Dalla diagnosi di Samuel Moyn sul Grande Invecchiamento alla centralità della tecnica: la potenza Usa sta dimenticando la demografia abbandonandosi alla gerontocrazia
In un ampio saggio uscito su Harper’s Magazine, intitolato The Old Guard, lo storico americano Samuel Moyn sostiene che gli Stati Uniti sono ormai una gerontocrazia: un paese in cui il potere politico, il voto e soprattutto la ricchezza si sono addensati nelle mani dei più vecchi, i quali non intendono cederli. Moyn lo chiama il “Grande Invecchiamento” e vi legge una condanna, la stessa del mitico Titone, l’uomo cui gli dèi concessero la vita eterna ma non l’eterna giovinezza, lasciandolo avvizzire senza fine. La diagnosi è documentata e nei fatti difficile da contestare.
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Il limite della diagnosi demografica
Non che l’età abbia smesso di pesare: Moyn ha ragione a puntare il dito sull’invecchiamento della classe dirigente, ma gli Stati Uniti restano pur sempre i più giovani fra le grandi nazioni ricche, con un’età mediana intorno ai 39 anni contro i quasi 45 dell’Unione Europea. Il punto decisivo, però, è un altro. Viviamo in un interregno, di gramsciana memoria, in cui il vecchio metro della potenza non è ancora morto e il nuovo non è ancora nato: la giovinezza e il massimalismo di un popolo, che per millenni ne hanno misurato la forza, cominciano a cedere il campo a un altro criterio, che però non li ha ancora soppiantati. È in questo chiaroscuro che va riletta la gerontocrazia di Moyn.
La giovinezza come misura della potenza
Per gran parte della storia la potenza di un popolo si è misurata dal numero e dalla giovinezza dei suoi figli. La piramide delle età, larga alla base, era la forma stessa della forza: braccia per i campi, uomini giovani da mandare a combattere. Le nazioni giovani sono massimaliste, mosse da un’eccedenza di energie che preme per espandersi e rischiare, mentre quelle che invecchiano diventano minimaliste, prudenti, difensive, affezionate a ciò che già possiedono. Non per caso gli imperi si sono edificati su popolazioni in piena espansione, dall’Urbe feconda di legioni all’Europa giovane dell’Ottocento, che con quel suo esubero di uomini conquistò il mondo.
L’equazione non è falsa nemmeno oggi, perché un popolo che smette di fare figli perde, con i suoi giovani, l’appetito del futuro. Ma descrive un regime della potenza che tramonta, perché qualcosa ha cominciato a fornire, dall’esterno del corpo demografico, ciò che un tempo dava soltanto la giovinezza.
Il deskilling del corpo e la delega alla tecnica
Quel qualcosa è l’apparato tecnoscientifico che da due secoli non fa che assorbire, una dopo l’altra, le funzioni che un tempo richiedevano corpi giovani. È il fenomeno che Melanie Challenger, su Aeon, ha chiamato il deskilling del corpo: via via che deleghiamo alla macchina l’orientamento, la memoria, l’attenzione, il calcolo, quelle facoltà si atrofizzano e l’apparato ne prende il posto. Challenger vi legge un impoverimento antropologico, la perdita di un’intelligenza incarnata. Ma l’uomo cede competenze corporee ai propri strumenti da sempre, senza per questo diminuire di potenza.
Già Platone temeva che la scrittura avrebbe spento la memoria. E invece la scrittura fondò le civiltà che fecero la storia. Con l’aratro si attenuò l’acume del cacciatore, con il libro la memoria dell’aedo, con la macchina la forza del braccio. E a ogni passo la potenza crebbe anziché ridursi. Lo stesso accade ora. È proprio sostituendo le funzioni vitali delle masse giovani che l’apparato andrà via via affrancando la potenza dalla demografia. Dove Challenger piange una perdita, si consuma in realtà un trasferimento di potenza.
Il capitale tecnoscientifico come nuova fonte di potere
Perché se ciò che davano i giovani arriva ormai dall’esterno, la potenza non riposa più sul loro numero, ma sul possesso e sul governo dell’apparato: sul capitale, sulla scienza e sulla tecnica che non necessiteranno più di corpi giovani. L’invecchiamento di una società, che nel vecchio regime era pura debolezza, in quello nuovo può persino rovesciarsi in vantaggio, a patto di sedere sopra quel capitale economico e tecnoscientifico accumulato. È il punto che a Moyn sfugge: conta i vecchi e li chiama declino, senza avvedersi che il metro della potenza sta migrando di continuo, dal corpo dei giovani a un apparato tecnoscientifico ancora, per ora, dipendente dal capitalismo.
Gli Stati Uniti attraversano questo interregno in una posizione di vantaggio, perché sono la sola grande potenza a tenere ancora unito ciò che altrove si è irrimediabilmente scisso: la vitalità giovane del regime che tramonta e il dominio dell’apparato tecnoscientifico in cui quello nascente ha trasferito la propria forza. Ad altre latitudini le condizioni non sono così favorevoli.
La Cina e i limiti della sua potenza
La Cina non si trova nella stessa condizione, per più di una ragione. È in pieno declino demografico: la popolazione cala dal 2022, il tasso di fecondità è sceso intorno a uno, fra i più bassi al mondo. L’età mediana, oggi sotto i quaranta, supererà i cinquant’anni a metà secolo, quando quella statunitense sarà ancora ferma a poco più di quaranta. Ma soprattutto le manca ciò verso cui la potenza va spostandosi: non ha un arsenale nucleare paragonabile a quello americano, non dispone di una flotta capace di dominare gli oceani e le rotte del commercio mondiale, che restano sotto controllo americano. Ed è rimasta indietro nella corsa all’intelligenza artificiale, che è in prospettiva l’elemento fondamentale per misurare la potenza dell’apparato tecnoscientifico.
Resta da chiedersi che cosa significhi, oggi, dominare. La domanda da cui muove ogni previsione, quale popolo guiderà il secolo, appartiene ancora al vecchio regime, perché presuppone un soggetto, una nazione fatta di corpi e di volontà, che afferra la potenza e la tiene. Ma se la potenza sta lasciando il corpo dei popoli per trasferirsi nell’apparato tecnoscientifico, a crescere non è più la forza di una nazione bensì quella dell’apparato stesso, che non ha patria e si serve, di volta in volta, di chi gli è più funzionale.
Il primato americano come forma di asservimento
Gli Stati Uniti non posseggono la tecnica: sono il luogo in cui essa trova, per ora, lo strumento più docile alla propria crescita. Dominano, se la parola ha ancora senso, nel modo in cui domina chi meglio obbedisce. Vince, cioè, chi più prontamente piega le proprie istituzioni, la propria economia e la propria stessa società alle esigenze dell’apparato, assecondandone la crescita invece di ostacolarla. Il primato americano è il primato di questo asservimento.
È per questo che il quadro di Moyn, esatto nei fatti, resta prigioniero dell’interpretazione meramente demografica della potenza. Egli conta i vecchi e vi legge una condanna, come Aurora che, ottenuta per Titone la vita eterna, dovette infine rinchiuderlo a farneticare senza fine. Ma Titone non è l’America che invecchia. È l’umanità intera, giovane e vecchia, ricca e povera, che va cedendo alla tecnica le proprie funzioni vitali. In cambio riceve una vita che non le appartiene più, perché a viverla, ormai, è l’apparato attraverso di lei. Il secolo non sarà di un popolo. Sarà dell’apparato tecnoscientifico. E del popolo che gli farà da servo più fedele.
































