6 Nov, 2026

Ucraina, Meloni scrive a Costa: «Serve una voce sola». Italia fuori dai tavoli

Giorgia Meloni

Dai Volenterosi alle esercitazioni militari, Meloni resta ai margini delle iniziative in Europa per il futuro dell’Ucraina. La premier chiede all’Unione europea un rappresentante unico per i negoziati, ma l’assenza italiana rischia di pesare anche sulla ricostruzione.


Stufa di vedere riunioni sull’Ucraina con vari format, a tre, a quattro, anche a sei, politici, tecnici e operativi dove l’Italia è puntualmente assente. Imbarazzata perché il nostro Paese nel 2026 non ha dato neppure uno spillo a Kiev visto che l’ultimo pacchetto di aiuti approvato risale a dicembre 2025. Preoccupata perché intanto Trump azzoppato ma sempre saldo alla Casa Bianca, Putin e Xi si mandano pizzini e potrebbero vedersi il 19 novembre a Schenzhen in Cina e decidere quello che più serve (a loro) circa l’Ucraina. Terrorizzata che, se dovesse finire la guerra, l’Italia avrà un ruolo assai marginale nella ricostruzione.

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Ha deciso di provare ad uscire dall’angolo dell’irrilevanza dove siamo finiti, lei e noi, cioè l’Italia. Ha preso carta e penna e ha scritto al presidente del Consiglio Ue Antonio Costa per fissare due paletti: è ridicola, quindi sbagliata questa produzione di format e incontri sull’Ucraina dove non si sa bene quale sia l’ordine del giorno e ogni volta pare si ricominci da capo; l’Unione europea deve subito nominare un incaricato che prenda in mano il dossier e ne possa discutere, per conto dei 27, in ogni tavolo dove si parla di Ucraina.

La premier ha ragione nel dire che serve «una voce sola» per trattare il dossier Ucraina. Ma è anche in difficoltà palese perché è chiaro che l’Italia, paese fondatore dell’Unione, s’è messa fuori con le sue mani dicendo no ai Volenterosi e balbettando, nei fatti, sugli aiuti a Kiev.

La lettera a Costa e il nodo dell’adesione europea

La lettera è stata diffusa ieri a fine mattinata da palazzo Chigi. Nelle stesse ore Costa era, per l’appunto, a tu per tu con Zelesnky a Madrid per accelerare il processo di adesione di Kiev alla Ue, un altro dossier pieno di stop and go perché non tutti i 27 concordano nel garantire una corsia privilegiata Kiev. Eppure l’aggancio europeo sarebbe la più grande garanzia di non aggressione nel futuro dell’Ucraina. Non a caso Putin non ne vuole sentire parlare.

Nelle stesse ore in cui Meloni scriveva a Costa, a Bruxelles Nato, Usa, la stessa Commissione, Francia, Germania e Uk, discutevano per il secondo giorno di fila sulle garanzie per il dopo guerra. La prossima settimana, in Polonia, dieci paesi europei (Belgio, Estonia, Francia, Germania, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Spagna, Svezia e Regno Unito, unico paese fuori dall’Unione) condurranno la prima esercitazione militare della Forza Multinazionale per l’Ucraina.

Duemila ottocento militari testeranno per la prima volta la capacità di operare congiuntamente. Saranno la prima garanzia a difesa di Kiev una volta firmata la pace. È l’embrione dell’esercito europeo. L’Italia non c’è perché abbiamo sempre detto «mai un militare in Ucraina». Quindi esclusi anche dalle esercitazioni.

Insomma, la sensazione è che tra un bombardamento e l’altro, qualcosa si stia muovendo e anche in fretta sul fronte ucraino e non è detto nella direzione giusta. La sconfitta di Trump senza dubbio accelera le dinamiche. Scrivere a Costa deve essere sembrato l’unico modo per provare a tornare in partita.

Meloni denuncia il caos dei formati europei

«Alla luce dei più recenti sviluppi (cioè tutto quello che abbiamo scritto sopra, ndr) sono costretta – dice Meloni – a tornare sulla necessità ormai improcrastinabile per l’Europa di parlare con una sola voce sulla questione ucraina». La premier non ci sta a finire nell’angolo dell’irrilevanza e rilancia accusando di essere, con questo modo di procedere sbagliato, tutti irrilevanti.

La cronaca dell’ultimo mese parla da sola. A Miami c’è stato un incontro informale tra i Consiglieri per la sicurezza nazionale di alcuni Stati europei, Ucraina, e rappresentanti Nato ma è stato «confermato solo successivamente da fonti Usa». Poi una riunione a Oslo. Pochi giorni dopo, a Helsinki, durante la sessione del Consiglio Nordico, il Presidente Stubb e il Primo Ministro Store «hanno sospeso i lavori per una telefonata a titolo nazionale con il Presidente russo Putin».

Dalla riunione di Berlino ai colloqui di Abu Dhabi

Immediatamente dopo è stata convocata per il 19 novembre, a Berlino, una riunione della Coalizione dei Volenterosi, che riunisce 37 Stati. «Ma – continua la premier – una settimana prima, cioè il 12 novembre, a margine della riunione della Comunità Politica Europea che si vedrà a Dublino, siamo stati convocati a una riunione del cosiddetto ‘formato Berlino’, che ha una composizione ancora diversa da tutte le altre che ho citato».

Come se non bastasse, «apprendo che in questi giorni hanno luogo riunioni di livello tecnico a Bruxelles, e che è prevista una non meglio precisata presenza europea ai colloqui previsti ad Abu Dhabi tra ucraini e russi con la mediazione americana. E, nel frattempo, ci saremo visti al Consiglio Europeo informale di Dublino».

Tutto questo «spiega più di ogni altra parola quanto ci stiamo rendendo poco credibili nella gestione di uno dei dossier più complicati con i quali le nostre Nazioni si confrontano».

L’Italia fuori dai giochi e la richiesta di una voce sola

Meloni ha ragione: la sensazione è che l’Unione proceda in ordine sparso. Ma poiché è difficile riunire tutti i 27, è ragionevole pensare che si proceda a blocchi di maggioranze. Il problema è che l’Italia è assente da tutto. Come se avesse perso l’agenda. E il proprio turno al tavolo.

«Non sto chiedendo un posto per l’Italia in questo o in quel formato – sgombera il campo la premier – tutt’altro: se può rendere la mia richiesta più credibile, sono pronta a dire che non chiedo questo ruolo né per me né per l’Italia. Ma urge il prima possibile individuare chi di noi siede al tavolo negoziale e con quale mandato».

Una voce sola ed autorevole perché «il risultato è più importante del formato». Attendiamo Costa. L’occasione per una risposta seria può essere la settimana prossima a Dublino che ospita il Consiglio informale europeo. Prima di allora una mano alla premier, e all’Italia, cercherà di darla il ministro Crosetto portando, finalmente, con undici mesi di ritardo il 13° pacchetto Ucraina davanti al Copasir.

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