30 Ott, 2026

Naufraga il piano Ue: il Canada non sarà uno Stato associato

Mark Carney e Ursula von der Layen

Montreal si apre con lo stop alla proposta di concedere al Canada lo status di associato, mettendo a nudo le divisioni Ue.


Canada e Ue sono più lontani, nonostante le forme e le intenzioni. Proprio oggi si aprirà a Montreal il vertice congiunto euro-canadese. Una due giorni che dovrebbe rilanciare il processo di avvicinamento tra Ottawa e Bruxelles, ma che in realtà parte già azzoppato.

Che il summit fosse già depotenziato lo si intuiva dai rappresentanti inviati. L’Alta rappresentante per la politica estera Kaja Kallas, per l’Unione, e la ministra degli Esteri Anita Anand, per il Canada. Niente Mark Carney.

Il leader che aveva lanciato quella proposta di “alleanza delle medie potenze” che a molti era suonata come un invito a fare fronte comune. Niente Ursula von der Layen, la presidente della Commissione europea nonché l’autrice della proposta – inedita – di trasformare Ottawa nel primo Paese associato dell’Unione Europea.

Il no di Francia e Germania all’asse euro-canadese

Lo scorso 16 settembre, infatti, la leader della Ue aveva definito quella tra il Vecchio Continentale e il Canada «un’alleanza per il futuro», proponendo di concedere il nuovo status di Paese associato a Ottawa alla luce degli interessi comuni e della propria vicinanza politica e culturale.

Tra gli applausi scroscianti degli europarlamentari, von der Layen aveva poi abbracciato lo stesso Carney sugellando così il nuovo asse euro-canadese.

Peccato che questo non esistesse se non nella mente della leader europea. Sembra che infatti von der Layen non avesse consultato nessuno prima dell’annuncio. Né i propri colleghi della Commissione europea, né l’Alta rappresentante Kallas. E tantomeno i Paesi membri che – come parte del Consiglio europeo – deliberano l’indirizzo politico della Ue. Il tentativo della presidente di mettere tutti di fronte al fatto compiuto, allargando così la propria influenza, non è piaciuta affatto.

Germania, Francia, Italia e Grecia hanno così sollevato un’obiezione di forma e di sostanza contro la proposta della von der Leyen. Nessun altro Paese ne ha preso le difese, portando inesorabilmente al naufragio dell’idea della presidente della Commissione europea.

Va detto che sul piano tecnico la proposta del Paese associato era fragile. Questo status non esiste nei trattati europei. E, nel caso del Canada, mancherebbe il criterio di appartenenza al continente europeo o di essergli molto vicino previsto dal Trattato sull’Unione Europea. Sul piano politico, poi, l’apertura al Canada ha rappresentato uno schiaffo per i molti Stati che da anni sono congelati nel limbo di Paesi candidati. Ovvero Albania, Croazia, Serbia, Macedonia del Nord, Bosnia Erzegovina, Turchia, Moldavia, Ucraina, Georgia.

Il rinvio nel documento finale del summit

Secondo le indiscrezioni, dal documento finale del summit euro-canadese, che dovrebbe essere pubblicato venerdì, è stata rimossa l’espressione «membro associato».

Si è optato per una più attenuata: «associazione ancora più stretta», i cui dettagli sarebbero da discutere nel prossimo anno. Un rinvio che ha già il sapore di una sconfitta. In un mondo che sta cambiando radicalmente e rapidamente e in cui il “sistema internazionale basato sulle regole” si sgretola un giorno per volta, Europa e Canada rinviano di un anno qualunque discussione sul proprio futuro. Non solo, ma la vicenda getta una luce inquietante sullo stato di disfunzionalità in cui versano le istituzioni comunitarie.

La presidente della Commissione europea, che in teoria dovrebbe incarnare la sintesi delle varie sensibilità della Ue, lancia una proposta di gran respiro geopolitico senza aver alcun mandato per farlo e viene sconfessata dai Paesi membri.

Fallita la quale, preferisce nascondere la faccia che ci aveva messo in un primo momento spedendo l’Alta rappresentante a parlare coi canadesi. Alta rappresentante che, nel frattempo, dovrebbe essere – secondo gli stessi trattati fondativi – la naturale inviata diplomatica dell’Unione a qualunque tavolo negoziale, compreso quello russo-ucraino, da cui invece Kallas è stata esclusa in quanto boicottata da gran parte dei Paesi membri e perché ritenuta troppo intransigente. La stessa von der Layen ha contribuito a isolarla, così come ha tentato di fare con il presidente del Consiglio europeo, Antonio Costa, altro papabile per il titolo di rappresentante europeo.

Le lotte di potere nella nomenclatura europea

Contrasti che hanno il sapore delle dispute puerili. Soprattutto alla luce della grave situazione in cui versa l’Unione, schiacciata tra una mancanza di materie prime sempre più evidente, le ambizioni geopolitiche di superpotenze fin troppo aggressive e problemi sociali ed etnici interni ormai prossimi alla deflagrazione.

Ma le lotte di corridoio della nomenclatura europea non sono altro che la cartina tornasole di una classe dirigente continentale che, anche a livello nazionale, continua a prediligere questi piccoli arroccamenti di potere alla salvezza della propria collettività. A poca distanza da Strasburgo, a Francoforte, la presidente della Bce Christine Lagarde si dimette proprio per permettere al Consiglio europeo di scegliere il nuovo capo della Banca centrale europea a febbraio e non a novembre, quando – sondaggi alla mano – all’Eliseo dovrebbe sedere Marine Le Pen.

Ma a che serve questo gioco delle sedie finché l’euro-politica resta un crogiolo di piccoli aspiranti napoleoni in lotta fra loro per il privilegio di dirigere questo o quel comitato? E che differenza può fare se in dieci anni con un leader dichiaratamente europeista (almeno a parole) alla guida di Parigi se poi sotto il suo sguardo virtualmente tutti i programmi di difesa comune sono crollati proprio per il ritiro francese?

Forse la Ue prima di invitare questo o quel Paese dovrebbe riflettere un momento sulle condizioni dell’Unione a cui dovrebbe associarsi. Prima che sia troppo tardi.

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