Dopo il successo elettorale dei democratici, Trump apre al dialogo con il nuovo Congresso. Ma tra richieste di impeachment, inchiesta sugli Epstein Files e accuse sulla gestione della guerra con l’Iran, il rapporto tra Casa Bianca e opposizione resta tutto da definire. Le scelte del 2027 potrebbero segnare la strada verso le presidenziali del 2028.
SPECIALE MIDTERM USA 2026 – GLI ARTICOLI
All’indomani dello tsunami democratico che martedì scorso ha visto i candidati liberali trionfare in tutti gli Stati Uniti dal Texas al Maine, molti si aspettavano una reazione scomposta da parte del grande sconfitto Donald Trump. Il tycoon aveva abituato male sostenitori e detrattori allo stesso modo: l’aver sempre rivendicato di aver vinto il voto popolare nel 2016 (pur avendolo perso) e le polemiche sul voto del 2020, seguite dal successivo fallito colpo di Stato del 6 gennaio 2021, non hanno, del resto, mai deposto a suo favore.
La retorica minacciosa mantenuta durante la campagna elettorale, durante la quale aveva minacciato di non riconoscere il risultato delle elezioni e definito gli avversari una congrega di jihadisti e comunisti sovversivi da fermare ad ogni costo, aveva causato altrettante fibrillazioni. Invece, nella notte di martedì, Trump ha riconosciuto quasi immediatamente il risultato dell’esito elettorale intestandosi candidamente l’esito più disastroso del Partito Repubblicano dai tempi del Watergate.
Trump riconosce la sconfitta e apre al dialogo
Non contento, ha telefonato in Tv per ribadire il concetto spingendosi persino a congratularsi coi democratici per la loro vittoria. Quasi a voler fugare qualunque dubbio anche di fronte ai suoi fan più puri e duri. Nei giorni successivi il presidente americano ha apparentemente proseguito con lo stesso copione: si è rammaricato per il risultato del voto ma ha espresso apertura a lavorare con il nuovo Congresso democratico. Ai suoi collaboratori avrebbe confidato anche di essere poco interessato alle vicende domestiche, fintantoché non incideranno sulla politica estera. Su quest’ultima, infatti, il capo della Casa Bianca vorrebbe concentrarsi per costruire un’eredità politica prima di lasciare l’incarico.
Se questo fosse vero, si potrebbe già delineare il possibile accordo che il tycoon offrirebbe ai democratici: potere di iniziativa in campo estero nelle mani del comandante in capo e compromesso sulle questioni domestiche.
Un’intesa piuttosto generosa e anche molto tradizionale, dal momento che rispecchia l’usuale ripartizione costituzionale dei poteri tra esecutivo e legislativo, dunque dal sapore evidentemente poco trumpiana. Il tycoon, posto di fronte alla scelta se fare un compromesso o combattere su tutti i fronti, sembra voler dare una chance alla diplomazia istituzionale. Sempre che vi sia spazio per questa.
Il caso Hegseth e il nodo dell’impeachment
Fin quanto è disposto a cedere Trump prima di ritrovarsi umiliato dall’opposizione interna, forte del proprio mandato popolare? Proprio su questo limite si sta già giocando la dialettica tra le due principali forze politiche americane: i Dem hanno subito chiesto l’impeachment del Segretario della Guerra Pete Hegseth, colpevole di aver condotto disastrosamente la guerra contro l’Iran, e Trump lo ha difeso.
Ma se gli avversari si impuntassero e chiedessero la sua testa per poter collaborare, il tycoon sarà costretto a scegliere se proseguire con le buone maniere o farsi terra bruciata attorno. Questo discorso vale, seppur in maniera relativamente minore, anche per l’opposizione. I democratici sono stati eletti anche sulla scorta della promessa di sanare gli abusi dell’amministrazione Trump, revocando la mano libera di cui finora ha goduto la Casa Bianca.
Sebbene l’elettorato nel complesso abbia scelto i Dem soprattutto in segno di insofferenza per la congiuntura economica negativa, una parte molto importante della base democratica chiede a gran voce che sia fatta luce sulla natura criminogena dell’amministrazione in carica: la violenza impiegata per condurre le retate anti-immigrazione dell’Ice; la diffusa opera di insider trading e aggiotaggio dell’entourage presidenziale; la condotta sconsiderata della politica estera, con molti che accusano il Pentagono di aver compiuto degli autentici crimini di guerra.
Epstein Files e il dilemma dei democratici
Per non parlare della famigerata vicenda degli Epstein Files, sul cui coinvolgimento Trump aveva promesso di fare chiarezza salvo poi fare marcia indietro. Il Partito Democratico ha promesso risposte ma anche soluzioni e su questo dilemma si consumerà probabilmente il prossimo anno.
Nel 2028 infatti il voto presidenziale produrrà inevitabilmente una nuova fase di frizione politica, ma per il momento i democratici devono interrogarsi su quale rapporto stabilire con Trump. Un rapporto più costruttivo potrebbe produrre provvedimenti utili per il Paese, ma potrebbe anche sprecare un forte mandato popolare mostrando un’attitudine troppo incline al compromesso.
Per alcuni sarebbe preferibile assumere un atteggiamento più severo nei confronti di Trump: passare due anni in trincea, infatti, un braccio di ferro dietro l’altro, per poi vincere la presidenza sarebbe una strada preferibile, anche perché un eventuale stallo si scaricherebbe soprattutto sulle spalle della Casa Bianca.
Allo stesso tempo, i democratici potrebbero anche decidere controintuitivamente che un’opposizione debole faccia il proprio gioco. Dopotutto negli ultimi due anni, complice anche la confusione ideologica e politica seguita alla batosta del 2024, il Partito Democratico è rimasto in larga parte privo di una direzione precisa nei confronti dell’amministrazione Trump.
Lasciare Trump libero di sbagliare?
Postura timida, tacciata a lungo di inefficacia e codardia, ma che alla fine ha insperatamente pagato: lasciando infatti Trump libero di fare Trump il tycoon ha finito per rovinarsi con le sue mani imbarcandosi in una serie di iniziative grottesche o del tutto dannose, dai dazi alla guerra con l’Iran passando per i suoi faraonici piani di rifacimento della capitale Washington. Secondo alcuni commentatori, forse ai democratici basterebbe mantenere un atteggiamento simile per poi fare cappotto nel 2028.
Insomma, nei circoli di Washington D.C. c’è ancora molto di cui discutere e ancora molti dati da metabolizzare. Una cosa resta certa: cosa si deciderà di fare nel 2027 quasi certamente getterà le basi per cosa accadrà in America l’anno dopo, quando il Paese sarà chiamato a darsi un nuovo presidente. Sperando che i candidati prendano esempio e rispettino il voto, anche quando quell’esempio – per quanto possa sembrare assurdo – sia proprio Donald Trump.






























