Il maltempo blocca nuovamente i soccorsi nelle aree devastate dall’alluvione al confine con tra Nepal e Tibet, mentre restano disperse quasi 3.000 persone
Sono rientrati in Italia i due turisti bresciani Marco Lombardi e Giovanni Fassini, rimasti bloccati in Nepal durante la catastrofe. Sono atterrati oggi a Orio al Serio dopo essere riusciti a raggiungere Kathmandu. «Noi salvi ma ora l’attenzione deve concentrarsi su chi è ancora sotto il fango»: il loro pensiero va a chi è ancora disperso.
Il bilancio della catastrofe, comunque, continua a salire e persino i numeri non sono ancora allineati. Secondo l’ultimo dato delle autorità nepalesi rilanciato da AFP, le vittime in Nepal sono 675; AP ne conta 669. Con i sette morti confermati in Tibet, i bilanci complessivi sono quindi rispettivamente di 682 e 676 vittime. I dispersi sono 2.426 in Nepal e 554 in Tibet: quasi 3.000 persone ancora senza notizie, mentre il conteggio resta drammaticamente aperto. Numeri destinati comunque a cambiare mentre i soccorritori raggiungono le aree più isolate.
È il quarto giorno della corsa contro il tempo. Pioggia e nebbia hanno imposto ieri una pausa alle operazioni, poi gli elicotteri sono tornati a volare. Esercito e polizia scavano tra fango, massi e detriti. Nel distretto di Rasuwa, l’esercito ha già tratto in salvo 350 lavoratori e residenti dal tunnel dell’Upper Trishuli Hydropower Project, ma oltre cento persone risultano ancora bloccate all’interno.
Gli aiuti di India e Cina
Le condizioni restano proibitive. India e Cina hanno inviato squadre specializzate per affiancare i soccorritori nepalesi. Kathmandu ha chiarito di non aver rifiutato gli aiuti esteri: chiede soprattutto tecnologie e competenze specialistiche. Servono strumenti per individuare superstiti nei tunnel, analisi rapide del Dna, tecnologie per identificare le vittime e celle frigorifere per conservare le salme. È una svolta rispetto alle prime ricostruzioni dell’emergenza e il segno di quanto la catastrofe abbia superato le capacità ordinarie del Paese.
La situazione resta delicata anche per un lago formatosi al confine tra Nepal e Tibet dopo il collasso glaciale. Il rischio di una nuova fuoriuscita è diminuito: le immagini satellitari mostrano che l’acqua sta defluendo e parte del fondale è tornata visibile. Il rischio è diminuito, ma non è ancora azzerato: altri bacini a monte restano sotto osservazione.
La richiesta di un sistema di allerta
E proprio alla Cina Kathmandu guarda per il futuro. Il ministro della Scienza Mahabir Pun ha chiesto un sistema di allerta precoce sui laghi glaciali himalayani. Tra Nepal e Cina, ha spiegato, non esiste oggi un accordo per la condivisione dei dati necessari. Mercoledì, dall’innesco dell’onda all’arrivo in Nepal, sarebbero trascorsi appena trenta minuti. Troppo poco per evacuare intere comunità. La misura della forza dell’evento arriva dalla Fondazione Montagna sicura di Courmayeur: 23,1 milioni di metri cubi di ghiaccio sono collassati. Le analisi satellitari ricostruiscono una sequenza a cascata: il cedimento di un versante roccioso ha coinvolto il ghiacciaio, generando una gigantesca valanga di roccia e ghiaccio che, scendendo, ha trascinato acqua, sedimenti e detriti, aumentando la propria forza distruttiva.
Il cambiamento climatico resta sullo sfondo: il riscaldamento dell’Himalaya accelera il ritiro dei ghiacciai e può aumentare l’instabilità dei sistemi glaciali, anche se il ruolo preciso nel collasso dovrà essere ulteriormente studiato.
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Tra i dispersi ci sono anche i cittadini italo-svizzeri Patrizia Marziale e Luca Barachini, residenti a Lugano e arrivati nella zona di confine il 26 agosto, oltre al gioielliere rapallese Marco Ratto. Il Nepal Tourism Board, comunque, ha comunicato che 184 turisti stranieri sono stati salvati, tre sono in contatto con le autorità e 420 restano senza comunicazioni.
La storia del piccolo Zoyal Ghale
In mezzo alla tragedia, una storia di salvezza. Zoyal Ghale, otto anni, si è arrampicato su un albero per sfuggire alla piena. Separato dalla madre, è stato trovato in un ospedale di Nuwakot da una troupe Reuters. La giornalista Sahana Bajracharya ha lasciato il proprio numero: la madre, che lo credeva morto, è riuscita a contattarla. Dopo due giorni, il bambino è tornato da lei. Ma per migliaia di famiglie la ricerca continua. Le Nazioni Unite stimano che almeno 17.000 bambini abbiano urgente bisogno di assistenza; 18 scuole sono state distrutte e altre 20 danneggiate. La Croce Rossa parla di circa 93.000 persone colpite e in grave stato di bisogno. I soccorritori, 14.829 uomini delle forze dell’ordine sono stati mobilitati e utilizzano anche droni per cercare superstiti nelle zone più pericolose.
Il conto della ricostruzione potrebbe arrivare a 4-5 miliardi di dollari. Strade, ponti, abitazioni e impianti idroelettrici sono stati devastati. Intanto Papa Leone XIV ha inviato un primo sostegno economico, destinato attraverso Caritas Nepal a cibo, beni essenziali e accoglienza.
La corsa, però, resta quella per i dispersi. In alcuni distretti i corpi recuperati sono già in avanzato stato di decomposizione e dovranno essere identificati anche attraverso il Dna. Per le famiglie il tempo non è più soltanto un nemico: è l’ultima possibilità di trasformare un nome ancora scritto nella lista dei dispersi in una persona ritrovata. 675 o 669 morti in Nepal. 682 o 676 complessivi con il Tibet. Quasi 3.000 dispersi. Quattro giorni dopo, il numero definitivo della catastrofe ancora non esiste.































