6 Nov, 2026

Proteste in Francia, Italia in piazza nel weekend. E la polizia sfida il governo

Scioperi in Francia

In Francia un milione di persone in piazza protestano contro il carovita, mentre in Italia si prepara un altro fine settimana di fuoco


La Tour Eiffel spenta a Parigi, i poliziotti pronti a scendere in piazza in Italia. Due immagini diverse, ma in qualche modo speculari, raccontano un’Europa attraversata da tensioni che non accennano a placarsi. Nella capitale francese centinaia di migliaia di persone protestano contro il carovita e per salari più alti, mentre da noi anche gli uomini in divisa minacciano la mobilitazione per gli impegni disattesi dal governo. Nel mezzo, un continente che assomiglia sempre più a una polveriera.

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Parigi blindata

A Parigi la Tour Eiffel è stata chiusa ai visitatori mentre il corteo dei sindacati, partito da Place de la République e diretto a Nation, riuniva studenti, gilet gialli e anche rappresentanti degli agricoltori. Una giornata di tensione e scontri, di mobilitazione nazionale che ha coinvolto le principali città francesi, con adesioni ben oltre il perimetro delle organizzazioni sindacali. «Nulla ci fermerà», ha avvertito Sophie Binet, segretaria generale della Cgt, chiedendo aumenti salariali, misure contro il carovita e risorse per i servizi pubblici. «Più aspettate, più il conto diventerà salato», ha aggiunto rivolgendosi al governo e agli imprenditori. Il messaggio è chiaro: non basterà aspettare che la protesta si esaurisca da sola. Il ministero dell’Interno ha mobilitato 70mila poliziotti e gendarmi per presidiare la capitale e il resto del Paese, con particolare attenzione ai cosiddetti «cortei selvaggi», le iniziative fuori controllo.

L’agitazione

A metà giornata erano stati contati oltre 270mila manifestanti in 180 cortei, esclusa Parigi; la Cgt ne indicava più di 250mila in 73 città. A fine giornata, è stata contata una partecipazione complessiva di circa 600mila persone secondo le autorità e addirittura di un milione e seicentomila per il sindacato; lecito calcolarne un milione, in ogni caso è stata la manifestazione finora più partecipata. E alla quale i manifestanti non hanno voluto esponenti politici, meno che mai i candidati alla sfida per l’Eliseo: in Place de la République Raphaël Glucksmann, leader del partito “Place publique” e vincitore delle primarie della sinistra socialdemocratica, è stato indotto a lasciare la manifestazione praticamente al suo avvio.

Glucksmann respinto

«Se ci sono militanti politici ostili alla nostra presenza, non me ne importa nulla», aveva detto Glucksmann liquidando i fischi e gli slogan ostili che lo avevano accolto al suo arrivo. Ma poi è rimasto bloccato per 45 minuti aò punto di partenza. Secondo Le Figaro «era stato accolto al grido di “No, Glucksmann non è un compagno” e “tutti odiano il PS” (Partito Socialista, ndr), ma anche da cori come “Raphaël presidente”». Ma per Gluksmann la partecipazione era una questione di principio: «Oggi è la giornata dei lavoratori. Non è la giornata dei militanti politici che sostengono un altro candidato e che cercano di impedirci di esprimere le nostre posizioni», aveva dichiarato ai giornalisti presenti nel corteo, con riferimento alla France Insoumise di Melanchon che strizza l’occhio al movimento di piazza.

Scuole a fuoco

Sta di fatto che un apparato imponente, per evitare che la mobilitazione degenerasse negli abituali disordini di fine corteo, non è riuscito a impedire disagi ovunque e incendi in alcune scuole. Insomma neppure lo scossone alla gestione trumpiana è bastato a distogliere l’attenzione dal malessere sociale che attraversa il Paese. Così che la Tour Eiffel al buio è diventata il simbolo di una Francia che non riesce più a pacificarsi. Anche se ieri il primo ministro francese, Sébastien Lecornu, ha fatto sapere che riunirà lunedì nella sede del governo, palazzo Matignon, una «conferenza sociale» con le organizzazioni sindacali e imprenditoriali. Un’iniziativa che punta a «fornire risposte alle questioni del potere d’acquisto e dei salari».

L’Italia

Per tornare in Italia, dopo il 17 ottobre e i fatti di Milano, nel weekend studenti e lavoratori torneranno a manifestare nelle principali città. Per i commercianti ci sono di nuovo vetrine da proteggere, saracinesche da abbassare, il timore che la protesta diventi l’occasione per devastazioni e saccheggi. Le forze dell’ordine hanno predisposto servizi rafforzati, controlli agli accessi, presidi nei punti sensibili e monitoraggio delle possibili aggregazioni antagoniste. L’obiettivo è prevenire nuovi incidenti, isolare chi cerca lo scontro e impedire che gruppi organizzati trasformino le strade in un campo di battaglia.

È appena il caso di aggiungere che anche da noi la protesta non nasce dal nulla. Salari bassi, carovita, precarietà e mancanza di prospettive sono questioni reali. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito che «dissenso e protesta sono sempre legittimi ma non possono mai sfociare in aggressioni e disordini». Chi scende in piazza soltanto per praticare violenza, ha avvertito, «non si illuda di sfuggire alla legge», perché troverà «la risposta ferma delle istituzioni». Il ministro ha indicato l’operazione di Torino come la dimostrazione del lavoro di magistratura e polizia per isolare i violenti e tutelare i principi democratici. La fermezza – ha detto – deve colpire i responsabili, non trasformare ogni manifestante in un potenziale problema di ordine pubblico.

La risposta del governo

L’ultimo decreto sicurezza, ennesimo di una lunga serie, aggiunge strumenti preventivi e nuove fattispecie, ampliando i poteri a disposizione delle forze dell’ordine. I fermi preventivi e i controlli rafforzati saranno al centro della gestione delle manifestazioni. È chiaro però che la questione è soprattutto giuridica e politica: ogni misura deve essere motivata, proporzionata e sottoposta alle garanzie previste dalla legge. La prevenzione insomma non può diventare una scorciatoia per limitare il dissenso, né il fermo preventivo può trasformarsi in una forma di punizione anticipata per chi non ha commesso reati.

Polizia a manifestare?

C’è poi un paradosso che meriterebbe qualche attenzione in più a Palazzo Chigi. Anche i poliziotti, chiamati a garantire l’ordine pubblico, sono pronti a scendere in piazza per chiedere al governo il rispetto degli impegni. Il Siulp denuncia promesse disattese e chiede risposte su condizioni di lavoro, tutele e risorse. Non è una contraddizione: chi indossa una divisa non smette di essere un lavoratore e non perde il diritto di rivendicare ciò che gli spetta, ricorda il sindacato. Si può chiedere agli agenti di affrontare situazioni difficili, di contenere la rabbia e di garantire la sicurezza di tutti. Ma non si può pretendere che lo facciano ignorando le proprie condizioni. Servono organici, mezzi, formazione e fiducia.

Il dibattito

Nel dibattito pesano ancora i fatti di Milano e le polemiche sulle decisioni giudiziarie. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha definito «sacra e inviolabile» l’autonomia della magistratura, pur dicendosi sorpreso per la decisione del gip che ha disatteso la complessa richiesta della Procura. Una precisazione accompagnata dalla rivendicazione di non aver criticato il provvedimento finale. Ma il confine tra legittima discussione politica e pressione sulle decisioni giudiziarie resta delicato. E non aiuta alimentare un clima nel quale ogni decisione sgradita diventa un caso politico.
Infine, ci mancavano gli ultras ungheresi, da tenere sotto osservazione nel quadro delle presenze e delle possibili infiltrazioni. Un’altra variabile in un fine settimana già complicato, nel quale le forze dell’ordine dovranno distinguere tra chi manifesta per ragioni sociali e chi soltanto l’occasione per provocare incidenti.

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