Dopo le consultazioni del presidente Herzog, l’ex capo dell’esercito israeliano appare il candidato più accreditato. I partiti arabi lo sostengono, gli ultraortodossi si sfilano da Netanyahu. Ma per governare serviranno accordi difficili
Non c’è ancora l’ufficialità, ma il leader incaricato di formare il prossimo governo d’Israele dovrebbe essere l’ex capo di Stato Maggiore dell’IDF Gadi Eisenkot.
Dopo due giorni di consultazioni da parte del presidente Isaac Herzog, infatti, il leader di Yashar appare come il più credibile tra i candidati alla premiership e dovrebbe per questo ricevere a stretto giro l’incarico dal capo dello Stato. Del resto, dopo la giornata di ieri, Benjamin Netanyahu ha ben poche speranze di presentare un fronte politico in grado di competere con quello di Eisenkot.
Gli ultraortodossi si sfilano da Netanyahu
L’ex militare, dopo giorni di dubbi sul futuro della sua coalizione, ha incassato due importanti vittorie politiche. La prima, ampiamente attesa, è stata quella dell’endorsement ricevuto dai partiti arabi, i quali hanno indicato in Eisenkot il candidato che sarebbero disposti a sostenere per la premiership. La seconda, invece, è una vittoria indiretta: il partito ultraortodosso United Torah Judaism, vecchio alleato di Netanyahu, ha infatti rifiutato di indicare un proprio favorito, ritirando di fatto il sostegno al primo ministro uscente.
Visto il funzionamento delle consultazioni in Israele, che si basano sulle indicazioni dei potenziali candidati premier da parte dei partiti, ci sono pochi dubbi sul fatto che Herzog chiederà a Eisenkot di tentare di ottenere una maggioranza alla Knesset. A livello meramente quantitativo, del resto, l’ex militare ha incassato molte più indicazioni a suo favore rispetto a Netanyahu, motivo per cui il presidente avrà ben poche alternative.
La sfida dei 61 seggi per la Knesset
Questo, però, non significa che il leader di Yashar avrà vita facile nel tentare di consolidare il sostegno registrato. Alla sua coalizione mancano ancora 13 seggi per poter governare e trovarli in Parlamento non sarà cosa facile, visto che eventuali alleanze con i partiti arabi, che si dicono disposti a negoziare, saranno particolarmente costose per Eisenkot.
Anche contando sul sostegno esterno degli ultraortodossi di UTJ, al leader dell’opposizione servirebbero ancora una manciata di voti per raggiungere la soglia dei 61 necessari per ottenere la fiducia della Knesset. Per garantirla servirebbe anche il sostegno degli altri Haredi di Shas o quello dei partiti arabi.
Che entrambi i partiti ultraortodossi e tutti quelli arabi scelgano di fare da stampella a un esecutivo guidato da Eisenkot non è un’ipotesi irrealistica. Tuttavia, il dubbio, in questo caso, riguarderebbe la solidità di un governo di minoranza che si reggerebbe su aiuti provenienti dai partiti espressione di due delle minoranze più marginalizzate del Paese, guidati da logiche politiche spesso in contrasto con quelle di tutti gli altri gruppi della Knesset.
Le richieste dei partiti arabi
Per gli Haredim, in tal senso, la principale questione da affrontare è quella relativa all’arruolamento degli studenti ultraortodossi nelle fila dell’IDF, mentre per gli arabi sul tavolo c’è una lunga serie di rivendicazioni politiche, sociali ed economiche. Si tratta di misure che difficilmente riceverebbero il sostegno dei politici della coalizione di Eisenkot e che risultano spesso in aperto contrasto con quanto promesso dal leader di Yashar.
Qualora Eisenkot dovesse arrivare al civico 9 di Smolenskin Street (indirizzo della residenza del primo ministro a Gerusalemme) con il sostegno di arabi e ultraortodossi, dunque, si ritroverebbe a dover continuamente negoziare con gli alleati esterni per riuscire a far approvare le proprie misure. Ed è certo che tanto gli araboisraeliani quanto gli Haredim chiederebbero molto in cambio del proprio sostegno.
La prima questione spinosa che si troverebbe ad affrontare sarebbe molto probabilmente proprio quella dell’arruolamento degli Haredim. «Qualunque sia il prossimo governo a formarsi, la nostra priorità immediata è definire lo status degli studenti della Torah», ha infatti dichiarato, a seguito delle consultazioni, Isaac Pindrus, parlamentare di United Torah Judaism.
In poche parole, UTJ promette già di riaprire l’annosa questione delle tutele legali per l’esenzione dal servizio militare, prevista di fatto nel Paese, ma osteggiata da gran parte delle forze di centro e di destra. Una questione tanto complessa che neanche Netanyahu, con una maggioranza relativamente solida per gli standard israeliani, è riuscito a dirimere.
Herzog deve decidere entro l’11 novembre
Comunque sia, ieri notte Herzog ha concluso le consultazioni incontrando separatamente i due sfidanti, Eisenkot e Netanyahu. Ora il presidente ha tempo fino all’11 novembre per prendere una decisione, anche se è probabile che l’incarico venga assegnato prima di quella data. Herzog, del resto, ha messo bene in chiaro la propria contrarietà all’idea di andare nuovamente a elezioni, oltre che la sua volontà di sbrigare le pratiche post-elettorali con celerità.
«Chiunque sia dotato di buon senso, se solo osserva le sfide in ambito di sicurezza e diplomazia che ci troviamo di fronte, il mutare della regione che ci circonda e le problematiche che ci lacerano dall’interno, può comprendere che su di noi grava una responsabilità immensa», ha infatti dichiarato il presidente, esortando i partiti ad assumersi la responsabilità di negoziare tra loro per trovare una soluzione diversa dallo stallo o dal voto.
Buoni propositi, ma, viste le divisioni che attraversano la società israeliana e che si riflettono sulla politica del Paese, è difficile immaginare che si arrivi a una quadra in grado di garantire solidità al prossimo esecutivo.
Ma questi sono problemi che, eventualmente, emergeranno più avanti. Per il momento, il primo passo da compiere è dare un nuovo governo a Israele e riuscire a farlo approvare dalla Knesset.
































