedrale di Barcellona, la “Sagrada Familia” di Gaudì. Qui, l’incompiutezza ha la capacità di svelare i procedimenti di strutturazione dell’opera, il travaglio interiore dell’artista, l’inafferrabile dinamica che accompagna il passaggio dalla materia alla forma nel fuoco della libertà creativa. Aspetti che dimostrano come la completezza non sia garanzia di profondità espressiva, la quale al contrario è già presente nei primi tratti della creazione.

Perché il fascino dell’opera non finita sta proprio nel suo carattere trascendente, nella capacità di incarnare quella palpitante tensione che di ogni opera d’arte è il contenuto più profondo.

Le incompiute dell’Italia contemporanea

Guardando all’oggi, sebbene per molti un’opera incompiuta rappresenti una grave sconfitta, indice sintomatico anche di un cattivo uso delle risorse, spese inutilmente senza raggiungere l’obiettivo cui erano destinate. C’è anche chi, forse un po’ provocatoriamente, afferma che le incompiute del nostro panorama territoriale siano il più importante stile architettonico italiano dal dopoguerra ad oggi.

L’antropologo francese Marc Augé scrive che la vista delle incompiute di Giarre ricorda le rovine “Maya di Tikal” in Guatemala ed esalta la bellezza dei progetti di cui restavano portatrici, la bellezza di ciò che avrebbe potuto essere, del gesto originale e dello slancio primario bruscamente interrotto.

La bellezza di ciò che avrebbe potuto essere

Scalinate e strade che non portano da nessuna parte, pali che non sorreggono nulla, anomalie architettoniche che se a molti fanno storcere il naso per la loro inutilità, per altri questi incompiuti sono i resti di un’idea da contemplare che, a sua volta, stimola il piacere di indovinare come siano arrivate fino a lì e perché siano finite così.

Si conclude così il viaggio alla ricerca delle incompiute della storia chiamate ad essere il passaggio del testimone tra diverse generazioni. Testimonianze di creatività interrotta, ma anche fonti inesauribili di speculazione e immaginazione. Perché, in un mondo che spesso celebra il completamento e la perfezione, le opere incompiute ci offrono una visione alternativa, una celebrazione dell’imperfezione e del potenziale umano. Sta a noi tenere gli occhi aperti, lasciarci sorprendere, interrogare e saper guardare.

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