Le comunicazioni di Giorgia Meloni riaprono il dibattito sul ruolo dell’Italia nell’Ue, sulla difesa comune e sul difficile equilibrio tra sovranismo e integrazione comunitaria
Il punto intorno a cui ruotavano le comunicazioni di Giorgia Meloni al Parlamento è un punto reale: chi parla a nome dell’intera Europa? A parlare è Kaja Kallas, l’Alto rappresentante per la politica estera europea, invisa alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen? Oppure è quest’ultima, o magari Antonio Costa, il presidente del Consiglio europeo? L’uno e l’altra, in verità, sembrano seguire e non precedere le decisioni degli Stati membri. Allora sono questi a parlare: a nome loro o a nome di tutti? Qui ci avviciniamo a una risposta più realistica e concreta: Francia Germania e Regno Unito – due Paesi aderenti all’Ue, un altro che si è chiamato fuori dieci anni fa – fanno oggi la politica del continente?
Ma, se è così, quale rapporto vi è fra la difesa europea, gli altri Stati e le istituzioni dell’Unione? Quando Giorgia Meloni lamenta che «procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza» ha ovviamente ragione. E avrebbe ragione anche ad aggiungere che, ferma restando la piena e convinta solidarietà con la nazione aggredita, non può essere l’Ucraina a scegliere il formato più confacente. Una riflessione che richiama direttamente il dibattito sul ruolo dell’Italia in Europa e sulla capacità dell’Unione di esprimere una linea comune.
Le assenze che pesano
Il fatto è che però l’invito a concepire «meno formati che si sovrappongono» arriva dopo un formato E3 con Zelensky, a Downing Street, al quale l’Italia, facendo l’offesa, non ha partecipato, così come l’invito a promuovere «meno riunioni ridondanti» segue il vertice Ue-Balcani in Montenegro, in cui di nuovo la presidente del Consiglio non c’era, avendo preferito trattenersi alla festa dell’Arma dei carabinieri, giù in Calabria. Nulla di male, di definitivo o di irreparabile. Tuttavia, queste scelte hanno inevitabilmente alimentato interrogativi sulla presenza italiana nei principali tavoli europei.
È vero peraltro che, nelle scelte fondamentali, la posizione del governo italiano non è mutata: non è mutato il sostegno a Kiev, e non è mutato l’appoggio ai paesi balcanici che chiedono di entrare nell’Unione. Quel che però sembra mutato, è l’agio – chiamiamolo così, con eufemistica prudenza – con cui il governo si muove nel quadro europeo. Perché un conto è parlare con Macron o con Merz potendo in qualche modo accreditarsi come la speciale voce amica di Donald Trump, un altro è aver ormai ridotto al minimo le occasioni per citare, nei propri discorsi, il presidente degli Stati Uniti.
Così come un conto è ribadire il sostegno del governo italiano all’Ucraina, un altro è doverlo fare con qualche impaccio in più, perché nel tuo campo è spuntato un generale che vuol sottrarti voti sulla impresentabile linea di un grottesco pacifismo filoputiniano. Certo, il governo italiano è e rimane filo-atlantico, filo-occidentale, europeista. Ma è anche il governo che più di tutti si rifiuta di guardare dentro queste parole, e di chiedersi cosa comportano, cosa precisamente significhino in termini di scelte strategiche e di realistici impegni sulla difesa e la sicurezza del Paese.
Atlantismo ed europeismo alla prova
È filo-atlantico, filo-occidentale e europeista, ed è così che Giorgia Meloni, arrivata a Palazzo Chigi, si è guadagnata nell’arena internazionale una buona dose di fiducia e di credibilità. Ma lo è, continua ad esserlo e a ribadire la sua collocazione, come se non fosse cambiato il contesto in cui collocarsi, come se l’atlantismo significasse la stessa cosa, anche se gli Stati Uniti ritirano le loro truppe dal continente, o come se il significato dell’europeismo non dipendesse oggi dalla disponibilità a costruire un nuovo pilastro europeo di difesa.
In concreto: Meloni ribadisce il sostegno all’Ucraina, ma senza la cordialità e la convinzione di qualche mese fa, mentre a Mosca sono gli ambasciatori di Francia Germania e Regno Unito – senza Italia e Polonia – ad aprire un varco alla trattativa di pace. La ragione è semplice: a Roma si pensa o si finge di pensare che la diplomazia sia un’alternativa al sostegno militare; a Londra Parigi o Berlino no, e neppure a Mosca, dove si sa fin troppo bene che le due cose camminano insieme.
Ancora: l’Italia è sempre favorevole all’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, ma – dice – aspettando il suo turno, cioè solo dopo i Paesi balcanici, la cui domanda pende da più tempo. La ragione è semplice e non è, ovviamente, un ridicolo scrupolo formalistico. È piuttosto un modo per provare a essere della partita e a esercitare un qualche peso, anche solo di interdizione. Anche questo aspetto contribuisce a definire il ruolo dell’Italia in Europa nel delicato equilibrio tra allargamento e interessi nazionali.
Il ritorno del nodo sovranista
Ma c’è un nodo di fondo che Meloni non ha ancora sciolto davvero, e riguarda il collante ideologico del sovranismo nazionale che ora le ritorna contro come un boomerang nella figura – improbabile eppure realissima – del Brancaleone Vannacci. La parola sovranismo è finita un po’ in sordina, ultimamente, e si capisce perché: se difendi la sovranità nazionale in quanto «superiorem non recognoscens», allora non hai molti argomenti contro l’esercizio che delle loro rispettive sovranità fanno, dal canto loro, i tuoi partner europei.
Se invece difendi l’Europa per davvero, come il luogo in cui le «potenze medie» si mettono in comune (e all’occorrenza condividono sovranità, non si limitano a opporla), hai qualche chance in più di contare, quale che sia il formato prescelto o la riunione convocata dai partner. Ma puoi farlo solo se il tuo approccio pragmatico non nasconde più ambiguità o riserve, e se resisti alle nuove folate di vento della propaganda anti-europea che si levano da destra.
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Qual è infatti il rischio? Che magari, in mezzo ai molti post di Trump, presto ne spunti fuori uno che per qualche motivo suona come un «Make Giorgia Great Again» e allora potremmo esser da capo, e dire basta alle mediazioni di Bruxelles, e tornare ai rapporti bilaterali, e fare un’altra volta il mirabolante ponte fra le due sponde dell’Atlantico o altre, consimili amenità. Ma se Trump può forse permettersi la spericolata altalena delle sue dichiarazioni, la politica estera italiana no, proprio non dovrebbe.































