Alla vigilia dei Mondiali tornano le storie di Brera, Maradona, Soriano e Galeano. Un viaggio tra libri, cronisti e nostalgia di un calcio passato dal giornalismo ai social network. La realtà canaglia di uno sport nell’era della «generazione a una sola mano»
Sarà vero o è letteratura? Eduardo Galeano metteva un cartello sulla porta di casa: “Chiuso per Mondiali”. Possibile, però gli amici li faceva entrare. Vero che in Patagonia si giocò una World Cup nel 1942? Ci piace pensare che sia così: a Ushuaia imprigionavano gli anarchici in un carcere panottico che oggi è un Museo, speriamo abbiano avuto almeno il conforto del pallone. O forse è solo un celebre racconto di Osvaldo Soriano.
Ma è senz’altro vero che decine di migliaia di tifosi messicani accompagnarono in aeroporto la nazionale di Maradona campione nel 1986 fino a bloccare tutto il Distrito Federal e l’intero scalo della Capitale. Lo slogan era: “Mexico-Argentina, America Latina”.
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Ora che tornano i Mondiali, stavolta itineranti fra il Canada e il Messico, quotidiano e immaginazione ricominciano a mischiarsi. È il realismo magico delle partite della vita rigiocate, che finiscono in un altro modo. Il Sudamerica che torna baricentro di sogni e di calcio. Messi, che è molto diverso da Maradona e infatti si trova bene con Trump, sta chiudendo la sua carriera a Miami: prenderà per mano la sua Nazionale, campione uscente, fra Kansas City e Dallas. L’Italia è fuori per la terza edizione consecutiva: ma non mancano, per fortuna, buoni libri che potranno accompagnarci. Resta da stabilire per chi tifare, e quale maglia indosseranno i ragazzini.

Un viaggio nel tempo innamorato
Ci sono partite che si sono giocate solo davanti a un bancone, almeno prima che Zuckerberg diventasse miliardario. E anche dopo, Gianni Mura un giorno disse: «Il mio social network preferito è un bar con il pergolato». Angelo Carotenuto ripercorre questa strada e fa incontrare ne “I Mondiali immaginari” (Sellerio) le squadre mitiche della storia del calcio. E altre ne inventa, come quella degli Esclusi, che farà tanta strada, dei Mapuche, dei Digitali, che chiamano l’intervento Var a ogni azione.
Già felice autore di “Le Canaglie”, storia epica e tragica della Lazio di Chinaglia, l’autore riesce a mettere insieme in campo perfino Pelé e Maradona, la rivalità virtuale più famosa del calcio, consacrata da una canzone/tormentone. Una fiction con personaggi veri, che vincono e si affermano partita dopo partita, con un narratore di fantasia: Orazio Pánama, unico accreditato che parla tutte le lingue del mondo e palpita per Nina. Nel suo irresistibile taccuino, il cronista annota citazioni e personaggi, impegnato com’è a essere testimone “di tutto ciò che accade, anche se non accade nulla”.
Un racconto dove entrano i terroristi della Raf, atlete che hanno fatto la storia del calcio come Megan Anna Rapinoe, calciatrice e militante Lgbt, squadre che vorrebbero giocare senza scarpe, certi brani di musica che hanno accompagnato questi anni.

Il racconto del Mondiale è un richiamo a mille altri fatti veri, quasi fossero dei link mentali, da sottolineare ed esplorare. Romanzo nel romanzo è scoprire che c’è stato un giocatore che ha segnato più gol di Pelé nelle partite ufficiali. Si chiamava Josef Bican, anche se non lo ricorda nessuno.
I Mondiali immaginari e la Nazionali gemelle
Carotenuto indaga sui caratteri delle persone: è verosimile che Sacchi e Michel si possano essere azzuffati sulla modernità, e che Gattuso si sia interrogato, fino a picchi di ipocrondria, per aver scoperto di non aver sudato durante una partita. Capita che ne “I Mondiali immaginari” si incontrino anche Nazionali gemelle, come il Brasile 1958 contro il Brasile 1970. Pánama le racconta, e viene in mente che un personaggio del genere forse esiste: si chiama Enrique Macaya Márquez, è un giornalista argentino che ha visto tutti i Mondiali da Svezia ’58, a 91 anni ha confermato la sua presenza ai Mondiali 2026. Non poteva che essere sudamericano, come la letteratura che meglio ha raccontato il calcio. E non poteva che essere brasiliano il giocatore con la mira sbagliata, “malinconico come una canzone di Chico Buarque”: si chiamava Tostao.
Il romanzo di Carotenuto aiuta a riempire i vuoti del Mondiale che non c’è e induce a vecchie domande sul valore di un gol per la politica, di un Mondiale per una dittatura. Ma ci induce anche a nuove fantasticherie: con qualche italiano della nazionale degli esclusi saremmo andati più avanti, altro che Bosnia. È un inno al sentimento e al gioco, al piacere di leggere, al più grande spettacolo del mondo.
Maradona è la fede che ci accompagna
Realtà e immaginazione camminano insieme anche in “Undici secondi” dell’argentino Carlos Aletto, edito da Minerva e tradotto da Fabrizio Gabrielli. Dove il titolo è la durata del tempo impiegato da Maradona per segnare il gol del secolo in Argentina-Inghilterra, la partita più raccontata della storia: piena com’è della mano de Dios di Diego, le Malvinas ribattezzate Falkland dagli “inglesi pirati”, la Thatcher e la Giunta militare, gli echi di una guerra assurda arrivati 4 anni dopo, fino allo stadio Azteca. Un 2-1 che per gli argentini oscura anche le tre finali mondiali vinte, sicuramente quella persa all’Olimpico di Roma, con il labiale più celebre della storia del calcio.
Quel “hijos de puta” rivolto da Maradona al pubblico che lo fischiava, moltiplicato dal maxischermo.

È quindi naturale che l’autore, che non nasconde di usare tratti autobiografici, usi come cornice la rete “che fece girare gli inglesi come trottole per giorni” (Galeano) per raccontare l’amicizia fra due amici e una promessa reciproca da mantenere. Entrano ed escono dalla storia amori e un’estrema povertà, personaggi letterari come Florentino Ariza, autori come Dumas, Cela, Verne, naturalmente il tango, attrici venerate come Uma Thurman: quel legame fra maschi infuocati fatto di fantasie di sport, amore sconfinato e rivistine erotiche. I due ragazzi vagano interessati in una discarica di Buenos Aires raggiunta con un’unica bici, recuperano giocattoli sgangherati e borse piene di libri, spesso usati e incompleti. Poi, i primi permessi strappati alla madre per andare in centro, i primi lavoretti estivi dal carrozziere, a vendere la Coca-Cola allo stadio, in un cantiere. Questa è la partenza.
Maradona, l’amore assoluto
In ogni capitolo ritorna la partita, giocata nel caldo atroce di Città del Messico, a Mar de Plata è inverno. Un romanzo generazionale che fotografa l’amore assoluto, fino alla morte solitaria, per Maradona. Un amore condiviso con la città di Napoli, che pure sta a undicimila chilometri di distanza. Una città che non a caso spunta in “Undici secondi”, la città delle Quattro Giornate: furono proprio “i bambini della guerra” ad accogliere El Pibe. Erano 75 mila contati male e paganti. E lui palleggiò.
Dei due ragazzi, Daniel vuol fare il calciatore, e Carlos lo scrittore. Daniel appenderà poi le scarpe a qualche tipo di muro, come canta De Gregori, pur essendo stato un goleador perseverante, marcato sempre da due o tre avversari. Carlos ama Borges fin da piccolo, sogna di scrivere la storia di quelli che non scrivono. E ci riesce.
L’America di Brera
A metà degli anni ’50 era già guerra fredda, e Gianni Brera si dimise giovanissimo dalla direzione della Gazzetta dello Sport, il giornale su cui molti italiani hanno imparato a leggere. Se ne andò perché l’editore gli aveva contestato un titolo a nove colonne sul record di un atleta russo. Lui già non ne poteva più, aveva continue beghe con l’amministrazione e preferiva scrivere. E così firmò l’addio e approfittò di un invito del governo americano per andare tre mesi negli States.
Ecco oggi un libro che racconta quel periodo: una miniera di storie pubbliche e private, l’angoscia di restare disoccupato che confessa alla moglie Rina, la nostalgia dei figli. E naturalmente memorabili reportage, con uno scoop sulla famiglia reale inglese. “Viaggio in America” di Gianni Brera, viene pubblicato da Aragno non a caso nell’anno dei Mondiali, a cura di Claudio Rinaldi, direttore della Gazzetta di Parma, biografo ed eterno innamorato. Sappiamo però che quell’angoscia da freelance finirà presto: “Il Giorno” nasce il 21 aprile del 1956 e prende i numeri 1 come lui. 25 anni dopo, Brera arriverà a Repubblica, insieme a Gianni Clerici e Mario Fossati.
L’autogol con la pupa di un gangster
Ma proprio a Repubblica c’è una imprevista coda di quella lontana trasferta americana. Scalfari chiede a Brera di andare alle Olimpiadi di Los Angeles nel 1984, lui si rifiuta. Accampa varie scuse, nei fatti ha paura. Dopo quel soggiorno di tre mesi, non ha messo più piede negli Stati Uniti. A quanto pare, ha avuto una liaison con la pupa di un gangster italo-americano. Il quale gli scrive una sgrammaticata lettera di minacce, conservata oggi alla Fondazione “Mondadori”, insieme a tutto il suo archivio. Brera non parlerà mai di questa storia, salvo un accenno riportato da Rinaldi, la chiusa di un libro sul mestiere di inviato speciale, datato 1973: “Di certi contatti con il mob pugilistico italo-americano sarebbe meglio tacessi ancora un po’. Se anche non son io a parlarne, il mondo continua. E starci è così bello!”.
Undici anni dopo dirà no al Fondatore di Repubblica, promettendo in cambio una copertura assidua e giornaliera alle Olimpiadi, dalla sua casa di Monterosso, alle Cinque Terre. Scalfari alla fine gli darà un premio speciale, con una lettera ufficiale di encomio. E Brera continuerà a guardare l’America da lontano.
Nostalgia (e realtà) canaglia
Da quei tempi è cambiato il mondo, e lo stesso, allora avventuroso, processo di scrittura e dettatura degli articoli. È arrivato il digitale, che ti permette di condividere qui ed ora un’emozione con il tuo amico di Sydney: la tecnologia ha reso più comodo il lavoro dei giornalisti, in certi casi ne ha limitato l’impatto, e il potere. Il mondo si è allargato. I tifosi più fedeli, quelli che spendono, arrivano dall’Asia, l’Europa è destinato a diventare un mercato anziano e marginale. Le tv decidono i calendari, Molte proprietà di club risultano oscure e trattano con disprezzo i cronisti che vogliono andare a fondo. Con la scusa dello stadio di proprietà e sostenibile, vengono lanciate operazioni speculative vendute come narrazioni romantiche.
Il delitto della demolizione di San Siro richiama la stampa internazionale, il Financial Times scrive un’elegia dello stadio di Milano e quasi non si spiega le ragioni del nuovo progetto. È quello che Bruno Bartolozzi ed Enrico Currò chiamano “Il neo calcio” (Rogas edizioni), ragionando anche sulla scomparsa del contesto. Una bella rovesciata viene tagliata, ripostata e trasformata in meme, fino a smarrire gli elementi che la rendono unica, quelle famose cinque W che si insegnano a scuola. Conta il gesto, l’utente a un certo punto non riconoscerà nemmeno l’autore, le squadre, il giorno in cui quel meraviglioso gesto atletico è stato realizzato, quale sia stato il palcoscenico.
Se lo lo stadio diventa instagrammabile
I giovani hanno una soglia di attenzione molto più bassa e, a meno che non siano tifosi, isoleranno il gesto o il gol dalla partita, fino a guardarsi gli highlights su YouTube. Ovviamente a patto che non siano tifosi. E così quella rovesciata, quel gol, diventa un prodotto a parte, da far fruttare. Lo stadio diventa instagrammabile, nella tragica serata del Milan che perde l’accesso alla Champions League, ci sono spettatori che si fanno allegri selfie.
Anche nel calcio sono saltate le mediazioni. I calciatori leggono in diretta i giudizi dei tifosi. È quella che l’allenatore dell’Inter campione d’Italia Cristian Chivu ha chiamato “generazione a una sola mano”. Nemmeno a fine partita, nemmeno dopo una vittoria, lui riesce ad attirare la loro attenzione. Si va affermando quello che Bartolozzi e Currò chiamano il settimo potere, quello dei social network. Sempre nati i calciatori influencer consacrati dai clic e non dai trofei vinti. Mortificato il ruolo della stampa. Gianni Mura raccontava delle sue chiamate a Gianni Rivera ore pasti, con la madre del calciatore che rispondeva al telefono. Oggi le interviste sono mediate dagli sponsor, avvengono in zona mista in mezzo a foreste di microfoni e smartphone, un paradiso di bugie.
Scene che rivedremo al prossimo Mondiale, ma la nostalgia sparirà alla prima azione.




























