La strategia della guerra ibrida è verificare l’efficienza dei nostri sistemi di difesa; ma la sfida è anche psicologica
Strategia del caos a basso costo. È il commento che all’unisono gli esperti di cybersecurity inglesi e francesi hanno fatto di queste ultime 24 ore, in cui i voli del continente europeo sono stati sconvolti dalle minacce, rivelatesi poi false, delle bombe a bordo. In Italia è bastata una mail di poche parole per scompaginare le linee del Centro-Nord, costringendo due aerei ad atterraggi non previsti. Il sovraccarico è stato di costi, ma soprattutto di tensione nervosa e di organizzazione militare e civile. L’attacco a cui abbiamo assistito è un’operazione di cosiddetto “swatting”, termine che indica una provocazione per costringere le forze di difesa di un Paese a entrare in azione e poterne così misurare le modalità, i tempi.
LEGGI Allarmi bomba sui voli in Europa, la pista russa nelle mail inviate agli aeroporti italiani
Insomma, l’obiettivo è verosimilmente quello di osservare le procedure dei diversi apparati delle forze areonautiche dell’alleanza atlantica. In una parola, saggiarne l’efficienza. L’indice di questa osservazione è il primo obiettivo di questa guerra ibrida che viene accreditata, con buone ragioni, a forze digitali legate al regime russo di Putin e che si accaniscono contro i paesi più attivi nel sostegno all’Ucraina.
Gli obiettivi
In particolare, gli attacchi colpiscono i Paesi in vigilia elettorale, con Italia e Francia in prima linea, dove le piazze sono in ebollizione e dove rimane ancora instabile e incerta la rappresentanza politica del movimento di protesta. Questa è l’altra dimensione della guerra ibrida, che dal versante militare si sposta su quello civile. Si tratta di una guerra combattuta anche sul fronte psicologico e il cui scopo è mettere a dura prova la tenuta e la freddezza di comunità nazionali che, con ogni probabilità, nelle prossime settimane si troveranno sotto una pressione ancora più forte. Tutto lascia pensare che nel prossimo futuro le incursioni sulla nostra vita digitale saranno probabilmente più insistenti e pervasive.
Le tappe dell’attacco
Proprio nei giorni scorsi avevamo registrato la manomissione dei sistemi di refrigerazione della grande distribuzione, ancora una volta in Francia e in Italia. Ora siamo arrivati agli aerei, ma abbiamo assistito già a incursioni nel settore ospedaliero, con l’alterazione delle celle frigorifere in cui si conserva il plasma sanguineo. È un attacco a tutto tondo, che rende le società in cui viviamo delle società “zero days”, come si dice in informatica. È un termine che indica una vulnerabilità in un punto imprevedibile: non si sa dove e quando arriverà l’attacco.
Certo è che l’elemento in discussione è la connettività, che rende l’autonomia e l’indipendenza di un Paese vulnerabile in quanto aperto a filiere di connessione con tutto il sistema internazionale circostante. Il problema sarà decidere il livello di apertura che intendiamo mantenere: quale livello di difesa può consentire la permanenza di circolazione, di comunicazione e di relazioni ad ampio raggio di cui abbiamo goduto e beneficiato fino a oggi? Ci troviamo a un punto in cui dobbiamo decidere se civilizzare le reazioni di difesa o militarizzare il rischio. Siamo chiamati cioè a scegliere se far prevalere un aspetto di riorganizzazione e riprogrammazione informatica oppure ricorrere a forme di logistica militare più intense di quelle attivate finora.
Il ruolo della politica
Questa prospettiva di emergenza informatica – che è anche un’emergenza politica – richiederà di andare al di là della dinamica conflittuale tra le forze politiche che la vigilia elettorale rende ancora più aspra. Le istituzioni, i partiti, l’informazione devono pensare a un patto di salvaguardia della nostra autonomia e indipendenza ed evitare che questo Paese si trasformi in un bersaglio facile per chi vuole rimestare nel fango e speculare sull’ansia da caos. Servirà un patto di solidarietà, di sicurezza, di difesa, che permetta all’Italia e all’intera comunità europea di potersi difendere senza abdicare alla sua ambizione e natura di zona di libero scambio, di zona aperta, di zona democratica.
Il dato che emerge dalle recenti elezioni in Brasile, in Serbia e negli Stati Uniti, al di là dei pronunciamenti, è quello di una ripresa da parte della politica e degli elettori della voglia di decidere e di influire. Si tratta di una strada percorribile. L’efficienza tecnologica non deve mai essere un’alternativa alla trasparenza e all’efficienza democratica. È importante sapere che abbiamo un capitale di solidarietà nazionale da spendere. E lo deve sapere anche chi crede di giocare alla roulette russa con i nostri aerei.






























