6 Nov, 2026

Del Vecchio compra il Fatto. Ma solo il 2 per cento

Dopo il tentativo di acquisizione respinto dai soci fondatori, Leonardo Maria Del Vecchio acquista il 2% di Seif, editrice del Fatto Quotidiano. Un’operazione che riapre il confronto sul rapporto tra proprietà dei giornali, interessi economici e libertà dell’informazione


C’è chi compra un giornale per leggerlo e chi per togliersi qualche sassolino. Leonardo Maria Del Vecchio jr, fallita l’Opa sul Fatto Quotidiano, torna alla carica: compra il 2 per cento di Seif, editrice del quotidiano diretto da Marco Travaglio. «Anch’io ho comprato il Fatto. Il 2%», annuncia sui social, in una foto a bordo del suo jet privato, il giornale in mano.

Dal tentativo di scalata all’ingresso nel capitale

Il libero mercato consente a un imprenditore di investire dove vuole, anche in un giornale critico. Il problema è il contesto. Del Vecchio aveva sondato un’Opa, subordinata a due diligence, prospettando fino a quattro milioni per risanare i conti. I soci fondatori hanno risposto picche: non intendono vendere.

Ora arriva il 2 per cento: non dà il controllo, ma porta l’imprenditore nel capitale di un giornale con cui ha avuto attriti. Il Fatto aveva pubblicato inchieste sulla famiglia miliardaria. Del Vecchio aveva definito i cronisti «ratti del giornalismo». Difficile leggere l’acquisto come un gesto non ostile, disinteressato, per salvare una testata in difficoltà. Può essere legittimo, ma dopo gli insulti e il tentativo di scalata l’ingresso nel capitale sa di pressione. Il 2 per cento non detta la linea, ma riapre una domanda: che cosa cerca in un giornale che lo ha messo nel mirino?

Che i conti di Seif siano in crisi è un fatto. La società ha bisogno di risorse, vendite e pubblicità non bastano. Ma il soccorso finanziario non è neutrale se arriva da chi è stato oggetto delle inchieste della redazione. Non si tratta di impedire a Del Vecchio di comprare azioni: si tratta di evitare che il denaro condizioni l’informazione.

Chi possiede il Fatto Quotidiano

La compagine di Seif: Cinzia Monteverdi e Antonio Padellaro detengono ciascuno il 16,25 per cento; Francesco Aliberti il 5,01. La società ha il 9,77 per cento di azioni proprie, il flottante vale il 40,02. Tra gli altri azionisti, pari al 12,69 per cento, ci sono Travaglio, Peter Gomez e Marco Lillo, tutti sotto il 5. I fondatori non intendono cedere.

L’espansione editoriale di Del Vecchio e i grandi gruppi

L’operazione si inserisce nell’espansione editoriale di Del Vecchio. Lmdv Capital ha rilevato l’80 per cento di Editoriale Nazionale, editrice di QN, Il Giorno, La Nazione e Resto del Carlino, da Monrif della famiglia Riffeser Monti. Ha inoltre il 30 per cento del Giornale, accanto agli Angelucci. Del Vecchio jr è uno degli otto soci di Delfin, la cassaforte lussemburghese, con il 12,5 per cento.

In Italia gli editori puri sono una specie in via d’estinzione. Caltagirone controlla Messaggero, Mattino e Gazzettino; il leghista Angelucci possiede Libero, Tempo e, con Del Vecchio, il Giornale. La Repubblica è passata da Exor al gruppo greco Antenna della famiglia Kyriakou; La Stampa a Sae di Alberto Leonardis, già editore del Tirreno. I giornali sono sempre più nelle mani di gruppi con interessi ben più ampi dell’informazione.

La libertà di stampa e il rischio delle pressioni economiche

La vicenda non è una schermaglia tra imprenditore e redazione. L’indipendenza della stampa è cruciale per la democrazia: informazione e democrazia camminano insieme. In Italia la salute dell’informazione è fragile. Nel World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières il Paese è scivolato al 56° posto su 180, dal 49° dell’anno precedente. Pesano pressioni politiche, querele, minacce criminali e difficoltà economiche. Per Guido D’Ubaldo, presidente dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, trenta professionisti vivono sotto scorta e 750 colleghi sono stati minacciati nell’ultimo anno.

Con una risoluzione del 30 settembre, il Consiglio d’Europa ha lanciato l’allarme: concentrazione proprietaria, ingerenze politiche ed economiche, deserti informativi e piattaforme minacciano il pluralismo. Chiede una banca dati europea sui proprietari effettivi dei media. È coerente con l’European Media Freedom Act: sapere chi possiede un giornale permette ai lettori di capire da dove parla. La trasparenza dovrebbe essere la regola.

Il Fatto, i capitali e l’indipendenza della redazione

A difendere il Fatto non sono soltanto i giornalisti. Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, ha parlato di «una concezione padronale della democrazia»: il denaro non dà diritto a tutto, prima insultando una redazione e poi pensando di comprarla.

Il Fatto può avere bisogno di capitali, ma non per questo deve rinunciare alla propria indipendenza. La questione non è impedire a Del Vecchio di comprare azioni, bensì garantire che quei soldi non diventino uno strumento di condizionamento. In gioco non c’è soltanto il futuro di una società editrice, ma la libertà di una redazione di continuare a fare domande a chiunque. Scomode possibilmente.

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