6 Nov, 2026

Bollette, gli sconti possono aspettare. Sul fine vita il governo si spacca subito

Governo Meloni

Il tanto atteso decreto bollette prevede uno sconto netto di due miliardi e mezzo per famiglie e imprese. Ma se ne riparla, pare, lunedì. Maggioranza in pezzi sul fine vita: Lega in ordine sparso; Forza Italia chiede l’intervento del Parlamento


Ancora un rinvio per il decreto bollette, «ma è solo per una questione tecnica, lunedì alle 17,30 ci sarà il via libera definitivo», rassicura una fonte di governo.

Subito, invece, lo stop alla legge della Regione Veneto sul fine vita. Questione di priorità del resto: per abbassare i costi dell’energia si può attendere; per fermare il diritto, riconosciuto dalla Corte costituzionale, a non sopravvivere come vegetale invece bisogna agire subito. La maggioranza è letteralmente andata in frantumi. Leghisti contro leghisti, azzurri contro tutti, premier e Fratelli d’Italia attori distratti e imbarazzati.

Il decreto bollette slitta ancora: in gioco 2,5 miliardi di sconti

Il Consiglio dei ministri ieri ha fatto slittare per l’ennesima volta l’atteso decreto bollette. Atteso perché si stimano due miliardi e mezzo di costi energetici in meno per famiglie e imprese per un periodo di tempo lungo 18 mesi. Un piccolo aiuto (si parla di almeno 200 euro l’anno di risparmio per una famiglia) di cui però c’è molto bisogno. Il motivo del rinvio – spiegano fonti di governo – «non è nelle coperture». Ma nei conti della Ragioneria dello Stato ed è legato alla cessione di alcune scorte di gas «vecchio» del 2022, stoccato quindi ad un prezzo molto basso, che vanno rivendute sul mercato ad un prezzo più alto. Su cui ci sono molte pretese ed appetiti da parte delle società di distribuzione.

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Il nodo del gas e la trattativa con Bruxelles sugli Ets

Risolto questo problema di prezzo, lunedì dovrebbe arrivare il via libera. Il ministro dell’Ambiente e dello sviluppo energetico Gilberto Pichetto Fratin ha comunque presentato il provvedimento e lo ha discusso. La trattativa con Bruxelles è durata mesi ed è stata estenuante perché «in pratica tocchiamo gli Ets ma non si può dire», motivo per cui l’acronimo Ets (emission trading system) è scomparso dal testo. In sostanza resta una «operazione contabile per cui a costo zero abbattiamo il costo dell’energia per un valore di circa 4 miliardi, 2,5 il valore netto». L’operazione contabile è un po’ complicata ma «agendo sugli Ets si va a calare di 300, si aumenta di 100 e il netto guadagnato è pari a 200».

Gli Ets sono il sistema europeo di scambio delle quote di emissione di gas serra ed è il principale strumento in mano alla Ue per ridurre le emissioni di CO2 e combattere i cambiamenti climatici. In sostanza chi inquina paga (cap and trade). In base a questo principio la Ue ha stabilito un tetto massimo alle emissioni complessive. Le aziende (i settori sono energia, manifattura, aviazione e trasporto marittimo) devono acquistare o ricevere apposite quote per ogni tonnellata di CO2 emessa. Nei fatti il decreto bollette stabilisce che gli Ets restano ma vengono in parte svuotati. E tutto questo è un guadagno per famiglie e imprese.

Fine vita, il ricorso contro il Veneto divide la maggioranza

Fin qui la riunione dei ministri, tutti poi invitati al galà per l’esordio del nuovo QN di Del Vecchio, è andata avanti senza grosse sorprese. Poi il tavolo del governo si è improvvisamente acceso quando è stata comunicata la decisione dell’impugnazione, da parte del governo, della legge sul fine vita approvata dal Consiglio regionale del Veneto a guida leghista. E a questo punto è saltato il tavolo e la maggioranza è andata idealmente in frantumi.

Il ministro Roberto Calderoli ha votato contro il governo (perché è favorevole). Il vicepremier Matteo Salvini ha tatticamente capito l’antifona e ha guadagnato l’uscita prima che si arrivasse a votazione. Forza Italia ha detto «non ci sto». Senza rompere però, non ha avuto cioè il coraggio di Calderoli di votare contro. Ha alzato la voce.

Tajani chiede una legge nazionale, Zaia difende la scelta del Veneto

Il vicepremier Antonio Tajani ha preteso che fosse messo a verbale «la necessità di un intervento legislativo del Parlamento. Una materia tanto delicata deve essere disciplinata dalle Camere con una normativa nazionale che eviti il proliferare di leggi regionali». Dello stesso parere la ministra Anna Maria Bernini, «guai spezzatini legislativi su materie tanto delicate».

Il problema è che sono almeno dieci anni che la Consulta ha chiesto al Parlamento di riempire il vuoto, ma i vari Parlamenti, con troppa ipocrisia, non hanno mai avuto il coraggio di farlo. Non lo farà neppure questo visto che siamo a fine legislatura. Ancora una volta si è deciso di prendere tempo e di scaricare la responsabilità su cittadini e regioni.

Come dice l’ex governatore Luca Zaia che tanto ha voluto quella legge realizzata poi dal successore Alberto Stefani, un fedelissimo di Salvini che da tempo ha sposato la linea messianica.

«Rispetto la decisione del governo – ha detto Zaia –. Personalmente rivendico quanto fatto dalla Regione Veneto, una scelta di responsabilità, di rispetto delle sentenze della Corte costituzionale e, soprattutto, di attenzione ai cittadini e alla loro libertà. Con quella legge noi abbiamo avuto il coraggio di non lasciarli soli».

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