Il Napoli perde 4-1 contro il Porto e si ritrova tra risultati negativi e tensioni nello spogliatoio. Il Como di Fabregas segna nove gol in trasferta e si affaccia tra le grandi della Champions. Due storie opposte, due destini
Mayday, il Napoli nel Porto dei guai
La squadra di Allegri colleziona sconfitte
Il “caso Napoli” sta diventando il “caos Napoli”. Tutti contro tutti sembrerebbe, anche se Massimiliano Allegri, che sa che i purosangue possono andare giù di forma e solo Ribot o Frankel non perdevano mai, butta le mani avanti: «Accusare non serve a niente» dice, il che è probabilmente vero e certamente è “Cicero pro domo sua”, visto che l’accusato numero uno è proprio lui, l’allenatore, perché così va il mondo e cinque suoi colleghi su 20, cioè il 25 per cento della “forza panchina”, ha già perso il lavoro in 10 giornate che sono poco più del 25 per cento del cammino. Il panettone lievita per chi?
La commedia napoletana tra San Gennaro e il pallone
E così spunta tutta la commedia napoletana, che sempre galleggia fra la tragedia e la farsa e sempre poi rinasce in popolana saggezza perché prima o poi San Gennaro ci penserà, e il Santo può ben più dell’algoritmo, della costruzione dal basso, del braccetto o dell’esterno destro di piede mancino, nonché di schermate e scemate consimili: Masaniello e Pulcinella, Franceschiello e il Duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari che Eduardo liquidò, con la filosofia prima e la realtà poi, del pernacchio. Il calcio «non è gioco da signorine» come s’insegnava un tempo e dunque manca al copione Sophia, splendida pizzaiola de “L’oro di Napoli”.
L’oro di questo Napoli qui si sta scoprendo in patacca. Ma dice Allegri: aspettate il dopo sosta per la nazionale, quando guariranno i malati (che ce n’è troppi nel Napoli in particolare e nel calcio d’oggi che, oltre che frequente al di là di ogni limite e perfino delle compatibilità di calendario, è divenuto fisicamente e mentalmente più dispendioso per i giocatori). Diceva tempo fa: aspettate ottobre. Ahi lui e ahi Napoli siamo già a novembre.
La crisi del Napoli: 27esimo in Champions, ottavo in campionato
E così la squadra che ha vinto scudetti un anno sì e uno no negli ultimi quattro adesso vive il suo “tutti contro tutti”, comprendendo in questi “tutti” i risultati che sono davvero contrari, come nelle ultime partite per non citare che la Juventus e il Porto, questa appena finita ieri l’altro 4 a 1 per loro e con il Napoli che è al posto 27 della classifica di Champions, i primi otto avanzano al volo, altri otto verranno selezionati dai playoff. Insomma bisogna essere almeno nei primi 24: il Napoli non c’è per il momento, mai dire mai. E in serie A è sì ottavo, ma ha già perso quattro volte ed ha la metà dei 28 punti della Lazio (di Gattuso…) che è la squadra che affronterà domenica.
C’è da ragionarci. Allegri spiega (lo diceva Velasco: «Chi vince festeggia, chi perde spiega») la semplicità delle partite di Champions, ed ha ragione. Ne giochi due in una: la prima, fino al 70esimo minuto circa, con una squadra. Poi passi ai cambi (però non l’ha mica ordinato il medico di fare i cambi, nemmeno il dottore della Roma a Gasperini…) e cambia tutto, diventa un’altra partita e il 2 a 1 che ci può stare diventa 4 a 1 (nel caso Roma ti rimontano tre o quattro gol).
Le tensioni nello spogliatoio: De Bruyne contro Lucca
Il ragionamento fila: è il Napoli che non fila. Che poi i cambi fanno esplodere “coram populo” le tensioni che lo spogliatoio nasconde. De Bruyne riprende Lucca appena entrato per un movimento sbagliato e il presunto goleador reagisce prima invitandolo a tacere («Perché parli? Perché parli?»: il contrario di Michelangelo al suo Mosè di marmo prima della martellata che seguì il «perché non parli?») poi mandandolo a quel paese, per dirla un po’ meno maleducatamente (ma dài, non facciamoci scrupoli: sul “vaffa” si sono fondati partiti e programmi e Marco Masini ci ha scritto un successo).
Politano, che «almeno ci mette la faccia» come dicono i cronisti, si presenta nel dopo partita e dice «venisse qualche altro a parlare, non sempre noi italiani» come a far capire che c’è perfino una spaccatura se non etnica almeno linguistica nella rosa. Hojlund dice che «dovremmo guardarci tutti allo specchio»: per non vedersi invecchiata la duchessa di Castiglione li copriva con ampi tendaggi scuri…
Il ritiro e il mercato di gennaio per uscire dal caos
Ora si punterà al solito metodo: tutti in ritiro e rivoluzione a gennaio quando riaprirà la finestra del mercato. Ma bisogna intanto tirare avanti, perché «mo’ vene Natale» sì però lo cantava anche Carosone: «Nun saccio che fa».
Forse lo sapeva Antonio Conte quando, rinunciando a contratto e denari, decise di cambiare aria, lasciando «Pusilleco addiruso» probabilmente nella speranza di ritrovare «la regal Torino incoronata di vittoria»…
Adelante, il Como nel lago dei gol
La squadra di Fabregas macina super-vittorie
«Quanto sei bello Como, quanto sei bello Como a prima sera» avrebbero cantato in coro anche Don Rodrigo e Renzo («palla a Nico Paz e s’abbracciamo»), dimentichi della questioncella del matrimonio che «non s’ha da fare»: il nobile e il Conte Attilio non avrebbero discusso di questioni di cavalleria ma di dribbling e pressing, di ripartenza e costruzione dal basso e il Padre Cristoforo, pronunciando il suo «verrà un giorno…», non avrebbe pensato all’infelice giorno del giudizio ma al radioso giorno dello scudetto o della Coppa.
Renzo Tramaglino, al filatoio dove lavorava, avrebbe tessuto sciarpe sì di seta ma di colore blu e bianco, e uno bianco e uno blu alternati sarebbero stati gli “spunton”, gli spilloni che facevano la “sperada” indossata da Lucia Mondella come fosse la tiara d’una principessa. La Monaca di Monza si sarebbe abbonata a Sky e pure a Dazn, tanto non le pesava: Marianna de Leyva era ricca di famiglia, e poi, come diceva lei, «a noi suore piace ascoltare le storie per minuto» e adesso anche «tutto il calcio minuto per minuto». I Bravi non sarebbero stati altro che due bravi ragazzi un po’ ultrà e don Abbondio il prete di squadra.
I Promessi Gol: Manzoni incontra Fabregas
Don Ferrante avrebbe abbandonato i suoi libri e Azzeccagarbugli i suoi cavilli, l’Innominato i suoi delitti e il Cardinale Borromeo i suoi sermoni. E don Antonio Ferrer, gran cancelliere spagnolo di Milano quando Milano era ducato spagnolo e la Madonnina non c’era ancora, avrebbe detto sì «adelante», cioè presto, veloce, ma non avrebbe suggerito né il «si puedes» (il «juicio» sì, forse…) copiando Cesc Fabregas, i cui ragazzi vanno «muy adelante».
Tutto questo sarebbe successo ne “I Promessi Gol”, e non su quel ramo del lago o su quell’altro («questo o quello per me pari sono»), né sotto il cielo di Lombardia che «è bello quando è bello», ma sotto quello della Hauts-de-France, dipartimento del Pas-de-Calais, città di Lens, dove forse il cielo «è brutto quando è brutto», ma l’altra sera era comunque stellato sopra lo stadio Bollaert-Delesis, un industriale minerario e un uomo politico, che sarebbe come intitolare il nascituro stadio di Pietralata a Roma ad Agostino Chigi che fondò Allumiere ed al sindaco Nathan, quello che «non c’è trippa per gatti».
Nove gol in Champions, il Como travolge ogni record
È stato lì, in quello stadio da poco più di trentamila posti, che nella quarta partita del torneo iniziale di Champions League, l’altra sera i gol della “brigata Como”, una babele di lingue e allegra gioventù, sono stati molti di più di quelli promessi: se ne sono contati 9, in sequenza Douvikas (al 7’), Douvikas (al 32’), Paz (al 40’), Da Cunha (al 47’), Kempf (al 53’), Douvikas (al 57’), Liberali (al 62’), Baturina (al 69’) e perfino, per non far mancare niente all’esagerazione comasca, Papaccioli (al 91’).
La favola di Papaccioli, dal Brasile alla notte europea
Matteo Oliveira Papaccioli è un brasiliano di nascita (classe 2008) ma italiano di crescita non solo calcistica, doppio passaporto (una buona notizia, no?), nato a Taubaté, nello stato di San Paolo e venuto in Italia dopo trascorsi da calciatore di “futsal” in loco a farsi calciatore qui, presto scovato dallo scouting del Como che deve avere algoritmi sì ma anche occhio. Mancino come molti nella squadra lariana: poi dice che uno si butta a sinistra…
Un maledetto crociato l’ha tenuto fuori quasi un anno: ma al 61’ Fabregas l’ha buttato dentro al posto di Douvikas, tenuto riguardato per via che la prossima partita di serie A sarà Inter-Como domenica alle 18. Uno che entra al posto di chi ne ha fatti tre non può non segnare.
La prova del nove e il Como tra le grandi d’Europa
E poi c’era la “prova del nove”: da quando la Coppa dei Campioni è diventata Champions League solo una volta una squadra ne aveva fatti altrettanti, il Bayern Monaco in un 9-2 contro la Dinamo Zagabria: ma in casa, e qui eravamo in trasferta, e ne aveva presi due e qui invece il portiere Butez ne ha preso solo uno e quando il Como, che non ha mai tirato i remi in barca per un «addio ai gol sorgenti» ne aveva già segnati 7. Perciò è un super record.
Nei lontani tempi della Coppa dei Campioni accadeva più facilmente (c’è un 12-2 del Feyenoord contro il KR Reykjavik) ma allora si qualificavano al torneo i campioni soltanto, che fossero d’Inghilterra o di Gibilterra.
Ora la provvisoria classifica di Champions League (si qualificheranno direttamente le prime otto, altre sedici passeranno dai playoff) scandisce, dopo quattro giornate, Paris Saint-Germain, Real Madrid, Arsenal, Como, Barcellona, Aston Villa, Manchester City e Liverpool. Chi è l’intruso? Non dite Como.































