29 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Ago, 2026

Presidenziali francesi 2027, la partita di Parigi per il futuro dell’Europa

A otto mesi dalle elezioni presidenziali francesi nel 2027 il quadro politico resta incerto, tra la forza del Rassemblement National, la sfida a sinistra di Glucksmann e il duello al centro tra Philippe e Attal


Trump, Xi Jinping e Putin cingono d’assedio in maniera diversa ma concentrica il continente europeo. Chi lo nega è in malafede. Quali possibilità ha il Vecchio continente di uscire da questa morsa? Difficile dirlo ma su un punto non dovrebbe esserci dibattito: il prossimo inquilino dell’Eliseo, che sarà scelto tra il 18 aprile e il 2 maggio 2027, potrà fornire qualche speranza o affossare definitivamente un possibile rilancio dell’Europa comunitaria. Condizione necessaria, anche se non sufficiente, affinché si possa parlare di una sovranità europea e di un’autonomia strategica della stessa Europa è che all’Eliseo sia eletto un europeista e che le forze del populismo radicale, di destra e di sinistra, siano sconfitte.

Per questa fondamentale ragione occorrerà fare molta attenzione ai prossimi otto mesi di campagna elettorale transalpina. Al momento il quadro politico francese è confuso. Il Paese è guidato da un presidente uscente e non ricandidabile detestato dall’opinione pubblica e da un Primo ministro che dirige un governo di minoranza.

Tutti i principali sondaggi sono concordi nel collocare Marine Le Pen (o Jordan Bardella) in testa al primo turno e con ottime possibilità di vittoria al ballottaggio praticamente contro qualsiasi competitor. Se a questo si aggiunge poi l’attuale primato a sinistra del tribuno populista Jean-Luc Mélenchon, il moltiplicarsi delle candidature nello spazio del centro e della destra repubblicana e le delicate primarie della sinistra socialista e di governo previste per metà ottobre, il quadro si fa davvero complicato.

Otto mesi sono un’eternità politica

È però fondamentale non accelerare i tempi e giungere a conclusioni avventate. Otto mesi sono un’eternità, in particolare nell’attuale congiuntura globale e di crisi delle liberaldemocrazie. A circa quattro mesi dalle presidenziali del 1995 Edouard Balladur si vedeva già all’Eliseo. Al suo posto fu eletto Jacques Chirac, che lo estromise addirittura dal ballottaggio presidenziale.

In questo contesto, e senza affannarsi in pronostici destinati a rivelarsi aleatori, la cosiddetta rentrée politica è stata inaugurata da quello che può essere considerato il primo atto della lunga corsa presidenziale. Il Medef, la Confindustria francese, ha organizzato nell’evocativa cornice del campo centrale del Roland Garros, il primo dibattito tra quelli che al momento sono i sette candidati alla massima carica dello Stato.

Si sono confrontati la presidente del gruppo parlamentare del RN al Palais Bourbon Marine Le Pen, il presidente de Les Républicains Bruno Retailleau, i due ex Primi ministri Edouard Philippe (centrista del partito Horizons) e Gabriel Attal (leader di ciò che resta del macroniano Renaissance), l’eurodeputato e fresco candidato alle primarie della sinistra di governo Raphaël Glucksmann, la candidata ecologista Marine Tondelier e il leader de La France insoumise Jean-Luc Mélenchon.

Economia e potere d’acquisto al centro

Il fatto che questa sorta di antipasto di presidenziale sia stato organizzato dal Medef ha un suo rilevante significato. È impossibile pronosticare oggi quali saranno i temi chiave degli ultimi novanta giorni di campagna elettorale. Al momento però l’erosione del potere d’acquisto è al primo posto nelle preoccupazioni dei francesi. Se a tale dossier si aggiungono poi il peso sempre crescente del debito pubblico e quello di un sistema pensionistico che nella primavera scorsa ha visto la sospensione della contestata riforma Borne, si fa presto a comprendere l’importanza dell’evento.

A tutto ciò si deve infine aggiungere il conto alla rovescia in atto in vista della nuova legge finanziaria che, come quelle degli ultimi due esercizi, dovrà essere varata senza una maggioranza e con in aggiunta il clima elettrico della campagna presidenziale.

Ad ogni modo di fronte agli imprenditori, come era preventivabile, si sono ben difesi i due ex Primi ministri Attal e Philippe, mentre sottotono è apparso Bruno Retailleau. Ha sorpreso Marin Le Pen, sia considerate le sue passate difficoltà sui dossier economici (emblematica la fallimentare performance nel dibattito tra primo e secondo turno del 2017), sia le sue aperture verso ricette meno stataliste e più liberali, rispetto alle quali si era accreditato maggiormente il delfino Bardella.

Glucksmann cerca spazio a sinistra

Interessante è parsa la strategia del neocandidato Glucksmann. I suoi attacchi soprattutto a Marine Le Pen e ai candidati del centro e della destra hanno cercato di avviare un suo chiaro posizionamento a sinistra, con l’obiettivo di accorciare progressivamente la distanza che lo separa da Mélenchon. Quest’ultimo, insieme alla candidata ecologista, come è ovvio non ha raccolto particolari elogi, arrivando a suscitare indignazione di fronte a proposte quali la cancellazione di una parte consistente di debito pubblico e l’aumento del salario minimo senza indicare con quali coperture.

Un antipasto presidenziale su temi economici, con alcune prime interessanti indicazioni politiche. La prima di queste riguarda l’eurodeputato Glucksmann e l’avvio della costruzione di un vero profilo di presidenziabile. Prima di tutto fondamentale sarà il passaggio delle primarie socialiste e della sinistra di governo della metà di ottobre.

In quel contesto si forgerà la prima parte del suo percorso di ricostruzione di una leadership credibile nello spazio della gauche di governo. Glucksmann dovrà far dimenticare le fallimentari candidature Hamon (2017) e Hidalgo (2022). Una volta ottenuto un mandato pieno dovrà poi cercare di federare tutta la sinistra (compresi gli ecologisti), erodendo almeno una parte dell’elettorato potenziale de LFI.

L’obiettivo è restringere il campo di Mélenchon

Dovrà insomma, se volessimo utilizzare un’espressione tanto in voga nel nostro dibattito pubblico, allargare il suo campo rendendolo sempre più “largo”, restringendo quello di Mélenchon. Per le parole d’ordine del riformismo e del pragmatismo della sinistra di governo ci sarà tempo in un eventuale ballottaggio. Il suo target oggi deve essere quello di tenersi stretti i riformisti e contemporaneamente acquisire una parte di elettorato sino ad oggi fedele al radical-populismo.

La seconda indicazione riguarda il duello al centro tra Edouard Philippe e Gabriel Attal. Se il primo pareva aver preso il largo, gli ultimi sondaggi li collocano su posizioni equivalenti. I due si erano accordati per decidere, in autunno, chi avrebbe dovuto fare un passo indietro. Oggi sembra fare capolino l’ipotesi di primarie del centro e della destra. Il sindaco di Le Havre ha ribadito la sua contrarietà, mentre l’ex pupillo di Macron, anche per ragioni tattiche, fa sapere di non escluderle a priori.

Se la candidatura di Retailleau non sembra decollare, non mancano però altre figure di peso che hanno già parlato di una loro discesa in campo (come il presidente della regione Hauts-de-France Xavier Bertrand) e altri, come l’ex ministro dell’economia e delle finanze Bruno Le Maire, oggi popolarissimo sui media e che ha di recente pubblicato un lungo dossier progettuale sull’Europa del futuro che assomiglia molto ad un programma presidenziale. Il rischio evidente nello spazio del centro e della destra repubblicana è il moltiplicarsi di candidature, con l’esito quasi certo dell’esclusione di ognuna di esse dal ballottaggio presidenziale.

La sfida di Le Pen e Bardella

L’ultima indicazione riguarda il Rassemblement national e la coppia Le Pen-Bardella. Al momento la leadership di Marine Le Pen si è mostrata in grado di gestire con una certa abilità la pesante situazione giudiziaria che potrebbe privarla della candidatura presidenziale. Anche il potenziale dualismo con un Bardella che si era visto proiettato nella corsa presidenziale, per poi dover rientrare nei ranghi, pare sfumato sull’onda di sondaggi sempre molto favorevoli.

Il Rn non può però sottovalutare due rischi concreti. Da un lato la certezza di vincere senza problemi al primo turno potrebbe indurre una parte dell’elettorato a non mobilitarsi. Dall’altro lato il rischio è quello di sovrastimare la propria normalizzazione, arrivando a proposte estreme destinate a suscitare nuovi timori.

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In questo senso la proposta avanzata da Le Pen di utilizzare, una volta giunta all’Eliseo, l’articolo 11 della Costituzione per convocare un referendum con l’obiettivo di costituzionalizzare un progetto di legge anti-immigrazione può davvero tramutarsi in un boomerang nel percorso di dédiabolisation da anni intrapreso dalla stessa leader del Rn. Il quadro transalpino è in totale divenire. Nelle urne per l’Eliseo si gioca una parte consistente del futuro, se ne esiste ancora uno, del continente europeo. Parigi sarà, sino alla prossima estate, la capitale d’Europa.

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