Dal vertice informale dei ministri della Difesa Ue a Nicosia arriva il via libera allo sblocco dei 6,6 miliardi per l’Ucraina, ma Kallas frena sull’ipotesi di un esercito europeo
“Sì” a 6,6 miliardi di rimborsi dello European Peace Facility per finanziare il sostegno militare all’Ucraina. “No” a un esercito europeo sovrapposto alle strutture della Nato creando confusione. “Sì” alle sanzioni all’Iran per l’ostruzione dello Stretto di Hormuz. Queste le conclusioni principali della riunione informale del consiglio dei ministri europei della difesa svolto ieri a Nicosia, capitale di Cipro, e riferite da Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza dell’Unione europea. Le decisioni emerse dal vertice toccano alcuni dei principali dossier strategici del continente: il finanziamento del sostegno a Kiev, il rapporto tra difesa europea e Nato, la sicurezza delle rotte energetiche nel Golfo Persico e l’allargamento dell’influenza europea nello spazio post-sovietico.
La prima svolta strategica riguarda lo sblocco delle risorse europee per sostenere Kiev. «L’Ue vede la revoca del veto dell’Ungheria sul blocco da 6,6 miliardi di euro dello European Peace Facility», spiega Kallas alla fine del vertice. I fondi dell’Epf saranno usati «per rimborsare gli Stati membri per le passate consegne di armi, finanziare nuovi appalti congiunti e sostenere la missione di assistenza militare Eumam Ukraine». Ma sulle tempistiche non c’è ancora chiarezza. Sul piano industriale, il coordinamento si concentrerà sulla difesa aerea, da attuare facilitando la produzione di sistemi ucraini nell’Ue e l’insediamento di imprese europee in Ucraina. La prima erogazione da 5,9 miliardi di euro avverrà questo mese e sarà interamente destinata alla fornitura di droni.
Il nodo Nato e il nuovo piano da 70 miliardi
La riunione del consiglio arriva dopo un acceso dibattito tra i paesi membri, la gran parte dei quali sono soci nella Nato. L’Alleanza Atlantica sta valutando un nuovo impegno di finanziamento militare per l’Ucraina pari a 70 miliardi di euro che dovrebbe essere presentato al vertice di Ankara del 7-8 luglio. Secondo la proposta, 30 miliardi di euro proverrebbero dal prestito biennale europeo di 90 miliardi di euro a Kiev già concordato, mentre altri 40 miliardi di euro sarebbero stanziati da impegni bilaterali. Tuttavia, da diversi mesi i paesi nordici lamentano di aver sostenuto fino ad oggi in modo sproporzionato i costi del sostegno all’Ucraina.
Secondo l’ultimo rapporto del Kiel Institute, think tank tedesco di economia internazionale tra i più importanti a livello mondiale, tra gennaio e aprile i paesi europei hanno stanziato 2 miliardi di euro al mese in aiuti militari a Kiev. Ma nonostante gli appassionati discorsi dei leader di tutto il blocco – Italia compresa – a sostegno dell’Ucraina, i contributi finanziari e militari rimangono profondamente disomogenei da un paese all’altro.
Basti pensare che la Danimarca ha contribuito con oltre 10 miliardi di euro all’Ucraina dall’inizio dell’invasione russa, pari a quasi il 3% del suo prodotto interno lordo. La Spagna, invece, ha donato 1,48 miliardi di euro, ovvero meno dello 0,2% del suo Pil. L’Ungheria si colloca all’estremo inferiore, con meno dello 0,04% del Pil destinato agli aiuti.
Il ruolo dell’Italia nel sostegno all’Ucraina
Al di là delle parole di circostanze di Giorgia Meloni e degli altri esponenti del governo, secondo i rapporti dell’Istituto Kiel, l’Italia ha stanziato un valore complessivo di circa 1,8 miliardi di dollari (poco meno di 1,7 miliardi di euro) in aiuti bilaterali all’Ucraina, di cui circa 1 miliardo di euro destinato specificamente al supporto militare. In pratica, il supporto bilaterale diretto dell’Italia all’Ucraina corrisponde a circa lo 0,14% del PIL nazionale. Il che avvicina l’Italia all’Ungheria e la colloca a una distanza siderale dai paesi nordici e baltici.
Paesi come la Danimarca, l’Estonia o la Lituania destinano quote molto più significative, comprese tra il 2,8% e il 3,3% del loro pil complessivo. Con questa percentuale, l’Italia si colloca al 21° posto su 27 paesi dell’Unione Europea per aiuti bilaterali diretti in rapporto alla ricchezza nazionale. Forse è questo il motivo per cui ultimamente la premier frequenta il meno possibile i summit europei dedicati alle questioni della sicurezza.
Intanto, in attesa del vertice di Ankara, ieri Kaja Kallas ha stroncato il dibattito sulla costituzione di un esercito europeo confermando la sua contrarietà «perché sarebbe una struttura che creerebbe confusione. Ogni Stato membro ha già un esercito, e considerando che 23 Stati membri sono anche membri della Nato, non si potrebbe utilizzarlo in un altro modo o in maniera parallela». Secondo l’Alto Rappresentante esistono già diversi strumenti in capo alla Commissione che vanno sviluppati senza però «creare un esercito alternativo a quelli che già esistono».
Le prime sanzioni Ue contro l’Iran
Ma la più grande novità del summit di Cipro riguarda l’Iran. È la prima volta infatti che l’Ue applica sanzioni in materia di libertà di navigazione – tra queste, il controllo delle navi e l’imposizione di dazi di transito alle navi autorizzate a passare – per colpire l’Iran a causa delle minacce al traffico marittimo nello Stretto di Hormuz. Le misure restrittive prendono di mira i comandanti locali della Marina del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche che «hanno assunto il controllo dello Stretto di Hormuz e implementato un sistema di pedaggi».
LEGGI La guerra sfiora la Nato: drone russo abbattuto in Lettonia, un altro esplode in Moldavia
Tra i singoli individui colpiti ci sono Mohammad Akbarzadeh, comandante della marina locale sanzionato con il congelamento dei beni e il divieto di viaggio per aver minacciato di «utilizzare missili o droni contro le navi che transitano nello stretto» e Hamid Hosseini, rappresentante commerciale e funzionario dell’Unione degli esportatori iraniani di petrolio, gas e prodotti petrolchimici, sanzionato per aver promosso la politica dei pedaggi.
Kallas, infine, ha espresso apprezzamento per i risultati elettorali in Armenia che, «anche sotto una pesante pressione russa, ha scelto di avere un futuro europeo», promettendo aiuti per favorire le riforme future.































